A costui, che l'Europa acclamava vincitore dei figli d'Agar, salvatore della cristianità, è naturale che il papa, minacciato dai Longobardi, volgesse gli occhi, e gli diresse una lettera così compilata: — Gregorio all'eccellentissimo figlio signor Carlo, vicerè (subregulus) di Francia. In estrema afflizione noi gemiamo, vedendo la Chiesa abbandonata da que' suoi figli stessi che dovrebbero a sua difesa consacrarsi. Lo scarso territorio di Ravenna, che unico ci rimaneva l'anno scorso per sostentamento dei poveri e illuminazione della Chiesa, fu posto a ruba e fuoco da Liutprando e Ildeprando re longobardi; hanno distrutto i poderi di san Pietro, tolto il bestiame che rimaneva, desolato fin i contorni di Roma. Neppure da te, eccellentissimo figlio, abbiamo fin a quest'ora ricevuto consolazione di sorta, e conosciamo che, invece di riparare questi mali, presti maggior fede ai principj da cui derivano, che non alla verità da noi esposta. Preghiamo l'Altissimo che di tale peccato non ti punisca, ma potessi tu udire i rimproveri di costoro che ci dicono, Ov'è questo Carlo, di cui implorasti la protezione? venga egli, e con quei formidabili suoi Franchi ti salvi dalle nostre mani. Qual dolore ci cuoce all'udire questi rimbrotti! al veder così possenti figli della Chiesa non mover dito per difenderla e vendicarla de' nemici! Il principe degli Apostoli, accinto di sua potenza ben potrebbe farle schermo: ma egli vuol provare in questi tempi disastrosi il cuore de' suoi figliuoli. Non prestar dunque fede a quei re quando accusano i duchi di Spoleto e di Benevento: unica loro colpa è di non avere voluto l'anno scorso assalirci contro la santa fede; del resto obbediscono affatto ai re, eppure si vuole privarli del grado, metterli in esiglio per non aver ostacoli a soggiogare la Chiesa e farla schiava. Mandaci uno de' tuoi fidati, incorruttibile a doni, a minaccie, a promesse, che coi proprj occhi veda le nostre persecuzioni, l'avvilimento della Chiesa, le lagrime dei pellegrini, la ruina del nostro popolo, e te esattamente ragguagli. Pel giudizio di Dio e per la salvezza dell'anima tua t'esortiamo a soccorrere alla Chiesa di san Pietro e al popol suo, ed allontanare questi perfidi re. Pel Dio vivente e per le chiavi della confessione di san Pietro, che a te spedisco in segno di dominio[193], t'affretta al nostro sussidio, chiarisci la tua fede, e accresci in tal guisa la fama che di te va pel mondo; acciocchè il Signore ascolti te pure nell'afflizione, e il nome del Dio di Giacobbe ti protegga, e noi possiamo sulla tomba dei santi Pietro e Paolo pregar contenti giorno e notte l'Eterno per te e pel tuo popolo».
Che il portatore di questa lettera tenesse istruzioni a voce per accordarsi con Carlo onde mutare dall'Impero a lui la signoria di Roma, nessun argomento n'abbiamo; anzi il papa dovette con istanze nuove sollecitare Carlo, che alla perfine spedì messi a Liutprando. Ma mentre si menavano trattati, e il maggiordomo e l'imperatore e il papa morirono (741); e Zacaria succeduto a questo, venne in persona a Terni, e a forza di bontà e di dolcezza indusse il re longobardo a restituire le città romane occupate. Trasimondo di Spoleto, vistosi abbandonare dai Romani, si consegnò a Liutprando, che si contentò di farlo chiudere in un convento: Gregorio duca di Benevento, mentre voleva camparsi in Grecia, fu trucidato a furor di popolo. Liutprando conferì i due ducati a parenti suoi, indi, perfidiando le promesse, ritenne quante città di Romagna aveva occupate, sinchè il papa, trovatolo novamente, l'indusse a cederle e donarle alla santa sede. Restava la nimicizia coll'esarcato, e Liutprando l'invase. Eutichio non trovò altro scampo che pregare il papa a interporsi; e questi di fatto mosse a quella volta, entrò nel dominio longobardo, e a Pavia persuase Liutprando a sospendere le offese.
