A vescovi e a re parlava colla dignità dolce ma ferma di un capo universale. Contro le vessazioni imperiali difese la libertà della Chiesa con umiltà di parole ma franchezza di fatti; e all'imperatore Foca scriveva, questo divario correre tra gl'imperatori gentili ed i cristiani, che quelli son signori di servi, questi signori di liberi. Ingegnavasi intanto di mantenere in armonia l'imperatore greco coi Longobardi: ma pure esortava i Siciliani a stornare con settimanali litanie un'invasione minacciata dai Longobardi, i quali come fossero a temere lo vedessero dalla desolazione dell'Italia[172]; poi ostò vigorosamente ad Agilulfo allorchè assediò Roma.
Proibiva di esigere nulla per la sepoltura, chè non paresse titolo di compiacenza la morte degli uomini. A Venanzio vescovo di Genova ordina, non permetta che Cristiani rimangano a servitù di Ebrei; se però sono loro coloni, soddisfacciano secondo giustizia. Querela il vescovo di Terracina che tuttavia durassero colà avanzi del paganesimo, immolando ad idoli, riverendo certi alberi, sacrificando teste d'animali; e l'imperatrice Costantina, che i magistrati greci facessero guadagno in Sardegna col permettere l'idolatria[173]. Avendogli costei domandato alcune reliquie, rispose che in Occidente si ha per sacrilegio il metter mano ai corpi santi, e meravigliarsi che altrimenti i Greci la sentano; qui non darsi altro che delle catene di san Pietro o della graticola di san Lorenzo, o pannilini avvicinati entro una scatola al corpo del santo: soggiunge che il predecessor suo, avendo voluto mutare qualche fregio d'argento sopra il corpo di san Pietro, benchè discosto quindici piedi, fu sgomentato da terribile visione; e alcuni mansionarj e monaci che avevano veduto quel di san Lorenzo, morirono fra dieci giorni.
Nella peste d'allora introdusse la processione che ancora si fa al san Marco, col nome di Litanie maggiori: primo segnò i brevi col giorno e il mese al modo odierno. La Chiesa non era fin qua riuscita a recare anche nella liturgia quell'unità che è suo carattere; e Gregorio pensò farlo col Sacramentario, il quale col suo Antifonario delle parti della messa che doveansi cantar in note, e col Benedizionario costituisce il messale romano.
Nel sinodo Romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e sacerdoti il dissolversi nella vanità d'imparare la musica, sconvenendo al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi e ne' gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane virtù. Pertanto deputa suddiaconi e cherici inferiori a cantare i salmi e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato; a tal uopo istituendo scuole, ch'egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent'anni dipoi.
Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non sieno che ripetizione dei sette primi, divisò che sette segni bastavano per tutt'i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l'estensione del canto, delle voci e degli stromenti[174]. Quella maestosa melodia, ove ci furono conservate preziose reliquie dell'ammirata musica antica de' Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e grandiosi, che poi s'andarono dimenticando fin alla profanità de' nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da teatrali.
Gregorio fra tante occupazioni trovò tempo a scrivere moltissime opere, le quali, non men che le sue virtù, gli procacciarono il cognome di Magno. Le lettere, concernenti per lo più la disciplina, provano quanto instancabile adoperasse a governare la Chiesa e a fondo si conoscesse delle divine leggi e delle umane. Commentò Giobbe ed Ezechiele, e fece omelie sopra gli Evangeli. A Giovanni arcivescovo di Ravenna diresse la Regola pastorale, in quattro parti trattando per quali vie s'entri al santo ministero, quali i doveri, come istruire i popoli, e applicarsi alla propria, mentre s'attende alla santificazione di quelli, affine di non perdere, per segreta compiacenza di sè, il premio degli sforzi fatti. L'imperatore Maurizio ne volle copia, e la mandò ad Anastasio patriarca d'Antiochia, da mutare in greco e diffondere per le chiese d'Oriente: re Alfredo la tradusse in sassone pei vescovi d'Inghilterra: le chiese di Spagna e di Francia la proposero per modello ai vescovi, e Carlo Magno e i suoi successori nei capitolari non rifinano di raccomandarla.
Nei Dialoghi narra molte e troppe storie maravigliose di santi italiani, a provare le verità fondamentali per mezzo di rivelazioni fatte da morti risorti e simili casi. Il santo il quale nelle opere sue mostrasi tutt'altro che dappoco, e cita ogni volta da chi gl'intese, s'acconciò al gusto del suo secolo e alla capacità di quelli cui destinava l'opera: e in fatto essa levò immenso grido; mandata a Teodolinda, contribuì assai a convertire i Longobardi, sopra cui cadevano molti dei miracoli ivi narrati; fin in arabo fu tradotta; ai Greci piacque tanto, che Gregorio n'ebbe tra loro il soprannome di Dialogo.
Compose inni[175]; aprì scuole; si fece dipingere nel monastero di sant'Andrea a Roma; e nelle copie divulgatesi di quel ritratto soleasi sovrapporgli alla testa lo Spirito Santo in forma di colomba: altra prova che la pittura usavasi in quei tempi.
Eppure v'è chi lo intitola l'Attila della letteratura, dicendo ordinasse l'incendio della biblioteca Palatina, e distruggesse i monumenti della grandezza romana, acciocchè la loro ammirazione non distraesse dal venerare le cose sante. Forse era egli sovrano di Roma da poter ciò? Ben è vero che si mostrò avverso agli antichi autori, forma e null'altro, e pericolosi per lo allettamento del bello, in tempo che non era peranco finita la lotta di questo col vero: e quantunque nel primo dei Dialoghi dica non avere conservato le parole proprie degl'interlocutori, perchè sì villanescamente proferite che non vi starebbero acconciamente, altrove scrive: — Non fuggo la collisione del metacismo, non evito la confusione del barbarismo, trascuro di serbare i luoghi e i modi delle preposizioni, stimando indegno che le parole del celeste oracolo stringansi sotto le regole di Donato»[176]. E però le sue scritture van macchiate dalle colpe de' tempi e da sue proprie; scarsa critica, erudizione inesatta, locuzioni viziose; diffuso e insieme oscuro e avviluppato, sovente si ripete, e vuole aver detto ogni cosa sopra ogni argomento che assume, e soverchiamente inclina alla allegoria.