In quei tempi ordinati e sonnolenti, nei quali la dotta inerzia non sapeva aspettar bene se non dai re, gli scrittori serbarono ogni simpatia e raffinarono ogni sofisma a favorire il concentramento dei poteri e l'onnipotenza delle corone, e quindi non rifinivano d'imprecare al pontefice, il quale, col chiamare i Franchi, impedì che tutta Italia cadesse sotto la dominazione de' Longobardi. Per noi sussiste un altro criterio, il voto del popolo[198]; e lo storico imparziale deve guardare qual fosse la causa, il cui trionfo scemasse le lacrime e le ingiustizie tra la moltitudine.

Dopo undici secoli stando tranquillamente a narrare le vicende d'allora, si può intrepidamente riprovare i padri nostri perchè non si siano sottomessi in tutto ai Longobardi, lo che avrebbe dato all'Italia quell'unità che, fra i patimenti conseguita, rese poi forti e stimate Francia ed Inghilterra mercè la dominazione di Barbari. E forse argomentarono così quegli stessi, che non hanno abbastanza lacrime per deplorare la caduta dell'imperio romano, o abbastanza ira contro lo straniero che oggi volesse sottomettersi una nuova provincia, anzi una sola fortezza italiana. Poniamo che costoro conoscano di certa preveggenza come sarebbero procedute le cose: ma se i re si tengono in diritto di sagrificare la generazione presente per l'avvenire, se imprese micidiali riescono a vantaggio, chi potrà pretendere che un popolo volontariamente si sottometta a crudelissima oppressione in vista d'un avvenire che non conosce, e della prosperità che possa derivarne ai nipoti?

Ma sarebbe derivata? Se i Longobardi spegnevano in Italia i resti della civiltà romana, sarebbe uscita mai di qui la luce che poi irradiò la restante Europa? Se sulla ragione politica inesperta e feroce di quei tempi non avesse dominato quel potere moderatore che allora la Chiesa assunse anche nelle cose temporali, sarebbero, di sotto all'irrefrenato dominio militare, giunte a ben composta nazionalità la nostra e neppur le altre genti?

Chiudere gli occhi a ciò che fu, per almanaccare ciò che avrebbe potuto essere, non è da storico: ma chi deplora le miserie posteriori della nostra patria, condotte da troppo fieri casi e da infamie e violenze che sono scritte nel libro dell'ira di Dio qual espiazione o preparamento, deh voglia avvicinarsi a quei tempi, e vedere come, col non lasciar cascare tutta Italia sotto i Barbari, e col farla poi centro del rinnovato Impero, vi si sieno conservate le istituzioni antiche e le migliori tradizioni dell'intelletto e della vita; le quali appurate, le fruttarono commercio, dottrina, incivilimento, libertà, e il vanto di star maestra e modello delle altre nazioni. Ora questo splendido rinnovamento saria stato possibile sotto il dominio uno, fiero, avvilente degli stranieri?

E se l'Italia non fu una, chi vorrà riportarne la causa fin a quei tempi e a quel dominio? Non era stata una sotto il goto Teodorico? e la costui origine e la personale inclinazione agevolavano la mistione coi vinti: eppure quel dominio fu abbattuto non da nuovi Barbari, ma dalla pretesa restaurazione romana, da ciò che poi fu pompeggiato col titolo di nazionalità. Avrebbe ella retto allo sminuzzamento, che dappertutto recò di poi la feudalità? avrebbe retto ai micidiali amori degli stranieri, quando nel secolo XVI Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, Ungheresi, Svizzeri, Turchi vennero a saziar l'ambizione e l'avidità sulla patria nostra, mentre da Roma echeggiava inutile il grido di Giulio II perchè si cacciassero i Barbari?

Nè i Longobardi si erano messi in via di congiungere tutta Italia. Sulle prime li vedemmo persecutori del clero; e anche il loro duca Gumaritt, devastata tutta la maremma volterrana, obbligò san Cerbone vescovo di Populonia a ricoverare col suo clero nell'isola d'Elba, come quel di Milano era rifuggito a Genova. Dappoi, quantunque convertiti alla fede romana, e abbondanti in devozioni e monasteri, tennero il clero in gelosa tutela, quale appena soffrirebbero i moderni[199]; l'ambizione di estendere sopra nuovi paesi, pel solo diritto della conquista, il mal governo che facevano della Longobardia, li pose in urto col pontefice; e poichè questo era dai Romani considerato come il loro rappresentante, doveva ne' soggiogati crescere l'aborrimento verso una nazione che con minaccie ed armi rispondeva alle preghiere e ai consigli di quello. Nella contesa, il clero, diffuso fra gl'italiani per mitigare i guai che toccano al vinto, riceveva come suoi gli affronti fatti al suo capo, ed abituava i fedeli a risentirsene, come le membra patiscono dei colpi dati alla testa.

Se poi i liberatori tutti del nostro paese, da allora fin a jeri, sempre ricorsero a stranieri, sempre, è una di quelle complicazioni, che è facile e perciò consueto battezzare col nome di fatalità.

Senza dunque addebitare a un popolo le lontane e incerte conseguenze del suo procedere, a noi pare che, pel diritto imprescrittibile della conservazione, lo Stato romano, minacciato di cadere in servitù straniera, potesse difendere la propria indipendenza, appoggiandosi a chi glie l'assicurava.

In Francia Pepino il Piccolo, nella saldezza dei trentasett'anni, vincitore di molte guerre, temuto dai vassalli, caro al popolo e ai soldati per modi affabili, al clero per averlo rintegrato delle usurpazioni di suo padre, di re aveva tutto fuorchè il nome; già i Franchi notavano gli atti cogli anni del suo principato; a lui solo volgeano le domande e i richiami; a lui ogni onoranza; i grandi del regno un dopo l'altro erano venuti a sua dipendenza, e dal giuramento di fedeltà restavano legati ad esso, più che agl'imbelli discendenti di Clodoveo. La nazione, che, come tutte le germaniche, conservava il diritto di elegger il capo, voleva ormai che la finzione facesse luogo alla realtà, e il titolo di re avesse chi di re esercitava l'autorità; onde Pepino si fece ungere dal più riverito sacerdote d'allora, san Bonifazio apostolo della Germania.

La nuova dinastia Franca era così avvicinata al papa, sì per l'antico titolo di cristianissima, sì perchè recentemente consecrata, e sì pel missionare che facea le genti idolatre. Quando dunque Stefano II venne per soccorsi, il nuovo re mandò fin a San Maurizio incontro al pellegrino apostolico il figlio Carlo, che poi dovea dirsi Magno, il quale ne precedette il carro a piedi fino alla sua casa di Pontion. Ivi Pepino scavalcato si umiliò davanti a lui come a capo della Chiesa, coi figli e i grandi del suo seguito; e condottolo ad alloggio nella badia di san Dionigi, gli prodigò assistenza durante una malattia cagionata dai crucci dell'animo e dagli stenti del viaggio. Il papa prostrossi con tutto il clero coperto di cenere e cilizio davanti a Pepino finchè n'ebbe promessa di soccorsi: allora per riconoscenza unse di nuovo re de' Franchi lui e i due figli Carlo e Carlomanno, e li intitolò patrizj di Roma.