Come tale, Pepino diveniva protettore uffiziale della santa sede, e obbligato a soccorrerla contro i Longobardi. Ma prima di respingerne l'armi coll'armi volle esperire le vie amichevoli, e spedì a re Astolfo, esibendo dodicimila soldi d'oro se rinunziasse alla Pentapoli ed altre terre[200]; ricusato (753), fece proclamare la guerra. Al bando accorsero i signori Franchi in grosso numero; forzarono il passo di Susa che da cencinquant'anni separava i due popoli rappacificati, e chiusero Astolfo in Pavia, il quale allora si piegò ad un accordo, obbligandosi di rimettere a Pepino l'Esarcato e la Pentapoli (754). E Pepino li donò alla repubblica e alla Chiesa romana ed a san Pietro, cioè a dire al pontefice, il quale fu rimesso in Roma.
Tale principio ebbe la dominazione temporale dei papi, i quali, sebbene capi della Chiesa, non aveano fin allora veruna sovranità, essendo il regno loro assiso altrove che in terra. È un sogno di tarda composizione il dono che Costantino il Grande fece a papa Silvestro, ma sta che i papi teneano vaste possessioni; al tempo di Gregorio Magno contavano ventitrè patrimonj in Italia, nelle isole del Mediterraneo, in Illiria, in Dalmazia, in Germania e nelle Gallie; e basti nominare quello estesissimo delle alpi Cozie, che alcuno vorrebbe abbracciasse anche Genova e la Riviera di ponente. In questi tenimenti, giusta il diritto romano, aveano giurisdizione sopra i coloni, e per conseguenza magistrati, appelli, prigioni; anche altrove, nella trascuranza dei lontani imperatori, esercitavano qualche atto di sovranità; e porzione ne godeano in Roma come primi cittadini. Solo però la donazione di Pepino collocò i papi fra i principi della terra: e poichè sopra di essa fondasi il dominio più antico d'Italia, e tanto ne restò avviluppata la successiva fortuna del nostro paese, dovette naturalmente fermarvisi l'attenzione degli storici e de' pubblicisti.
L'atto della donazione di Pepino, qual lo abbiamo, olezza d'adulterino; pure del fatto non lasciano dubbio i cronisti, univoci in attestarlo, e una serie di conferme fattene poco dappoi. Abbracciava essa Ravenna, Rimini, Pesaro, Cesena, Fano, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col castello Sussubio, Montefeltro, Acceragio, Monlucati, Serra, Castel San Mariano (forse San Marino), Robbio (diverso da quel di Liguria), Urbino, Cagli, Luculli, Agobio, Comacchio; aggiungendovi Narni, che da molti anni i duchi di Spoleto aveano spiccato dal ducato romano. Leone ostiense[201] vi comprende anche quant'è da Luni al distretto Suriano colla Corsica, di là fin a Monte Bardone, poi a Berceto, Parma, Reggio, Mantova, Monselice, la Venezia e l'Istria, e i ducati di Spoleto e Benevento. Esagerazione destituita di prove: ma in senso opposto taluni pretesero la donazione importasse unicamente il dominio utile dei beni compresi in quel tratto, non già la sovranità riservata da Pepino per sè e successori suoi; o se pure comprendeva anche la sovranità, non si applicasse però che quanto all'utile dominio. Come ciò, se in appresso i Longobardi e l'arcivescovo di Ravenna, venendo in rotta col papa, gli sottrassero la giurisdizione e non i dominj? Inoltre noi vediamo i papi giudici e funzionari nelle città donate, e dire la nostra città di Roma, il nostro popolo romano[202], conoscendo d'essere sottentrati in luogo e stato dell'antico esarca. Anzi potrebbe dimostrarsi che, prima della donazione di Pepino, i papi già esercitavano giurisdizione in molti di que' paesi per un consenso popolare, al quale Pepino rendeva omaggio chiamando restituzione il suo dono[203].
Bensì a torto argomenta chi, trasportando a quel tempo le idee del nostro, pretende incontrarvi una precisa distinzione di diritti e di poteri, di dominio utile e governo politico. Il proprietario, come tale, compiva ne' suoi possessi alcuni atti di sovranità, mantener l'ordine, rendere giustizia, menare gli uomini in guerra; intanto che il signor supremo vi riscoteva imposte, mandava sindacatori; e qual dei due più fosse per indole robusto, più larga porzione facevasi nel dominare.
Composte le cose d'Italia, Pepino rivalica le Alpi: ma Astolfo, che al trattato aveva accondisceso soltanto per forza o per guadagnar tempo, raccolse fretta fretta i suoi Fedeli, mosse sopra Roma con quei di Benevento, e l'assediò sbraveggiando: — Apritemi porta Salaria, ch'io entri in città, e datemi il papa, se volete ch'io usi misericordia verso di voi; altrimenti diroccherò le mura, ammazzerò voi di spada, e vedrò chi venga a torvi dalle mie mani». I Romani, bene conoscendo i proprj interessi e la fede di lui, ripulsarono la proposta; e mentr'egli a man salva devastava le circostanze di Roma, e dai cimiteri traeva ossa di santi «con gran detrimento dell'anima sua», i cittadini, tacciati così leggermente di codardi e imbelli, durarono l'assedio per cinquantacinque giorni col coraggio ch'era rinato in essi fra le prove delle ultime resistenze.
