Alle rinascenti quistioni teologiche avea voluto impor silenzio l'imperatore Costante II pubblicando il Tipo o formola di fede; ma i Cattolici la repudiarono come fallace e come forzata (649). Costante perseguitò i renuenti, e comandò all'esarca Olimpio di prender vivo o morto papa Martino, che condannò quel tipo. Olimpio non avventurandosi ad aperta violenza, finse voler essere dalla sua mano stessa comunicato, e dispose un assassino che in quel atto lo trafiggesse. Costui protestò che, sul punto di eseguire il misfatto, più non vide il pontefice; onde si gridò al miracolo, ed Olimpio confessandosi in colpa, chiese perdonanza. Rise a questi scrupoli il suo successore Teodoro Calliopa (652); e condottosi a Roma coll'esercito, frugò il palazzo pontificio se fosse vero che v'avea massa d'armi, e benchè nulla trovasse, menò via nottetempo il pontefice, con nulla più che sei famigli ed un bicchiere. Tre mesi vagarono pel mare, indi approdati a Nasso, lasciarono a bordo il papa prigioniero, che poi condotto a Costantinopoli, restò tre mesi in carcere senza parlare a persona. Chiamato a giudizio come reo d'aver contro l'imperatore fatto trama con Olibrio e coi Saracini e sparlato di Maria vergine; e convinto co' mezzi che abbondano a' tribunali militari, fu portato in un cortile tra folla di popolo; e qui levatogli di dosso il pallio, il mantello e l'altre insegne di sua dignità, e postogli un collare di ferro, fu tratto per la città e buttato in carcere, senza fuoco, benchè verno stridente. Le donne dei carcerieri, come ad altre vittime, così a lui mitigarono l'atrocità imperiale. Deportato poi a Cherson, stentò fra privazioni e infermità, sinchè Dio nol trasse a sè (654).
Appena rapito Martino, Costante avea dato ordine d'eleggergli un successore; ed i Romani, forse per tema ch'egli mettesse sulla cattedra qualche eretico, s'affrettarono ad eleggere Eugenio, che poco durò (657), poi Vitaliano. Marco, arcivescovo di Ravenna ricusava sottomettersi alla Chiesa romana, appoggiato a un diploma dell'imperatore Costante: ma Vitaliano lo scomunicò, ed egli lui, e lo scisma proseguì finchè papa Dono ottenne si revocasse quel diploma.
Agatone fece esonerar la Chiesa romana (678) dai tremila soldi d'oro che pagava ad ogni elezione di papi, assoggettandosi però a non consacrarli sinchè non fossero confermati dall'imperatore.
A questa foggia andò l'elezione dei successori, spesso controversa. Sergio non volle approvare le costituzioni del concilio Trullano (687); onde il vizioso e inetto Giustiniano II mandò il protospata Zacaria che lo arrestasse: ma sollevatosi il popolo, l'inviato non trovò scampo che sotto il manto del pontefice. Anche Giovanni Platino, esarca di Ravenna, venuto per fargli ingiuria, non osò e se ne pentì. Però l'ambizione di quei che aveano competuto il papato, gli turbò la vita a segno, che dovette a lungo rimanere fuori di Roma.
Talmente si stava in timore di violenze da parte degl'imperatori, che quando, all'elezione di Giovanni VI, venne da Costantinopoli in Roma Teofilatto esarca eletto, i Romani presero le armi (701), nè si chetarono che alle preghiere ed alle assicuranze del papa. Il suo successore Giovanni VII non disapprovò apertamente ma non sottoscrisse gli atti del concilio Trullano, malgrado preghiere e minacce di Giustiniano. Papa Costantino li ripudiò in quanto derogavano al VI ecumenico, anzi per segno di venerazione (708) fece dipingere i sei concilj nel portico di San Pietro; il popolo poi ricusò omaggio a Giustiniano imperatore eretico, non ne volle il ritratto, non commemorarlo nella messa o negli istromenti, nè tampoco ricevere monete col suo conio.
