Giubilante dell'inaspettata ventura, Carlo infisse l'asta sul terreno d'Italia; prima che i nemici rivenissero dalla costernazione, assediò entrambe quelle città, e ajutato da intelligenze, le ebbe. Adelchi riuscì a fuggire a Costantinopoli; Desiderio, venuto in podestà del nemico, fu colla moglie condotto in Francia (774), e, chiuso nel convento di Corbia, terminò sua vita; della famiglia di Carlomanno non è più parola.

Mentre Pavia resisteva, Carlo erasi trasferito a Roma, dove ricevette gli onori che prima si tributavano al rappresentante dell'imperatore. Magistrati e nobili furongli incontro sino a trenta miglia coi gonfaloni; giù per la via Flaminia si stendevano le scuole de' Greci, de' Longobardi, de' Sassoni e d'altri, poichè di ogni gente affluiva colà tanto numero, da avervi distinto quartiere e formare comunità nazionali[213], godendo statuti proprj in quella di Roma, che un tempo ingojava; stuoli di fanciulli con rami d'ulivo e di palme osannavano quello che veniva nel nome del Signore.

Carlo, che v'era accolto non come re straniero, ma come patrizio, mutò l'abito Franco nella lunga tunica e nella clamide romana. Appena da un miglio lontano vide la croce, scavalcò, e pedestre si condusse al Vaticano, baciando ciascun gradino della scalea; in capo alla quale aspettavalo Adriano papa, che l'abbracciò, e a paro salirono all'altare, stando il re alla destra. Questi domandò poi d'entrare anche in Roma; e sebbene sulle prime il pontefice prendesse qualche ombra di quest'ospite guerriero, raffidato dalle sue assicurazioni lo introdusse con ogni maniera di solenni onoranze. Carlo seguì colà le commoventi cerimonie della settimana santa; poi confermò la donazione di Pepino, e la crebbe coll'aggiungervi il patrimonio di san Pietro: e l'atto, sottoscritto da lui, da vescovi, abati, duchi e grafioni del suo seguito, fu posto sulla tomba di san Pietro, e sotto al vangelo che solevasi baciare.

Terminava dunque il regno longobardo (568-774), che era durato meglio di due secoli sopra gl'italiani senza acquistarsene l'affetto, e senza dare un solo uom grande: terminava come quelle dominazioni forestiere, che per alcun tempo surrogano la forza al diritto, e possono farsi temere, non amare. Sopraviveva però il nome, giacchè Carlo s'intitolò re de' Longobardi[214]; presto frenò l'impeto de' suoi guerrieri; e poichè conduceva una gente che già s'era assicurata un'altra patria, non gli fu mestieri spogliare gli antichi possessori, come avevano fatto Eruli, Goti e Longobardi. Pose guarnigione Franca in Pavia; a molti nobili di sua nazione conferì feudi vacanti, gli altri e le dignità confermando ai primitivi signori, che non esitarono a giurarsegli ligi.

Non vogliasi supporre incruenta nè generosa la conquista di Carlo; e se crediamo a prete Andrea, cronista bergamasco, lodatissimo dal Muratori e avverso a Carlo Magno, «tanta fu in Italia la tribolazione, che altri di ferro, altri di fame straziati, e quali uccisi dalle fiere, ben pochi sopravissero pei vichi e per le città». Un altro cronista di Brescia racconta che in questa città resistette Potone, nipote di Desiderio; e il capitano Franco mandato ad assediarlo appiccò attorno alla città duemila abitanti della campagna per incutere spavento; poi come i difensori si arresero a patti, egli arrestò Potone e cinquanta nobili, e li fe decapitare: pari strage usò a Pontevico, e quali accecò, quali affogò nel fiume; a Brescia altri uccise perchè mostravano orrore del suo procedere[215].

