Le coscienze si rivoltano sempre contro chi pretende forzarle; e il popolo che era affezionato a quelle devote e antiche rappresentazioni, levò d'ogni parte mormorii; quantunque i prelati greci apparissero troppo spesso ligi all'imperiale volontà, il patriarca Germano protestò contro l'incompetente decreto, e ne scrisse al papa e ad altri vescovi, appoggiando il culto delle immagini colle ragioni, coll'autorità, coi miracoli per esse moltiplicati. La violenza chiama violenza; e il popolo, sturbato nelle sue devozioni, insorse a furia contro lo spezza-immagini (iconoclasta); dovunque i messi di lui si presentassero ad abbatterle, il popolo toglieva a difenderle a pugni, a sassi, a coltelli; e l'imperatore per esser obbedito bandì il patriarca, moltiplicò i rigori e i supplizj.

L'Italia greca ne toccava la sua parte; e avendo papa Gregorio II esposta all'imperatore la dottrina della Chiesa su questo punto, l'Iconoclasta per tutta risposta raddoppiò intimazioni d'obbedire o guai. I Ravennati non poterono reggere a questo rinforzo di tirannia, e levato popolo, trucidarono l'esarca e chi per lui; altrettanto fecero i Napolitani; e il loro duca Esilarato, venuto per assassinare il papa, fu col figliuolo ucciso dai Romani, che insorti a difendere nella persona del pontefice la religione e le franchigie loro, espulsero il greco governatore. Per tutta l'Italia imperiale si propaga la rivolta; una di quelle che riescono, perchè determinate da sentimento di giustizia e di religione, non da sottigliezze che il popolo non intende, e da cui non ha profitto. Armati per propria difesa, ricusando il peccato e il tributo, non versano altro sangue se non quello che difficilmente si può risparmiare in un primo e contrastato bollimento popolare[187]; abbattono le statue dell'augusto; e accordandosi di più non voler affari con questi Greci, temuti come tiranni, spregiati come deboli, aborriti come eretici, eleggono magistrati nazionali in luogo di quei che venivano da Costantinopoli o da Ravenna, e risolvono nominare un imperatore che sieda a Roma e osteggi Leone.

Tanto l'ambizione dei papi rimase estranea a questo spontaneo moto, che Gregorio intercesse per Leone[188], sperando si convertirebbe alla verità; per sue insinuazioni a Roma fu conservata, a Napoli restituita l'autorità imperiale. Vero è però che, nel fiaccarsi dell'imperiale arbitrio, ripigliavano vigore gli ordinamenti municipali, e quindi l'autorità de' pontefici: nobili, consoli e popolo ebbero ricuperato la rappresentanza loro quando furono raccolti a concilio per condannare l'opinione, che ad essi l'imperatore comandava. Civitavecchia fu munita, e in nome del ducato romano conchiusa alleanza coi Longobardi meridionali, pur conservando l'esteriore soggezione all'Impero. Gregorio fu dunque il primo di que' pontefici che, ne' tempi nuovi, rannodarono la federazione italiana; sotto la religiosa sua presidenza unendo le città che non voleano ricevere il giogo longobardo, nè sopportare il greco.

Profittò di questi sovvertimenti re Liutprando, e con aspetto di favorire l'equità e la libertà di coscienza, assalse ed occupò Ravenna[189]; Bologna e la Pentapoli (728): ma i Veneziani, sollecitati dal papa contro questi Barbari, mandano il doge Orso Participazio, il quale piomba sul re longobardo, lo sconfigge, ne fa prigione il nipote, e sgomberata Ravenna, vi insedia l'eunuco Eutichio, speditovi esarca da Costantinopoli. Liutprando, il quale avea sperato che nel pontefice la recente offesa potesse più che il bene generale della penisola, al trovarsi deluso s'accannisce, conchiude pace con Eutichio, promettendo dargli mano a sottoporre i riottosi, purchè a vicenda egli il soccorra contro i duchi di Spoleto e di Benevento, sollevati a favore di Roma. Riuscita l'impresa, i due eserciti congiunti si difilano sopra Roma, per punirla entrambi d'opposti torti; i Greci dell'avere disobbedito all'imperatore, i Longobardi dell'essergli rimasta fedele. Il papa, venuto al campo nemico, parlò a Liutprando con tale pietà, che questo, il quale pur confessava legalmente la supremazia del papa[190], se gli gettò ai piedi promettendo non far male ad alcuno; e seco entrato nella basilica Vaticana, sul corpo de' santi Apostoli depose in dono il manto reale, i braccialetti, l'usbergo, il pugnale, la spada dorata, la corona d'oro, la croce d'argento.

Ma l'imperatore di Costantinopoli continuò a vessare il papa, il quale gli scrisse risentito, rinfacciandogli l'ignorante sua presunzione, e minacciando la rivolta di tutta Italia: — Voi imperatore, voi capo dei Cristiani, perchè non interrogaste uomini addottrinati ed esperti? ei v'avrebbero insegnato che, se Dio proibì d'adorare le opere degli uomini, fu in riguardo degli idolatri che abitavano la terra promessa. Solo l'ignoranza può farvi credere che noi adoriamo pietre, muraglie, tavole: noi lo facciamo unicamente per rimembrare coloro di cui queste portano il nome e le sembianze, e per elevare il nostro spirito torpido e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in esse fiducia; ma a quella di nostro Signore diciamo, Signor Gesù, soccorreteci e salvateci; a quella della sua santa madre, Santa Maria, pregate il figliuol vostro che ci salvi le anime; se è d'un martire, Santo Stefano che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e presso lui tanta grazia avete, pregate per noi».

