CAPITOLO LXVIII. Fine del regno longobardo. Rinnovasi l'impero d'Occidente.
Pepino morendo spartì il regno fra i due figliuoli (768), già unti re dal papa. Carlo, maturato nei campi e nel governo, era alto e maestoso di presenza, robusto a qual fosse fatica, vivace nel conversare, indomabile dai disastri come dalle venture, perseverante ne' propositi, rispettoso alla religione, amico delle scienze, insegnato in quanto si sapeva a' suoi dì; e dal personale suo carattere forse più che da altro provenne l'efficacia che esercitò sui contemporanei, i quali gli applicarono il titolo di Magno, che la posterità gli confermò.
Carlomanno all'incontro, tentennante e sospettoso come i mediocri, lasciavasi raggirare; e alcuni, pagati a tal uopo dal re de' Longobardi, lo subillavano contro il fratello, al quale insidiò perfino la vita. Poco tardò a morire (771), lasciando due bambini; e poichè il diritto germanico non considerava i popoli come una proprietà da ereditarsi, bensì la dignità regia come una magistratura liberamente affidata dal voto comune, i vassalli dell'estinto elessero re Carlo[206], che per tal modo si trovò a capo del più poderoso Stato d'Europa. E cominciò una serie di guerre e di ordinamenti, che lo elevarono al posto più sublime nella storia del medioevo.
Desiderio re de' Longobardi, al morire di Pepino avea sperato rifarsi dei danni patiti sotto di questo: ma come le prime imprese di Carlo Magno lo chiarirono che costui non iscattava dal vigore e dall'abilità paterna, pensò avvicinarsegli. Fe dunque esibirgli in isposa sua figlia Desiderata o Ermengarda, e chiederne la sorella Gisela pel proprio figlio e collega Adelchi: ma un accordo che poteva mettere a repentaglio i temporali interessi della santa sede e dell'Italia, spiaceva a papa Stefano II, il quale scrisse a Carlo violente parole perchè non desse ai sudditi e al mondo lo scandalo di contrar doppie nozze, e ripudiare Imiltrude, nobile Franca, onde unirsi con quest'altra di una rea progenie, da Dio esecrata e infetta di lebbra; nè ad uno, cui soltanto per sua mercede era conservato il regno volesse concedere quella suora sua che aveva negata al greco imperatore. Berta, madre di Carlo, che non secondo la politica ma secondo il cuore giudicava di queste nozze, venne ella medesima in Italia per ridurle a compimento; a Roma forse favellò col papa, promettendo fargli da Desiderio cedere alcune delle terre occupategli (770); e se il legame fra Gisela e Adelchi non si effettuò, Berta menò Ermengarda di là dall'Alpi. Sventurata fanciulla, che coi dolori e coll'umiliazione dovea scontare il breve gaudio d'essersi seduta accanto al maggior re.
In Romagna essendo cessati il dominio degl'imperatori e le magistrature greche, sempre più rivaleva il sistema municipale; e le primarie famiglie aveano colle cariche, le ricchezze, la forza, acquistato predominio sopra le altri classi, e concentrata in sè l'elezione dei consoli, succeduti ai decurioni, e spesso quella dei prelati. Singolarmente pretendeano aver mano alla nomina dei papi; e massime da che questi erano divenuti principi, la cattedra di San Pietro eccitava l'ambizione, sicchè esse famiglie fin alla violenza ricorrevano per occuparla.
Morto Paolo (767), Totone duca di Nepi e tre suoi fratelli congiunsero le loro masnade (scholæ), e a forza fecero proclamar papa uno di loro, per nome Costantino, laico ancora; e costretto Giorgio vescovo di Palestrina ad ordinarlo, e collocatolo in Vaticano, giurargli fedeltà dal popolo romano. L'intruso cercò l'amicizia di Pepino che ancora viveva, e che impegnato in guerre, non poteva prendersi pensiero dell'Italia. I Romani mal soffrivano la carpita elezione; e il primicerio Cristoforo con suo figlio Sergio, dignitario della Chiesa, sotto colore di rendersi monaci, fuggirono ai Longobardi della bassa Italia, chiedendone il braccio per isbalzare Costantino.
Afferrò l'occasione Teodicio duca di Spoleto; e consenziente re Desiderio, diede una schiera de' suoi, comandati da un Valdiperto, il quale erasi assunto di tradire la città a' suoi nazionali. In effetto Roma è presa; ucciso il duca Totone accorso al riparo; Passivo, altro fratello, è col papa fatto prigioniero; e fra lo scompiglio della straniera invasione, Valdiperto trae un prete da un monastero, e grida: — Abbiamo pontefice Filippo; san Pietro lo elesse».
Però quel primicerio Cristoforo, insospettitosi delle intenzioni de' Longobardi, che sì improvvidamente egli aveva invocati, subillò molti Romani contro del nuovo pontefice; onde, depostolo come illegalmente eletto, ne' modi canonici nominarono Stefano III. Un concilio raccolto in Laterano dichiarò decaduto Costantino, che privato degli occhi, si presentò ai padri congregati, invocando pietà e confessandosi in colpa; eppure fu battuto a verghe, cassi gli atti del suo pontificato, messo a penitenza per tutta la vita; insieme si proibì che verun secolare mai fosse promosso a vescovo o papa, nè laico o militare assistesse alle elezioni; anzi, duranti queste, nessuno venisse a Roma dai castelli di Toscana e di Calabria, nè vi portasse armi o bastoni. Anche a Valdiperto, convinto traditore, furon cavati gli occhi.
Cristoforo e Sergio, deputati dal pontefice, si presentarono a Desiderio per ridomandargli i beni e le rendite spettanti alla santa sede[207]; e Desiderio li pascolò di parole, dicendo verrebbe in persona a ragguagliare le differenze. Ma mentre così addormentava, guadagnossi Paolo Assarta camerlengo papale, che insusurrando il pontefice contro Sergio e Cristoforo, l'indusse a farli mal capitare.
Questi due fratelli appajono agitatori d'una politica irrequieta nel fine, improvvida nei mezzi, ma in ogni atto avversi alla dominazione longobarda. Ora avvistisi del pericolo non tanto proprio, quanto della patria, essi gridarono all'armi ed afforzarono la città per guisa, che Desiderio, allorquando comparve presso i sette colli sperando esservi accolto, trovò ferma resistenza. Si volse allora all'inganno, ed invitò il papa al suo campo, affine di potersi concordare sulle giustizie e le ragioni da restituire alla Chiesa; e mentre quegli era fuori, Assarta sommosse Roma contro Cristoforo e Sergio, e già davasi mano ai ferri, se il papa tornando non avesse sospeso i colpi.