Aveano dunque i pontefici tutt'altro che a lodarsi degli imperatori, e il popolo inclinava a scuoterseli dal collo: se non che li ratteneva il timore d'altri nemici più imminenti, i Longobardi. Questi, nel primo irrompere, occupata una buona parte dell'Italia, dicemmo come la dividessero tra varj duchi: lo che se gli ajutò a conservare parzialmente i vinti in obbedienza, impedì di compiere la conquista. Tra quei signori eleggevasi il re senza ragione ereditaria; talchè ogni vacanza produceva una rivoluzione e solleticava le ambizioni, a segno che di venticinque regnanti, sedici finirono in modo violento. I duchi col favorire all'uno o all'altro pretendente, tiravano a sè autorità sempre maggiore, a detrimento della corona. In maggior conto erano il ducato di Spoleto, che separava Roma da Ravenna, e manteneva le comunicazioni dell'alta Longobardia colla meridionale; e il ducato di Benevento, che separava Roma dalla Campania e dagli altri possedimenti greci, e valeasi del porto di Salerno: e quei due paesi ormai operavano affatto di loro balìa. Usufruttare il particolar dominio, ovvero condurre la guerra per le franchigie o pei possessi o per capricci proprj era l'occupazione dei duchi; e a fatica i re potevano trarli seco, fosse a reprimere i Greci, fosse a respingere i Franchi, i quali senza resta li molestavano o per rapace natura, o sollecitati dagli imperatori d'Oriente. Nè a quest'ultimi i Longobardi, essendo sforniti di marina, potevano impedire di mandar soccorsi, scarsi se volete, ma trasportati agevolmente ove bisogno accadesse, e, se non altro, bastevoli a nutricare la speranza (sempre facile ne' deboli oppressi) che effimero fosse il dominio di quelli stranieri, e che l'altrui braccio ne li redimerebbe.
Neppure dopo che ebbero abbracciata la religione cattolica, i Longobardi cessarono di guardarsi e d'essere guardati come stranieri; nè si fusero coi Romani, nè conobbero quanto importasse il tenersi amici i pontefici se volevano congiungere tutta Italia sotto un dominio, forte per resistere e ordinato per farsi amare.
Vedemmo come re Rotari alle consuetudini longobarde sostituisse un codice scritto; e colle leggi, colla robusta amministrazione e con severi castighi ridotti al freno i duchi, li guidò a sconfiggere i Greci, ai quali (unica conquista durevole dopo le prime) strappò il ducato di Genova, ricovero de' fuorusciti dal Milanese.
Rodoaldo, figlio e successore di lui (652-55), fu presto trucidato da un offeso marito, e la nazione o i grandi affezionati alla memoria della buona Teodolinda andarono negli Agilulfingi bavaresi a cercar un successore; e con Ariperto, figliuolo di Gundualdo già duca d'Asti e fratello di quella regina, comincia una serie di re cattolici, stranj alla gente longobarda. Ariperto fu sepolto nella chiesa di san Salvadore fuor di Pavia, da lui fabbricata: e quasi il regno non fosse già troppo diviso fra' duchi, si volle, a modo de' Franchi e d'altri Germani, partirlo fra Pertarito e Gondiperto, figli di Ariperto (661), sedendo il primo in Milano[182], l'altro in Pavia. L'ambizione non li lasciò in concordia, e Gondiperto volendo spodestare il fratello, spedì Garibaldo duca di Torino per invocare soccorsi da Grimoaldo duca di Benevento.
La storia di Grimoaldo è un romanzo. Gli Avari in gran numero avendo invaso il Friuli, Gisolfo, che v'era duca, fortificò tutti i varchi e le castella, e nominatamente Cormona, Nimaso, Osopo, Artenia, Ragona, Gemona, Biligo, per ricoverarvi la gente inerme: egli poi affrontò i nemici; ma per quanto valoroso, fu soverchiato dal numero e ucciso. Gli Avari si sparsero guastando la campagna, assediarono Cividale dove s'era rinchiusa Romilda, vedova di Gisolfo, coi figli Tasone, Cacone, Romoaldo e Grimoaldo e quattro figliuole. Duravano a resistere; ma Romilda, adocchiato dalle mura il kacano de' nemici, lasciva od ambiziosa mandò esibirsegli pronta a cedergli la città purchè la sposasse. Finse egli aderire, ma avuta la porta, lasciò la città al furore e alle fiamme; e tenuta Romilda una notte, la abbandonò alla brutalità di dodici suoi, poi la fece impalare, dicendo: — Ben ti stia un tal marito». Assai differenti le costei figliuole si sottrassero alla libidine nemica col fingersi puzzolenti, tenendo carni fetide in seno. Il kacano avviò esse coi fratelli e coi cittadini verso la Pannonia in ischiavitù; ma il Consiglio degli Avari pensò meglio ucciderli tutti, salvo le donne e i fanciulli. I figli di Gisolfo, avutone sentore, procuraronsi de' cavalli e fuggirono. Grimoaldo, il più piccolo fra essi, cavalcava in groppa a un fratello, ma non potendo reggersi cadde. Il fratello, non vedendo in lui che un impaccio, e nol volendo schiavo de' Barbari, brandì la lancia per trafiggerlo; ma il bambino implorò pietà, e che avrebbe forza di tenersi a cavallo: di che l'altro impietosito il ripigliò.