Prete Giorgio, che dovea portar questa lettera all'imperatore, per via fu còlto dai soldati imperiali che lo cacciarono prigione, dopo toltogli il dispaccio; e l'Isaurico rispose: — Manderò a Roma a sfrantumare l'immagine di san Pietro, e fare con papa Gregorio come Costanzo con papa Martino, portandolo via carico di catene». Ma Gregorio replicava: — I pontefici sono i mediatori e gli arbitri della pace fra l'Oriente e l'Occidente, nè le minaccie vostre ci sbigottiscono. A poche miglia da Roma siamo in sicuro. Gli occhi delle nazioni stanno fissi sopra la nostra umiltà; esse riveriscono quaggiù come un dio l'apostolo san Pietro, di cui voi minacciate frangere la figura: i regni più remoti d'Occidente tributano omaggio a Cristo e al suo vicario; voi solo state sordo alle sue voci. Se persistete, ricadrà su voi il sangue che potesse versarsi».

Sentiva dunque il pontefice che, contro l'oppressione del mondo antico, troverebbe schermo nelle genti nuove; e sapendosi insidiato, prese guardia alla propria persona, e informò gl'Italiani dell'occorrente. I popoli della Pentapoli e i Veneziani chiarironsi pel culto avito, scotendosi dalla soggezione agli ordini di Costantinopoli: i Longobardi si opposero all'esarca di Ravenna che avviava l'esercito verso Roma.

Non minor fermezza del predecessore palesò Gregorio III, il quale non chiese la conferma dell'esarca (731), repudiò gli editti che proscrivevano le immagini, esortò l'imperatore a cassarli; e non esaudito, ricorse all'armi sue raccogliendo novantatre vescovi d'Italia, che dichiararono anatema chi le distruggesse, profanasse o bestemmiasse. Infellonì Leone a tale annunzio, e non potendo per allora contro le vite, nocque alle sostanze dei disobbedienti col crescere d'un terzo il tributo e la capitazione in Sicilia e Calabria, e staggire i patrimonj che da antichissimo vi teneva la santa sede; sottrasse al metropolita di Roma e sottopose a quello di Costantinopoli le chiese di Napoli, Calabria, Sicilia ed Illiria; poi inviò in Italia un grosso navile: ma sul golfo Adriatico andò disperso da violenta fortuna. Le reliquie della flotta approdate a Ravenna, tentarono saccheggiarla; ma il popolo, avutone sentore, diè di piglio alle armi, e li respinse ed affogò, e per più anni seguì a far festa di un tale avvenimento.

Salvo da questo frangente, il papa si trovò in un nuovo per parte di Liutprando. Trasimondo duca di Spoleto, che questi aveva precedentemente soggiogato, era di nuovo insorto; talchè Liutprando dovette muovere contro di lui l'esercito. Trasimondo fuggì a Roma, e avendone il re domandata l'estradizione, Gregorio e Stefano patrizio e l'esercito romano ricusarono. Il re sdegnato, insieme con Ildeprando che in occasione di malattia gli era stato dato collega (740), entrò nel paese[191] e pigliò Amelia, Orte, Bomarzo e Bleda. Per allora voltossi indietro, ma essendo Trasimondo ritornato a Spoleto coll'ajuto de' Beneventani e de' Romani, Liutprando invase di nuovo il ducato romano, e benchè a Rimini fosse messo a fil di spada parte del suo esercito, e tra Fano e Fossombrone lo assalissero vigorosi i natii, difilavasi sopra Roma. Gregorio, non vedendo scampo nelle forze proprie, e nulla avendo a sperare dai Greci, pensò ricorrere a principe barbaro.

Come nella Gallia Cisalpina i Longobardi, così nella Transalpina si erano piantati i Franchi, e Clodoveo lor re fu il primo dei Barbari che, col battesimo, accettasse le credenze cattoliche e la soggezione ai papi, i quali perciò fregiarono col titolo di cristianissimo lui ed i suoi successori. Vedemmo come essi fossero pericolosi vicini ai Longobardi, da cui lungamente esigettero un tributo: ma poi digradarono dalla primitiva robustezza, e i re, datisi al far niente, abbandonarono l'autorità ai maggiordomi. Tale dignità pertanto fu ambita, e Pepino d'Héristal (687-714) riuscì a renderla ereditaria in sua casa, ai re lasciando soltanto il titolo e il fasto. Suo figlio Carlo acquistò il soprannome di Martello pel valore guerriero, che spiegò principalmente contro i Musulmani. Questi, occupata la Spagna, aveano valicato i Pirenei e minacciavano la Francia, ed era pericolo che Maometto prevalesse a Cristo anche in Europa come in Asia; laonde il pontefice avea spedito a Carlo tre spugne colle quali ripulivasi la mensa eucaristica, onde confortarlo a combattere que' nemici della nostra fede e della nostra civiltà. L'eroe li vinse più volte, poi (732) decisivamente a Poitiers; il papa gli mandò regali e il titolo di patrizio romano: il longobardo Liutprando ne chiese l'alleanza; ed avendogli il Franco inviato suo figlio Pepino acciocchè l'adottasse come figlio d'onore, il re gli recise i capelli, e lo rimandò con larghi donativi[192].