Il papa diresse a Pepino una lettera in nome di san Pietro, esortandolo a liberare il suo sepolcro e il suo successore, sotto minaccia di castighi temporali ed eterni. E tosto Pepino ripassa le Alpi, e mentre i nemici l'aspettano alle Chiuse, egli gira alle loro spalle, ed assalta Pavia. Astolfo, costretto a retrocedere in diligenza per difendere la sua capitale, compra la pace con un terzo de' proprj tesori, e col sottoporsi all'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro; oltre obbligarsi di nuovo anche con ostaggi a rilasciare al papa la possessione dell'Esarcato e della Pentapoli.
Deputati suoi, insieme con Fuldrado abate di San Dionisio di Parigi, girarono per le città dell'Esarcato e della Pentapoli raccogliendo gli statici fra i principali paesani; indi passati a Roma, sulla tomba di san Pietro deposero le chiavi d'esse città e la donazione di Pepino; il quale poi giuntovi in persona, fu ricevuto come liberatore. Agli ambasciadori venuti da Costantinopoli per indurlo a restituire all'Impero le terre già greche, ricevendo le spese della guerra, replicò non aver combattuto a pro di quello, e potere di esse disporre a suo grado come di buon conquisto. Poi subito tornò in Francia, o per non recare maggior ombra ai Greci colla sua vicinanza, o perchè forse scaduto pe' suoi Fedeli il tempo di restar in campagna. Abbiasi a ciò riguardo prima di lodare di generosità o censurare di dabbenaggine Pepino, che lascia sussistere i vinti, e non pianta fra loro le leggi sue ed il dominio.
Astolfo non aveva mandato ancora ad esecuzione il trattato, quando morì per una caduta da cavallo: lodato fra i migliori re dei Longobardi, veneratore delle reliquie; delle quali molte trasportò dalla Romagna a Pavia, fabbricò chiese e oratorj, largheggiò coi monaci, tra le cui braccia spirò; eppure di sua morte il pontefice esultava, come di quella d'un persecutore[204]. Suo fratello Rachi uscì dal chiostro per brigare di nuovo la corona, e si pose a capo d'un esercito; ma il voto d'altri guerrieri gli preferì Desiderio duca dell'Istria[205], il quale per toglier via il competitore domandò appoggio dal papa, promettendogli perpetua fedeltà, e non solo eseguir a puntino le promesse di Astolfo, ma di aggiungere alle altre terre Faenza, Imola col castel Tiberiano, Gavello e il ducato di Ferrara. Come l'abate Fuldrado e il conte Ruperto ebbero di ciò giuramento, fu intimato a Rachi, in virtù dell'obbedienza monacale, tornasse al devoto ritiro, e ai Longobardi annunziato che l'esercito romano e franco sosterrebbe all'uopo i diritti di Desiderio (757), il quale così venne confessato re.
Moriva quell'anno Stefano II; e Paolo, suo fratello e successore, promise a Pepino amicizia e fedeltà, e chiese a Desiderio adempisse le promesse. Invano: costui aveva operato a malizia, e appena assicurato del regno, ripigliò il perpetuo disegno de' suoi predecessori di sottomettere tutta Italia. Fatta dunque la maggior levata di gente che potè, e fidandosi nel sapere Pepino occupato in sanguinosa guerra coi Sassoni, mandò a sperpero la Pentapoli, surrogò suoi ligi a Liutprando ed Alboino duchi di Benevento e di Spoleto, che a quello aveano fatto omaggio; e affiatossi in Napoli con un segretario greco, perchè l'imperatore mandasse un potente esercito, al quale egli congiungerebbe le sue forze per recuperare Ravenna, e una flotta per prendere Otranto, ove Liutprando resisteva.
Il papa non indugiò a dare contezza dei preparativi a Pepino, nuovo Mosè, David nuovo; e questo spedì ambasciadori, i quali rannodarono la pace colle condizioni già imposte ad Astolfo; sicchè essendo allora comparsa la flotta greca per ricuperare essa città, Romani e Longobardi si trovarono congiunti a respingerla. Malgrado l'armonia apparente, Desiderio non volle mai restituire le città occupate, per lamenti che il papa levasse; favoriva anzi lo scisma dell'arcivescovo di Ravenna, contumace alla Chiesa romana: talchè prevedevasi inevitabile la guerra, che fu indugiata solo dall'esser morti quasi contemporaneamente il pontefice e Pepino.