Poco poi i Romani respiravano per la morte di Liutprando (744), cui Paolo Diacono (il quale con esso chiude la sua storia) predica di gran senno, sagace in consiglio, grandemente pio, amator della pace, potente in guerra, clemente ai rei, casto, pudico, bel parlatore, largo limosiniero, ignaro di lettere eppur comparabile a' filosofi. Sappiamo ch'egli aggiunse un monastero alla basilica pavese di san Pietro in Ciel d'oro, dove fece trasportare il corpo di sant'Agostino, sottratto ai Musulmani che aveano invaso l'Africa e la Sardegna; tra le alpi parmensi fondò il monastero di sant'Abondio e Berceto, a Corteolona una chiesa di sant'Anastasio, a Pavia nel proprio palazzo una cappella a san Pietro, con preti che ogni giorno vi cantassero i divini uffizj. Le leggi da lui pubblicate attestano che i Longobardi aveano profittato della conoscenza del diritto romano: e al sommar de' conti, egli fu dei migliori, o forse il migliore fra i re longobardi.
Pemmone, duca del Friuli, avea sposato Ratberga; e sebbene essa, nata rusticamente e brutta, più volte lo esortasse a lasciarla e prendersi altra moglie da par suo, la preferì perchè modesta e savia, e dal loro connubio nacquero Rachi, Racait e Astolfo, che Pemmone fece educare coi figliuoli di que' nobili che erano periti nel conflitto cogli Schiavoni. Rachi sì buon nome levò, che alla morte di Liutprando i Longobardi deposero Ildeprando collega di questo, e lui fecero re. Ricevuta la lancia del comando, Rachi si trovò in rotta non solo coi Romani e coi Transalpini, ma anche coi Longobardi del mezzodì, avvegnachè nel 746 pubblicava divieto di deputare messi a Roma, Ravenna, Spoleto, Benevento, nonchè in Francia, in Baviera, in Alemagna, in Avaria, in Grecia[194]. Al contrario Zacaria papa riceveva omaggio dai nuovi regni che si fondavano in Alemagna e in Inghilterra, e accolse san Bonifazio apostolo della Germania dandogli conforti a convertire il Settentrione, che ricevendo la fede da Roma, al pontefice prestava un omaggio illimitato. Zacaria, istruito che Rachi, rotta una tregua giurata, tornava sopra la Pentapoli, andò a trovarlo a Perugia, e non solo il distolse, ma gli toccò il cuore per modo, che poste la moglie Tasia e la figlia Rotrude (749) in un monastero, egli andò a chiudersi in quel di Montecassino, ove pur dianzi erasi ritirato Carlomanno, fratello del maggiordomo di Francia[195].
Astolfo fratello di Rachi, portato al regno dal pubblico voto, ripigliò le ostilità coi Greci; e sicuro in armi, le menò con tanta fortuna, che in due anni (752) si rese padrone dell'Esarcato e della Pentapoli; e per togliere alla conquista il carattere di passeggera, mutò la sede da Pavia all'imperiale Ravenna. L'esarca Eutichio rifuggì a Napoli, e fu l'ultimo che governasse l'Italia greca; perciocchè i possessi rimasti all'Impero furono divisi ne' temi o distretti di Sicilia e Calabria; i duchi di Napoli, Gaeta, Bari ed altre città operavano omai di balìa propria, sotto la nominale supremazia dello stratego siciliano.
