SERIE DEI RE LONGOBARDI
- 568 Alboino in Italia; assassinato dalla moglie Rosmunda 573.
- 573 Clefi; assassinato da un famigliare 573.
- 584 Autari suo figlio; m. 591.
- 591 Agilulfo duca di Torino; m. 615.
- 615 Adaloaldo associato al trono dal padre; cacciato 625; avvelenato 626.
- 625 Ariovaldo duca di Torino; m. 636.
- 636 Rotari duca di Brescia; m. 652.
- 652 Rodoaldo suo figlio; assassinato 653.
- 653 Ariperto I; gli succedono i figli.
- 661 Pertarito; attaccato da Grimoaldo fugge. Gondiperto, ucciso.
- 662 Grimoaldo duca di Benevento, si fa proclamar re.
- 671 Garibaldo, suo figlio minorenne, è cacciato da Pertarito suddetto, che regna di nuovo.
- 678 Cuniperto suo figlio, associato al trono; regna da solo 686.
- 700 Liutperto suo figlio minorenne; spodestato da
- 701 Ragimperto duca di Torino.
- 701 Ariperto II, suo figlio, cacciato da
- 712 Ansprando, il cui figlio
- 712 Liutprando regna 32 anni.
- 744 Ildebrando suo nipote, associato nel 736; stronizzato dal popolo.
- 744 Rachi duca del Friuli; abdica 749 e si ritira a Montecassino.
- 749 Astolfo suo fratello, muore alla caccia.
- 756 Desiderio duca dell'Istria; associa il figlio Adelchi 758? Spodestati da Carlo Magno 774.
Sta dunque divisa l'Italia fra tre dominazioni: Greci, rappresentanti d'un passato irremeabile, e ridotti a tenersi sulle difese; Longobardi, espressione della forza brutale, e destinati a perire, ma dopo lungo regno e lasciando il lor nome alle parti migliori; i papi, podestà dell'avvenire, sorgente appena, ma che sta per gettar radici durevoli fra i rottami delle altre.
Le forme dell'antico Impero si conservavano nella parte sottoposta ai Greci. L'esarca, sedente in Ravenna, amministrava direttamente la Pentapoli, cioè i territorj di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, conterminata a settentrione dalla Marecchia, a occidente dal Tevere, a mezzodì dal Musone, a levante dall'Adriatico; e l'Esarcato che comprendeva il littorale della Venezia, con Oderzo, Treviso, Padova, e il paese che finiva col basso Adige a settentrione, collo Scultenna (Panàro) e gli Appennini a occidente, colla Marecchia a mezzodì, e coll'Adriatico a levante; dov'erano le città di Ravenna, Bologna, Faenza, Forlimpopoli, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì, Cesena, Bobbio, Cervia. Oltre quest'amministrazione diretta, l'esarca sovrantendeva ai duchi che governavano Roma e i paesi meridionali[177]. I quali erano alcune città della Lucania o Basilicata, l'antica Calabria, or Terra d'Otranto, il Bruzio, ora Calabria Ulteriore: poi furono ritolte ai Longobardi la Terra di Bari e la Capitanata, dove Otranto, Galipoli, Rossano, Reggio, Gerace, Santa Severina, Crotone; e nella Campania le terre a mare fra Gaeta e Napoli. Da Gaeta posta fra i monti Cècubo e Massico, poteano i Greci difendere le pianure del Garigliano e le gole di Itri e Fondi. Con Napoli era il promontorio di Sorrento, che sparte i golfi di Napoli e di Salerno; e benchè fin a Salerno si stendesse il principato di Benevento, e molte città verso levante fino a Cosenza, e tutte quelle fra terra fossero tolte ai Greci, Napoli si sostenne. Duravano colà le istituzioni municipali, e nel resistere ai Longobardi ridestavasi il valor militare. Provincia greca era pure l'Illiria: la Sicilia stava sotto un patrizio greco: le isole della laguna veneta riconoscevano anch'esse di nome la supremazia imperiale.
Di questi paesi alcuni venivano francandosi da ogni dipendenza, come Venezia; altri erano minacciati continuamente, e ad ora ad ora invasi dai Longobardi. Trovavansi questi impacciati in guerre straniere o civili? gli esarchi se ne rifacevano coll'assalirli, e ricuperare qualche territorio limitrofo; ma tosto erano ricacciati negli angusti confini: nè pace mai, bensì tregue rinnovate d'anno in anno, e compre fin col tributo di trecento libbre d'oro. Il bisogno di denaro potea dirsi l'unico motore de' governanti, per pagare il tributo o per mantenere gli eserciti; e per averne, senza divario da amici a nemici, correvano a predar le chiese di Roma o questo o quel monastero o il santuario di san Michele sul monte Gargano. Questo sovrasta a Siponto, rimpetto alle isole Diomedee (Trémiti); e dacchè al tempo di papa Gelasio vi apparve l'arcangelo Michele, gli presero vivissima devozione i Greci che ne moltiplicarono le chiese: i Longobardi altrettanto, vi andavano in pellegrinaggio e l'avevano per patrono, siccome san Giovanbattista i Longobardi dell'alta Italia.
