Desiderio, sempre sleale, invitò il pontefice a nuovo colloquio in San Pietro, posto allora fuor delle mura; e quivi, chiuse le porte della basilica, lo fece sostenere, ed obbligollo a mandar ordine a Cristoforo e a Sergio, — Deponete le armi, ed o venite a me o ritiratevi in un convento». Quelli voleano mantenersi in posto colla forza; ma abbandonati dai fazionieri, uscirono al papa, che, reso alla libertà, lasciò nella chiesa i due fuorusciti, acciocchè, fattosi notte, rientrassero in Roma senza pericolo; ma Desiderio, violando la santità dell'asilo, ne li strappò, e li fe accecare[208].

Lieto d'essersi vendicato di que' suoi nemici, Desiderio diede volta senza nulla restituire. Il pontefice trovavasi tanto più scoraggiato, in quanto non poteva sperare appoggio dal re Franco, genero del longobardo: se non che poco tardò a mettersi resia fra i due. Carlo, fra le cui virtù non era la costanza in amore, s'annojò ben presto della sposata Ermengarda (771), e rinviolla al regio padre, menando invece Ildegarda principessa sveva. L'affronto toccò nel vivo Desiderio; e poichè Gerberga, vedova di Carlomanno, era coi figliuoli rifuggita a lui per cansare le insidie che temeva dal cognato, egli proclamò i diritti dei due orfani alla paterna eredità, e domandò al pontefice gli ungesse re de' Franchi, onde poterli opporre al genero infedele.

Succedeva allora papa Adriano (772), figlio di Teodulo duca di Roma, lento nel prendere un partito, tenacissimo nel mantenerlo; e conoscendo che non era di competenza del papa l'eleggere il re di libera gente, tanto più che ciò attizzerebbe la guerra civile, rispose al Longobardo che, come pontefice, volea vivere in pace con tutti i Cristiani; del resto potea ben poco fidarsi d'un principe, che al suo predecessore aveva fallito tutte le promesse. Desiderio sbuffante si mosse per ottenere l'intento colla forza, occupò altre città della Pentapoli, bloccò Ravenna, devastò i contorni di Sinigaglia, Montefeltro, Agobio, piombò sugli abitanti di Blera intenti alla mietitura, e uccisi i principali, portò via roba e bestiame; indi occupata Otricoli, difilò sopra Roma.

Adriano, fatta vana opera di stornare quel nembo, convocò i popoli della Toscana, della Campania, del Perugino, della Pentapoli, e li trovò dispostissimi nel voler resistere[209]; ma conoscendo non varrebbe quella leva tumultuaria contro un esercito ordinato, imitò Zacaria invitando Carlo Magno: venisse, e proteggesse quella Chiesa di cui, come patrizio, era uffiziale patrono. Carlo tentò indurre Desiderio a cedere a denaro le usurpazioni: avutone un niego, mandò il bando delle armi, ed a' suoi Fedeli radunati in Ginevra espose l'oppressura del pontefice, e la guerra civile che Desiderio tentava suscitare in Francia; talchè a comun voce stanziarono l'impresa.