Avvezzi com'erano alla fiacca sopreminenza degli ultimi re, i signori longobardi s'indispettirono di questa mano robusta che ne serrava il freno; e Arigisio duca di Benevento, genero di Desiderio eppure a' suoi danni collegato col papa, fe trama con Ildebrando duca di Spoleto, Rotgaudo del Friuli, Reginaldo di Chiusi, sollecitati da Adelchi, che da Costantinopoli, come ogni principe caduto, sognava il racquisto del trono. Papa Adriano, vigilante sugli interessi dell'amico e protettor suo, ne informò Carlo, il quale (776), prima che congiungessero le loro forze, menò una banda di volontarj (giacchè la stagione era troppo tarda per convocare a una spedizione l'esercito feudale), invase il Friuli, e sconfittone e ucciso il duca, vi pose il franco Marquardo, poi Unrico (Hunrok), i cui discendenti lo tennero sino al 924.

Anche gli altri duchi furono sottomessi; e a prevenire nuove rivolte, venne mutata l'amministrazione, fondandola sul feudo alla maniera Franca, e le vastissime giurisdizioni dei duchi dividendo in distretti, presieduti da conti. Solito delle conquiste, il buono e il meglio fu assegnato ai signori Franchi, tanto che del regno longobardo quasi altro non restò che il nome; la legislazione fu modificata dai Capitolari, ordinanze che obbligavano tutti gli abitanti nel regno, qual che ne fosse la nazione.

Di propria balìa conservavasi il ducato di Benevento, rifugio ai Longobardi che non sapessero chetarsi alla dominazione Franca: ed essendo cessata la supremazia dei re nazionali, quel duca Arigiso (774) si fece ungere dal suo vescovo, e assunse scettro e corona e titolo di principe sopra la nuova Longobardia, sopravissuta alla madre, e procurava or l'una or l'altra occupare delle confinanti terre greche e pontifizie.

Di questo potente irrequieto prendeva noja Carlo, sicchè per la quarta volta calatosi dalle Alpi, s'inoltrò minaccioso contro Arigiso. Questo spedì a far atto di sommessione e promettersi ad ogni voglia del re; ma perchè, non dandogli fede, Carlo procedeva, fuggì a Salerno, dove poi ottenne pace, ricevendo come feudo il ducato, ma scemo di sei città attribuite alla Chiesa. D'allora Arigiso si guardò come vassallo ai re Franchi coll'annuo tributo di settemila soldi d'oro, e consegnò dodici ostaggi, fra cui il proprio figliuolo Grimoaldo. Pure nè promesse nè statici il frenarono, e spedì a Costantino V imperatore d'Oriente, o piuttosto a Irene madre di quello, chiedendo il ducato di Napoli, la dignità di patrizio della Sicilia, e un esercito per iscuotersi dalla dipendenza, promettendo riconoscere la sovranità degl'imperatori, farsi radere la barba e adottare il vestito greco. Ad Irene, disgustata allora di Carlo perchè avea negato sposar una figlia al figliuolo di lei, garbò la proposta, e Adelchi, già re de' Longobardi, comparve sulla frontiera di Benevento per animare e dirigere le mosse. Fra tali disegni moriva Arigiso (787), e Carlo chiamò Grimoaldo e gli annunziò come non avesse più padre. — Non è così (rispose il giovane, accorto fin alla codardia): egli vive e prospera, e spero crescerà per molti anni; giacchè, da quando venni in poter vostro, voi foste a me padre, voi madre, voi famiglia e tutto». Lusingato dalla risposta, Carlo gli conferì il ducato a condizione che smantellasse Salerno e Acarenza; ponesse il nome di lui in fronte agli editti e sulle monete, e accorciasse la barba a' suoi Longobardi, eccetto i lunghi mustacchi.

I Longobardi corsero a folla incontro al nuovo duca; e — Ben venuto sia il padre nostro: salute nostra dopo Dio»; ma come ebbero conoscenza delle dure condizioni, non sapeano darsene pace. Grimoaldo era nipote di Adelchi, onde questi sperò trovarlo favorevole, quando con Teodoro patrizio di Sicilia (788) sbarcò di nuovo su quelle coste; ma affrontato dal beneventano, in battaglia perì, e con esso l'ultima speranza de' Longobardi.