Ravenna, sede degli esarchi, tenne sempre testa contro i Barbari perchè assisa tra le maremme e facilmente soccorsa dalla flotta greca. La sua situazione era anche di gran momento per togliere ai Longobardi d'avanzarsi nella bassa Italia, potendo una flotta sbarcarvi e prenderli alle spalle: di modo che le città greche della Campania non si trovavano minacciate che da Benevento. Dandosi aria di capitale di tutta l'Italia, Ravenna negava sottomettersi a Roma neppur nelle cose spirituali; dentro aveva gli ordinamenti municipali del Basso Impero, o più veramente un governo militare con un imperatore e con duchi e scuole. Durò colà molti secoli che, la domenica sulla bass'ora, giovani, vecchi, fanciulli e sin donne d'ogni condizione uscissero di città e divisi in iscuole secondo i quartieri, facessero a sassi, fino al ferirsi ed ammazzarsi. Nel 696 la scuola della porta Tiguriese sfidò quella della postierla di Sommovico, e i primi, rimasti superiori, inseguirono gli altri con tal sassajuola, da ucciderne molti; e sbarattata a forza la porta, trionfanti attraversarono il vinto quartiere. La domenica seguente usciti di nuovo, mutarono ben presto il giuoco in fiera abbaruffata, ove molti Postierlesi caddero uccisi, non ostante che fosse legge di dar quartiere a chiunque supplicasse. I Postierlesi pensano un'atroce vendetta; e fingendosi riconciliati, ognuno invita a pranzo qualche Tiguriese; e quivi li scannano, e gettano nelle cloache o sepelliscono. La città tutta in gemiti e in fremiti: l'arcivescovo Damiano ordinò per tre giorni digiuno: egli stesso andò in processione coi cherici e monaci, scalzi e in sacco, copersi di cenere; seguivano i laici, poi le donne senz'ornamenti; da ultimo i poveri, tutti a gran voce implorando misericordia. Dopo i tre giorni, cerchi i cadaveri e sepolti, furono puniti i micidiali, bruciate le masserizie, che nessuno volle toccarne, e distrutto il quartiere, infamato poi col nome di Rione degli assassini[178].
I pochissimi ricordi che abbiamo di quell'età sono di sevizie usate dagli esarchi, e che forse pajono più atroci perchè ignoriamo quali ragioni ve li determinassero. Ravenna fu più volte saccheggiata per loro ordine, nominatamente nel 710, quando Giustiniano II fece anche rapirne la principal nobiltà, e avutala a Costantinopoli, ucciderla crudelmente: all'arcivescovo Felice risparmiò la vita, ma tolse gli occhi. Colpiti nel vivo da tali atrocità, i Ravennati si sollevarono alla guida di Giorgio figlio di Giovaniccio; e subito vi risposero Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna: Giorgio distribuì queste città con ordinanza militare, e Ravenna stessa divise in bandiere, cioè la prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, la classense, e quella dell'arcivescovo col clero[179]. Pare si sostenessero finchè l'imperatore non morì: e Filepico succedutogli scarcerò l'arcivescovo Felice, il quale fece atto di sommessione al papa, e probabilmente acquetò i Ravennati.
Non era dunque più ragionevole o quieta la dominazione greca che la longobarda; oltrechè gl'imperatori non avevano ancora dismesse le pagane pretensioni di superiorità, dai primi loro predecessori ereditate sopra la Chiesa, e voleano mestare nelle dispute religiose e nelle elezioni dei pontefici. Vedemmo come tra questi sapesse conciliare gran riverenza a sè e alla sua dignità Gregorio Magno: ma la generosa carità con che egli avea distribuito grani, non fu imitata da Sabiniano succedutogli (604), sicchè i poveri s'assembrarono tumultuosi, gridando non togliesse la vita a quelli, cui Gregorio l'aveva tante volte serbata. Sabiniano che guardava con invidia il suo predecessore, meditando perfino distruggerne gli scritti[180], affacciatosi esclamò: — Cheti! se Gregorio vi regalò per comperarsi i vostri elogi, io non sono in grado di satollarvi tutti».
Succedono Bonifazio III poi il IV (607-8), che dall'imperatore Foca ottenne il panteon d'Agrippa, cui consacrò alla Vergine Maria e a tutti i Martiri; in memoria di che fu istituita la festa d'Ognisanti.
Onorio (625) sperò vedere Aquileja e l'Istria ricongiunte alla Chiesa universale, dond'erano scisse per la quistione dei Tre Capitoli: ma la sottigliezza de' Greci lo perigliò nell'errore de' Monoteliti; del che si ritrattò appena se n'accorse. Alla morte di lui gli uffiziali greci vollero saccheggiare il palazzo; e impediti, indussero l'imperatore a metter le mani sul tesoro ivi riposto. Fu allora che l'esarca Isacco pensò pagar sue truppe colle ricchezze della basilica Laterana. D'intesa con lui, il cartulario Maurizio alla soldatesca che domandava il sempre negato soldo, disse qualmente l'imperatore avea mandato le paghe al papa, che, invece di distribuirle, le avea riposte coll'altre richezze, le quali giacevano indarno, mentre sarebbero state opportune a difendere la città. Fu anche troppo perchè i soldati corressero sul tesoro: ma i parenti di papa Severino lo difesero, e solo dopo tre giorni fu possibile a Maurizio d'entrare e sigillar ogni cosa. Ne diede allora avviso all'esarca, che venuto a Roma, relegò gli ecclesiastici da cui temeva opposizione, indi entrato nel tesoro, durò otto giorni a spogliarlo e ne mandò una parte a Costantinopoli[181]. Poco poi Maurizio si rivoltava contro Isacco, e questi spediva truppe che il vinsero, presero ed uccisero. I complici in carcere aspettavano pari destino (638), quando la morte d'Isacco risparmiò la loro.