Anche il poderoso Alachi duca di Brescia (688), ingrato a Cuniperto, tramò con Aldone e Gransone, primarj cittadini, e usurpò il titolo regio; ma ben presto disgustò il vescovo di Pavia e altri signori longobardi. Un giorno, numerando certe monete, gliene cascò una; e al giovinetto figlio di Aldone ivi presente che gliela raccolse, disse: — Di queste tuo padre ne ha d'assai, e presto diverranno mie». Il fanciullo riferì quel motto al padre, che prevenne la minaccia col richiamare Cuniperto dalla piccola e forte isola del lago di Como. Venne questi, e scontrato Alachi alla Coronata (Cornate) presso l'Adda, lo sfidò a duello; ma Alachi riflesse: — Costui è ubbriacone, ma robustissimo della persona. Vivo suo padre, trovandosi in palazzo certi montoni di smisurata grossezza, li sollevava col braccio teso; ed io non potevo altrettanto».
Men codarda ragione addusse quando, di nuovo esortato a duellar col nemico, rispose che negli stendardi di quello vedeva l'effigie dell'arcangelo Michele, davanti al quale esso gli avea giurato fedeltà. Il rifiuto svolse da lui molti de' fedeli, i quali unico merito riconosceano la forza. Al contrario, Cuniperto era amatissimo da' suoi; tanto che Zenone diacono della chiesa di Pavia volle assumere la veste di esso, per trarre contro di sè l'attenzione e le armi del nemico, e così sviarle dal vero re; e di fatto rimase ucciso. Ma i Longobardi s'infervorarono alla battaglia, e ucciso Alachi, e tuffatone l'esercito nell'Adda, assicurarono a Cuniperto la vittoria e il regno.
Cuniperto, diffidando de' bresciani Aldone e Gransone, pensava torli di vita, e ne divisava i modi col suo cavallerizzo, allorchè sulla finestra venne a posarsi un moscone, e il re con una coltellata gli levò una gamba. Intanto i due fratelli, com'erano soliti, s'avviavano alla reggia, quand'ecco uno privo d'una gamba gli avvisa del pericolo che correano, sicchè essi rifuggono in una chiesa. Il re, dubitando che alcuno de' suoi fedeli gli avesse ammoniti, invia a prometter loro sicurezza se indichino da chi ebbero l'avviso; ed essi confessano averlo avuto da uno zoppo sconosciuto. Cuniperto, ricordatosi del moscone, comprese che quello era uno spirito maligno, che avea spiato i secreti di lui per rapportarli.
Paolo Diacono riferisce ciò in tutta serietà; e sopra storici siffatti siamo costretti tessere la storia. Agnello, che scrisse le vite degli arcivescovi di Ravenna, ha racconti dello stesso calibro: e ne basti uno. Giovanni, abate del monastero di San Giovanni presso Ravenna, molestato dall'esarca, andò a Costantinopoli e si pose sotto al palazzo cantando versetti di salmi, finchè l'imperatore il fe chiamare, e intesone le ragioni, gli diede una commendatizia per l'esarca. Al domani stesso scadeva il termine da questo prefisso ai monaci per addurre le loro ragioni; onde l'abate struggevasi di ritornare al più presto, ma non trovò nave. Dolente passeggiava sul lido, quando gli si affacciarono tre uomini nerovestiti, e udito il suo rammarico, gli promisero rimetterlo a casa il domani, se facesse com'essi gli diceano. E gli diedero una verga, colla quale delineasse sulla sabbia una barca, colla vela e colla ciurma: poi vollero si collocasse in un letto nella sentina, e per rumori e turbini che intendesse, non si sgomentasse nè facesse il segno della croce. Come detto così fatto: il fracasso fu indescrivibile; ma a mezzanotte egli si trovò sul tetto del suo monastero. La meraviglia dei monaci e dell'esarca lascio immaginarla: egli raccontò la cosa all'arcivescovo, che gl'impose una penitenza.
Ciò che risulta da queste baje è che gl'italiani stavano altrettanto male sotto i Longobardi che sotto i Greci. Cuniperto, tenuto il regno dodici anni, lo trasmise al giovinetto figlio Liutperto (700), sotto la tutela del nobile e saggio Ansprando. Ma in breve da Ragimperto duca di Torino ne fu spodestato, poi ridotto prigioniero e ucciso da Ariperto II (701), figlio e successore di quello, che dovette continuamente lottare contro altri duchi: regni brevi, successioni tempestose, che toglievano d'invigorire la monarchia. Ansprando, tutore di Liutperto, erasi rifuggito nell'isola Comacina, ma assalito da Ansperto, passò in Baviera. Ariperto si svelenò contro gli amici di Ansprando, al figlio di esso fe cavar gli occhi, alla moglie e alla figliuola mozzar il naso e gli orecchi. Ma Ansprando coi Bavari rivalicò le Alpi, e vinse Ariperto (712), che guadando il Ticino a Pavia affogò, ultimo degli Agilulfingi in Italia. Dicono uscisse travestito per intendere quel che di lui si dicesse: agli ambasciadori stranieri mostravasi in abito dimesso e con pelliccie volgari e volgari imbandigioni, per non allettarli alle squisitezze italiane. Ma queste voglionsi difendere con valorosa concordia, piuttosto che celare con pusillanime astuzia.
