Ma ecco gli Avari sopragiungono, e un d'essi riesce a ghermire Grimoaldo, e senz'altro mal fargli, sel pone in groppa e s'avvia al ritorno. Il fanciullo, invece di desolarsi da fiacco, occhieggiava lo scampo, e côlto il destro, trasse il pugnale dalla cintura del rapitore e glielo confisse nel capo. Quegli cadde, e Grimoaldo voltò allegro il cavallo verso i suoi fratelli[183]. Le virtuose sorelle, comunque vendute più volte, illibate poterono esser poi ricompre dai fratelli, e sposate a duchi stranieri. Tasone e Cacone ottennero di nuovo il ducato del Friuli; e vedemmo (pag. 89) come, per tradimento dell'esarca, fossero uccisi in Oderzo.

L'audace Grimoaldo, cresciuto in età, fu posto duca di Benevento, e a lui Gondiperto mandò chiedendo soccorsi: ma l'infido ambasciadore lo persuase a venir sì, ma per esterminare entrambi i principi stranieri, e recarsi in mano un regno che avea mestieri di robusti campioni, non di fanciulli. La proposta era conforme al genio di Grimoaldo; che presto regnò, essendo Gondiperto ucciso dal traditore Garibaldo. Pertarito, come udì che Pavia si era resa al ribelle, vilmente fuggì, lasciata a Milano la moglie Rodelinda e il fanciullo Cuniperto, che da Grimoaldo furono spediti a Benevento. Pertarito ricoverò presso il kacano degli Avari; il quale ricusò un moggio d'oro che Grimoaldo gli offeriva se gli consegnasse il ricoverato; pure insinuò a questo di abbandonare le sue terre. E Pertarito osò rientrare in Italia e confidarsi alla generosità del nemico, e giunto a Lodi, mandò a chiedergli sicurezza. Piacque l'atto a Grimoaldo, che gli promise salvezza ed agi; ma poi vedendolo ben accetto ai Longobardi, che in folla accorreano a visitarlo, ne prese ombra, e pensò torlo di mezzo. Lo fe dunque circondare nel palazzo assegnatogli in Pavia; ma Unulfo, suo fedele servitore, travestitolo da schiavo e fingendo cacciarlo a mazzate, il campò di mezzo alle sentinelle, e calollo dalle mura nel Ticino, donde passò ad Asti, e di quivi in Francia. Intanto il guardarobiere, chiusosi nella camera di Pertarito, ai soldati spediti a prenderlo pregava indugiassero finchè colui avesse digerito il troppo vino: alfine fu scoperta la pietosa frode, e Grimoaldo la perdonò, e volle tra' suoi Unulfo. Saputo poi che questo erasi ritirato nella basilica di san Michele, lo affidò della sua parola, e rimandollo col guardarobiere e con molti doni al sempre desiderato padrone.

Grimoaldo, vigoroso di braccio, tenace di proposito, mantenne l'ordine nell'interno (662); avversissimo ai Romani, distrusse la risorta Oderzo per vendicare i suoi fratelli ivi uccisi; respinse i Franchi venuti per restituire Pertarito. Onde assicurarsi il titolo di re, avea costretto una sorella dei predecessori a sposarlo, e dato ai duchi tali privilegi, da renderli quasi indipendenti e snervare la monarchia. D'altra parte, compiuta allora la conversione de' Longobardi, acquistava preponderanza il clero, e per esso il papa; i quali miravano a conservare ciò che i conquistatori a distruggere, la nazionalità italiana.

Grimoaldo avea lasciato duca di Benevento suo figlio Romoaldo; onde l'imperatore Costante II, che s'era fatto esecrare a Costantinopoli col perseguitare i Cattolici, pensò redimersi del pubblico obbrobrio coll'assalire quel fanciullo, a titolo di sbrattare l'Italia, e rinnovarvi l'imperio romano, o fors'anche restituirne la sede a Roma dove credeasi più sicuro. Armato in Sicilia e sbarcato a Taranto, chiamò attorno al drago imperiale le guarnigioni delle città marittime, e con esse marciò sopra Benevento (663). Il giovinetto Romoaldo valorosamente si difese, ma ridotto agli estremi, cercava patti. Re Grimoaldo accorse in ajuto del figliuolo, e mandò innanzi Sesualdo, balio di questo, per avvertirlo del suo avvicinarsi. Sesualdo cadde in potere dei Greci, i quali lo obbligarono a dire agli assediati, non dovessero sperare verun soccorso. Egli promise: ma invece confortò Romoaldo a durare, giacchè suo padre avvicinava; tenesse raccomandati la moglie e i figli suoi, ch'egli era certo di non sopravivere. Di fatto Costante fe mozzarne il capo e balestrarlo in città: poi levò il campo al sopragiungere di Grimoaldo, il quale rincacciò i nemici sin presso Formia, e il sconfisse.