Il posseder Ravenna parve ad Astolfo ragione valevole per attirarsene tutte le dipendenze e Roma stessa; onde intimò al senato e al popolo romano prestassero a lui l'obbedienza che soleano al signor di Ravenna; e sostenne l'intimazione con grosse armi. Il nuovo papa Stefano II con regali e preghiere lo indusse ad una pace di quarant'anni: ma scorsi quattro mesi appena, Astolfo la guastò, e impose ai Romani un annuo tributo, fintanto che non gli piacesse annestare quel ducato al suo reame. Il papa ricorse dapprima alle devozioni, conducendo per Roma una processione, dove egli stesso, a piè scalzi, portava una delle immagini di Cristo non fatte a mano; e il popolo, asperso di cenere e gemebondo, seguiva una croce, alla quale erasi appeso l'accordo della pace violato dai Longobardi. Inviò poi l'abate di Montecassino ed altri sacerdoti che chiamassero il principe a migliori consigli; ma Astolfo li trattò d'alto in basso, ingiungendo tornassero ai loro conventi senza tampoco rivedere il papa. L'imperatore Costantino Copronimo, il quale incaparbito d'abolire le immagini, avea molestato senza posa il pontefice per cui mercè l'autorità sua erasi conservata in Italia, allora non fece che spedire con lettere Giovanni Silenziario. Il papa volle accompagnato dal proprio fratello il messo a Ravenna, unendo nuove suppliche ad Astolfo perchè restituisse l'Esarcato ai Greci: ma non che badarvi, costui raddoppiava armamenti e minacce come leon fremente, asserendo che i Romani tutti passerebbe a fil di spada se non si sottomettessero al suo dominio[196]. Stefano scrisse da capo all'imperatore parole da quel bisogno, acciocchè, secondo le iterate promesse, venisse a difendere l'Italia[197]: ma questo, più che de' Musulmani, più che de' Longobardi, brigavasi di sillogizzare contro il culto delle immagini, ed uccidere i monaci che le difendevano.
Che più restava al papa? Memore di Gregorio III, si volse a Pepino il Piccolo, figlio di Carlo Martello e succedutogli come maggiordomo de' Franchi; e questi l'ascoltò più volonteroso del padre, e spedì un duca Autari e un vescovo invitandolo a condursi di là dall'Alpi. Il papa, coi messi Franchi e col reduce Giovanni Silenziario, fu alla corte longobarda per un'ultima prova: ma rimanendo Astolfo ostinato al proposito, Giovanni tornò disconchiuso in Oriente, Stefano prese la via di Francia.
Come avranno guardato questa gita i contemporanei, e specialmente gl'Italiani?
Da una parte vedevano essi gl'imperatori di Costantinopoli, che possedevano l'Italia, non come legittimi successori dei Cesari antichi, ma per conquista, e da conquista la trattavano, conculcando gli antichi privilegi; dall'altra, re stranieri armati e sbuffanti, che giurano e spergiurano, devastano città, sterminano popolazioni, mettono a spada e fuoco. Rimpetto a costoro, vecchi sacerdoti eletti dal popolo e tra il popolo, pregano, scrivono, fan processioni, mandano ambasciate, vanno in persona ad implorare nient'altro che pace e giustizia; al più mettono insieme un pugno di armati per pura difesa. Fra questi tre, intenti a conservare o sottomettere il nostro paese, stanno milioni d'Italiani, la cui sorte si decideva nei coloro dibattimenti, e che col papa pregavano e piangevano; dal re e dall'imperatore erano spogliati ed uccisi. Quanto non avevano sofferto sotto quel dominio, greco, lontano, irresoluto, arrogante, tiranno delle coscienze, peggiorato dalla ingordigia e prepotenza dei ministri, i quali non isdegnavano farsi satelliti ed assassini per obbedire! quanto non avrebbero dovuto soffrire cadendo sotto questi altri Longobardi, che ai loro fratelli toglievano e leggi e terre e magistrati e la compiacenza del nome italiano! Perocchè i Longobardi, come avviene di un governo militare, in tanti anni di dominio non s'erano punto naturati al nostro terreno, e il nome loro sonava così terribile, che i paesi cui si accostassero avventavansi alle armi per quanto lungamente disusate, onde respingere le stragi e l'oppressione serbate ai vinti.
Se speranza di risorgimento, o almen di sollievo restava agl'Italiani, non potevano appoggiarla se non su quel pontefice, che da lungo tempo consideravano come loro rappresentante, tutore dei loro diritti, l'unico che sapesse consolare gli oppressi e intimar giustizia agli oppressori; pontefice, che pel carattere suo doveva essere più giusto, più mansueto; che faceva ancora venerato a tutte le nazioni quel nome romano che, per altrui cagione, era in estremo vilipendio.