I Longobardi unanimemente acclamarono il prudente Ansprando, che regnò soli tre mesi[186], ma vide eletto a succedergli suo figlio Liutprando, che in trentadue anni di regno rinnovò lo splendore della signoria longobarda. Le prime cure applicò a riformare lo Stato, comprimendo le rinascenti sollevazioni anche col supplizio d'alcuni duchi; molti castelli tolse ai Bavari, che forse meditavano recuperare il trono; si tenne buoni i Franchi e gli Avari, e dettò leggi prudenti, in capo alle quali s'intitola cristiano e cattolico, re dei Longobardi a Dio diletti. Coraggioso fin alla temerità, udito che un Rotari suo parente avea disposto di ucciderlo in un convito, lo chiamò a sè, e tastato se veramente portasse il giaco di ferro sotto ai panni, respinse colla propria la spada che costui trasse, e lo fece uccidere. Saputo che due gasindi gl'insidiavano i giorni, gl'invita a caccia, ed appartatosi solo con essi soli, rinfaccia il perverso consiglio; indi gettate le armi, — Ecco il re vostro; fatene secondo vi piace». Vinti al generoso e franco atto, gli caddero a' piedi, ed esso li perdonò e beneficò. Anche colla Chiesa stette in armonia, e confermò il dono di molti beni nelle alpi Cozie, fattole da Ariperto II. Rintegrato l'ordine e l'obbedienza, svelto ogni seme delle guerre civili, ridrizzò l'animo al disegno de' suoi predecessori, d'unire tutta Italia snidando i Greci. E la fortuna parve mandargliene il destro.
CAPITOLO LXVII. Gli Iconoclasti. Origine della dominazione temporale dei papi.
L'imperio romano continuava colle antiche forme a Costantinopoli, ma sempre più fievole e minacciato da diversi nemici, ai quali vennero ad aggiungersi i Musulmani. Maometto avea predicato agli Arabi (622) una religione, di dogmi semplicissimi, ridotti quasi solo alla unità di Dio; di morale condiscendente e sanguinaria, giacchè ripristinava la pluralità delle mogli e il diritto della forza, che il cristianesimo avea sbanditi. Subito i suoi discepoli, armati di scimitarra e d'intolleranza, uscirono dalla penisola natia gridando, — Non v'è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta»; e vedendo non potere dar trionfo alla loro se non soffocando ogni altra civiltà, diressero le prime offese contro i luoghi dov'era nata la religione cristiana, occupando Gerusalemme e la Palestina, poi con una spaventevole rapidità ebbero sottoposto gran parte dell'Asia, il lembo settentrionale e l'orientale dell'Africa, e minacciavano l'Europa dai due lidi che più l'avvicinano, dallo stretto di Gibilterra verso la Spagna, e dall'Ellesponto verso Costantinopoli. L'Impero, spogliato per essi delle sue più belle provincie, videsi ridotto a difendere la capitale, che più volte assalita, si sosteneva per la felicissima postura.
A sì gravi frangenti mal bastavano i discendenti d'Eraclio, che deboli, litigiosi, disumani, peggioravano la condizione de' paesi a loro soggetti, fra' quali mezza l'Italia. Terminata la loro stirpe, seguirono imperatori elettivi; e Leone, pastore d'Isauria mutatosi in guerriero, avea tanto ben meritato col combattere Bulgari e Saracini, che fu portato imperatore (717). La prodezza di lui prometteva un difensore valente, l'operosità un egregio amministratore, un buon fedele l'aver ai vescovi giurato di rispettare i concilj e le decisioni della Chiesa: ma riuscì troppo lungi dalle speranze, e sul trono già turbato da tanti eretici, egli volle comparire eresiarca.
Nessuno ignora quanto abborrimento il legislatore degli Ebrei avesse a questi ispirato contro ogni immagine d'uomini o della divinità, conoscendoli propensi a confondere la rappresentazione col rappresentato. I Cristiani, usciti dalla sinagoga, probabilmente rifuggirono sulle prime dall'effigiare Dio e i Santi: ma oltre esser naturale nell'uomo il venerare le sembianze delle persone o care o stimate, già usavano i Romani una specie di culto ai ritratti degl'imperatori e vivi e morti; onde i Cristiani, intenti a volgere alla verità gli stromenti della menzogna, è probabile che presto effigiassero Cristo e gli Apostoli. Può l'ignoranza essere trascorsa a confondere la copia coll'originale, e prestar adorazione a ciò ch'era destinato unicamente ad elevare le aspirazioni verso l'Ente supremo; laonde alcuni Padri e concilj riprovarono le immagini, o per genio particolare, o per ispeciale pericolo che ne scorgessero: però la Chiesa, che, immobile nel dogma, piegasi nei riti e nella disciplina alle opportunità dei paesi e de' tempi, trovò soverchio questo rigore quando ne fu cessata la ragione, cioè il timore dell'idolatria. Allora si moltiplicarono le figure dei Santi e del Salvatore, e le storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, opportune a dare alle arti il pascolo, che fin allora avevano tratto dal gentilesimo, ed allettare gli occhi dei Barbari, a cui talvolta la curiosità d'intendere il componimento di quelle pitture serviva d'avviamento a conoscere le morali verità del Vangelo. Qual cosa umana va esente da abusi? e questi mossero alcuni a riprovare quel culto, e viepiù quando i Maomettani, aborrenti dall'effigiare la divinità, lo rinfacciavano ai Cristiani come idolatria: laonde Leone Isaurico, valendosi dell'autorità che gl'imperatori si arrogavano sopra le cose ecclesiastiche, lo proibì, e violentemente distrusse le effigie devote.