Carlo giganteggia talmente fra' suoi contemporanei, che l'immaginazione colpita ne formò il tipo delle virtù cristiane ed eroiche, quali le concepiva il medioevo. Ed un cronista, raccogliendo una tradizione vulgare, così racconta la calata di esso in Italia: «Oggero il danese, stato grande nel regno de' Franchi, era rifuggito a re Desiderio. Quando intesero che il tremendo monarca calavasi in Lombardia, essi due salirono sopra ecccelsa torre, donde veder lontano e d'ogni parte; ed ecco da lungi apparir macchine di guerra, quante sarieno bastate agli eserciti di Dario o di Cesare. Desiderio chiese ad Oggero: Carlo è con quel grande stuolo? — No, rispose egli. Poi vedendo innumera oste di gregarj, raccolti da tutte le parti del vasto impero, il Longobardo disse ad Oggero: Sicuramente Carlo si avanza trionfante in mezzo a quella folla. — Non ancora, nè apparirà sì tosto, rispose l'altro. E che farem dunque, ripigliò Desiderio inquieto, s'egli viene con maggior numero di guerrieri? — Voi vedrete qual è allorchè arriverà, ripetè Oggero: ma che fia di noi l'ignoro. E mentre discorrevano mostrossi il corpo delle guardie che mai non conobbe riposo; a tal vista il Longobardo, preso da terrore, esclamò: Certo questa volta è Carlo. — No, rispose Oggero, non ancora. Poi vengono dietro vescovi, abati, i cherici della cappella reale e i conti; e Desiderio, non potendo più nè sopportare la luce del giorno nè affrontar la morte, grida singhiozzando: Scendiamo, nascondiamoci nelle viscere della terra, lungi dal cospetto e dall'ira di sì terribile nemico. Oggero tremante, sapendo a prova la potenza e le forze di Carlo, disse: Quando vedrete le messi agitarsi d'orrore ne' campi, il Po ed il Ticino flagellar le mura della città coi fiotti anneriti dal ferro, allora potrete credere che Carlo arrivi. Finito non aveva queste parole, che si cominciò a vedere da ponente come una nube tenebrosa sollevata da borea, che convertì il fulgido giorno in orride ombre. Ma accostandosi l'imperatore, il bagliore di sue armi mandò sulla gente chiusa nella città una luce più spaventevole di qual si fosse notte. Allora comparve Carlo stesso, uom di ferro, coperto la testa di morione di ferro, le mani da guanti di ferro, di ferro la ventriera, di ferro la corazza sulle spalle di marmo, nella sinistra un lancione di ferro ch'e' brandiva in aria, protendendo la destra all'invincibile spada; il disotto delle coscie, che gli altri per agevolezza di montare a cavallo sguarniscono fin delle coreggie, esso l'aveva circuito di lamine di ferro. Che dirò degli schinieri? tutto l'esercito li portava di ferro; non altro che ferro vedevasi sul suo scudo; del ferro avea la forza e il colore il suo cavallo. Quanti precedevano il monarca, quanti venivangli a lato, quanti il seguivano, tutto il grosso dell'esercito aveano armi simili, per quanto a ciascuno era dato; il ferro copriva campi e strade; punte di ferro sfavillavano al sole; il ferro, sì saldo, era portato da un popolo di cuore più saldo ancora; il barbaglio del ferro diffuse lo sgomento nelle vie della città: Quanto ferro! deh quanto ferro! fu il grido confuso di tutti i cittadini. La vigoria delle mura e dei giovani si scosse di terrore alla vista del ferro, e il ferro confuse il senno de' vecchi. Ciò che io, povero scrittore balbeticante e sdentato, fei prova di dipingere in prolissa descrizione, Oggero lo vide d'un'occhiata, e disse a Desiderio: Ecco quello che voi cercate con tanto affanno; e cascò come corpo morto».[210].

A quel che la fantasia riproduceva in immagini, il raziocinio accompagna gli argomenti, pei quali Carlo Magno dovea prevalere facilmente in Italia. Era questa sbranata tra varj possessori: de' quali i Greci non avevano che pretensioni senza forza nè volontà di sostenerle; i papi invocavano i Franchi; i Longobardi dovevano schermirsi dall'odio de' natii, irreconciliabili a questo governo militare.

In Francia, l'essersi i Barbari collegati ai sacerdoti assodò il poter regio, intorno al quale il tempo e i casi doveano poi restringere gli altri sociali elementi per costituire la potenza nazionale: nell'Italia, al contrario, dissociata la forza dall'opinione, dal potere ecclesiastico il politico, com'era possibile il fondersi degli invasori cogli indigeni? I principi Franchi inoltre, più ambiziosi e robusti, coi maneggi, colla guerra, col delitto, sottoposero i varj capitani e baroni: mentre fra' Longobardi sempre più s'invigorivano i duchi, piccoli sovrani ciascuno nel suo distretto, che consideravano il re niente più che come un primo fra i pari, come un loro creato; e ben lontani dall'assentirgli quell'assoluta potestà che unica sarebbe valsa a trascinarli in comuni imprese, non di rado si accordavano col nemico.