I Beneventani conservavano riti superstiziosi; adoravano immagini di serpenti; ad un albero sacro attaccavano un pezzo di cuojo, poi correndo a briglia sciolta e scagliando dardi all'indietro, chi così riuscisse e staccarne alcun pezzo, sel mangiava per devozione. Il pio Barbato che poi vi fu vescovo, predicava contro tali idolatrie, e Romoaldo gli promise estirparle se Dio gli desse vittoria. Liberato Benevento, osservò la promessa, e Barbato di propria mano recise l'albero sacrilego. Saputo però che Romoaldo teneva ancora nel suo gabinetto un serpente d'oro, persuase Teodorada moglie di lui a consegnarglielo, e ne fa fare un calice e una patena. Romoaldo non solo nol punì, ma gli offerse estesissimi poderi; ed esso li ricusò, sol cercando aggregasse alla sua diocesi Siponto, dov'era la grotta di San Michele.

Costante II, giacchè non sapeva vincere nemici, volle spogliare sudditi inermi, e gettatosi su Roma, derubò quel ch'era avanzato delle depredazioni anteriori. Non saziato dai doni di papa Vitaliano, si prese tutto il bronzo del Panteon, perfino il copertume metallico, e recò le prede in Sicilia. Ma quando veleggiavano per Costantinopoli, una squadra saracina le assalì e portolle in Alessandria, donde forse alcune di esse erano un tempo passate a Roma.

Sei anni rimase quell'imperatore in Siracusa, facendola soffrire de' suoi capricci (668), finchè un Mesenzio lo assassinò, credendo ben meritare perchè eretico[184]. Costantino Pogonato suo figlio, raccolta gran gente dall'Istria, dalla Sardegna, dall'Africa, piombò sopra Siracusa, uccise Mesenzio ch'erasi dichiarato imperatore, e la testa di lui e degli altri congiurati mandò a Costantinopoli. Ma intanto Romoaldo avea pensato vendicarsi dell'aggressione, e a capo d'una ciurma di Bulgari tolse all'Impero le città di Bari, Taranto, Brindisi e Terra d'Otranto, conquiste che non potè conservare.

I Bulgari erano gente sottoposta un tempo agli Avari, dai quali riscossasi, devastò l'Impero, e offrivasi a servigio di chi la pagasse. Alquanti di essi aveano ottenuto i deserti territorj di Supino, Bojano, Isernia, con giurisdizione signorile, dipendente però dal duca di Benevento, e vi conservavano la patria lingua. Al modo stesso nell'alta Lombardia voleano piantarsi gli Avari, chiesti da Grimoaldo contro il ribellato duca del Friuli; ma il re li respinse.

Morto questo (671), i duchi irrequieti deposero il figlio Garibaldo, e richiamarono Pertarito dall'esiglio al trono. Con erigere Sant'Agata in Monte e Santa Maria in Pertica[185] a Pavia, attestò la sua gratitudine a Dio che l'avea campato da tanti pericoli, e quindici anni regnò, osservante della giustizia, limosiniero, istruito dalla sventura a non abusare della prosperità. Ma due fazioni, una contraria, l'altra seconda a questi re bavaresi, non cessavano di rimescolare il regno. Mal seppe destreggiare Cuniperto, figlio di Pertarito (686); sicchè i duchi di Benevento e di Spoleto fin l'ombra cessarono di dipendenza.

Altrettanto di propria balìa operavano i duchi del Friuli, posti come sentinella avanzata contro nuovi invasori d'Italia. Fra quelli nomineremo Ferdolfo (694), che provocò gli Schiavoni tenendosi certo di vincerli; ed essi vennero, e cominciarono a rubare le pecore. Lo scultascio Argaido, nobile e prode uomo, uscì loro incontro, ma non potè raggiungerli; e il duca lo rimproverò d'averli lasciati sfuggire, dicendo che ben gli stava il suo nome, derivato da arga, che in longobardo vale poltrone. Argaido replicò: — Voglia Dio chiarire qual di noi due sia più poltrone». Pochi giorni dopo, gli Schiavoni tornarono grossi, ed accamparono s'un'altura. Ferdolfo ronzava a piè di quella, divisando i modi di assalirla, quando Argaido gli rammentò l'ingiuria; e — Maledetto da Dio chi di noi sarà l'ultimo ad assalire gli Schiavoni». Spronato, salì per la montagna, e Ferdolfo altrettanto; ma gli Schiavoni rotolando sassi uccisero quei due e la nobiltà che li seguì. Così il puntiglio, come altre volte, recò a rovina il paese.