I re giuravano e spergiuravano; sempre inferiori nelle guerre, accettavano il trono a patti da un sovrano straniero; e come fanciulli testerecci, reluttavano petulanti appena si ritirasse quello, dinanzi a cui si erano fiaccamente piegati. Carlo, colla preponderante vigoria dell'indole sua, traeva esercito e duchi a decretare nelle assemblee ciò ch'era sua volontà, ad operare in campo colla confidenza di chi non bada che al comando. Come è degli uomini grandi, comprese quel che il tempo suo richiedesse: e non che cozzare coi sacerdoti e volerli fiaccare colla gelosia consueta ai deboli, si valse della loro potenza, e crebbe la propria col trarre a sè tutte le forze vive della società, e dirigerle al suo intento. Ed ora veniva preparato e deciso, non più, come Pepino, ad umiliare e restituir in dominio i Longobardi, ma a sterminarli, giacchè non sapevano rimanersi quieti.

Desiderio, oltre le forze reluttanti de' Romani, dei sacerdoti, de' proprj duchi, trovossi incontro la fazione di Rachi, che soffogata col rigore, spiava occasioni di vendetta. Appena s'intese la mossa di Carlo, molti Longobardi di Spoleto e di Benevento accorsero a Roma, facendosi tagliar i capelli alla romana, in segno di sottomettersi al papa; altri primarj spedirono a Carlo, sollecitando a liberarli da questo tiranno Desiderio, e promettendo consegnarglielo colle sue ricchezze[211]. Anche i duchi fedeli sapevano che il vincitore non torrebbe loro i possessi nè muterebbe la forma del regno, onde l'avere un re Franco poco differirebbe da quando aveano avuto re bavaresi.

Desiderio ci appare fiacco forse più de' predecessori, e in conseguenza temerario all'intraprendere e provocare, poi inetto a sostenersi e compire, vero modo di rovinar un regno; da nessuna legge possono indovinarsi i suoi intenti; solo ci restano larghissime donazioni a conventi in ogni parte d'Italia[212], quasi con ciò volesse illudere coloro che disgustava coll'osteggiar il papa: verso i re Franchi burbanzoso in parole, codardo in fatti; ai pontefici largo di promesse e mentitore; negli assalti contro di loro nè tampoco mostrò quella risolutezza, che tante iniquità giustifica o almeno ricopre. Accoglieva i malcontenti di Carlo; ma mentre la politica l'avrebbe consigliato a non aspettar in casa un nemico da lui medesimo provocato, per iscarsezza di mezzi o per paura di tradimenti si tenne sulle difese, destreggiando a seconda dell'attacco esterno e delle insidie interiori. Mentre dunque vedemmo i Goti cadere e rialzarsi, e far quasi compianta la loro caduta perchè generosa; inetta e vile fu quella de' Longobardi. Solo il prode figlio e collega Adelchi aveva munito le chiuse delle Alpi verso Susa di maniera che i signori Franchi cominciavano a mormorare degli indugi, più disposti, come fu sempre quella nazione, a perire in attacchi repentini che a superare colla perseveranza, quando un disertore, e chi dice un diacono Martino, additò un valico non custodito fra balze impervie (773). Un pugno di Franchi per di là prese alle schiene i Longobardi, che côlti da panico terrore, o forse inviluppati dal tradimento, sbrancaronsi lasciando quelle gole insuperabili, e senza più guardare in faccia al nemico, Adelchi si chiuse in Verona, Desiderio in Pavia colla moglie Ansa e la propria figliuola, e colla famiglia e i Fedeli di Carlomanno.