Per consolidare il nuovo reggimento, Carlo menò in Italia il figlio Pepino di sei anni, e investitolo di questo regno, lo fece ungere da papa Adriano, assegnandogli per residenza Pavia.
Le spedizioni de' Franchi contro i Longobardi non erano più correrie, come quelle dei Barbari, per devastare; neppur nimicizie da tribù a tribù, ma guerre consigliate da politico intendimento e da un sistema prestabilito. O l'avesse Carlo veramente dedotto dall'esame della sua età, o vi fosse spinto senza avvedersene dai casi d'allora, e da quell'istinto che ai grandi uomini indica l'opportunità de' loro tempi, da cinquantatre spedizioni che condusse dal 769 all'813[216], perpetua trapela l'intenzione di congiungere in robusta unità le popolazioni stabilite su quel che un tempo formava l'impero romano, onde opporle alla doppia invasione minacciata dagli Arabi a mezzodì, a settentrione dai popoli ch'erano rimasti nella Germania allorchè gli altri n'uscirono. Tali erano i Sassoni, ai quali esso portò lunghissima guerra di sterminio. Vinti quelli, diventavano minacciosi confinanti al regno di Carlo i popoli stanziati dietro di loro, cioè gli Slavi fra i Carpazj e il Baltico; gli Avari fra i monti stessi e le alpi Giulie, separati dalla Baviera soltanto pel fiume Ens. Avendo questi minacciato l'Italia, fu preso il partito di munire Verona, forse smantellata dopo l'assedio sostenutovi da Adelchi: e poichè nacque disputa se agli ecclesiastici toccasse fare la terza o la quarta parte di esse mura, fu rimessa la decisione al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per quella del vescovo, giovani forzosi, si collocarono in ginocchio colle braccia elevate mentre si recitava la messa col Passio di san Matteo; alla metà del quale, Aregao più non seppe sostenerle, l'altro resse sin al fine; talchè agli ecclesiastici non fu accollato che il quarto della spesa. Dapoi Pepino col duca del Friuli sconfisse affatto gli Avari, e Carlo gli inseguì nel loro paese, e per frenarli fondò un marchesato sul loro confine, detto Austria, cioè orientale (793), che doveva poi tanta ingerenza avere nelle vicende italiane.
Dei tesori riportati da quella spedizione Carlo Magno offrì le primizie al pontefice, il resto all'esercito ed ai paladini suoi, e al duca del Friuli che avea avuto principal merito in quelle vittorie.
Era pertanto l'autorità di Carlo assodata su tutta la Francia e stesa sulla miglior parte dei popoli occidentali: stavangli tributarie le genti slave, dal Baltico a Venezia, onde la signoria di lui dilatavasi a mezzodì fino all'Ebro, al Mediterraneo e a Napoli, a occidente fino all'Atlantico, a settentrione fino al mare germanico, all'Oder e al Baltico, a levante fino al Theiss, alle montagne boeme, al Raab e all'Adriatico. Non a torto dunque il poeta Alcuino lo cantava re dell'Europa: e risorta la grandezza romana qual sotto i successori di Costantino, non tardò guari a rinnovarsene anche il nome, però con un carattere nuovo, quello di capo supremo della cristianità nell'ordine temporale, come nello spirituale era il pontefice.
Il titolo di patrizio che già Carlo portava, esprimeva il patrono della Chiesa, dei poveri e degli oppressi. Il papa, rivestendolo del manto e ponendogli in dito l'anello, gli diceva: — Tale onore ti concediamo acciocchè tu faccia giustizia alle chiese di Dio ed ai poveri, e renda conto al Giudice supremo»; consegnandogli poi il diploma scritto di suo pugno, soggiungeva: — Sii patrizio misericordioso e giusto», e gli metteva in capo il cerchio d'oro. Non implicava dunque sovranità, e il popolo gli giurava non vassallaggio, ma clientela, subordinata alla fedeltà promessa al pontefice[217].
Come tale, Carlo trovavasi tutore della Chiesa, onde fra lui e i papi era vicendevole interesse di sostenersi. Adriano poi era speciale amico di Carlo, consolazione raramente conceduta ai grandi; e fu tutt'occhi perchè il nuovo dominio dei Franchi mettesse radice in Italia. Carlo venerò il pontefice, e morto lo pianse come un padre, largheggiò limosine a suo suffragio, e ne compose l'epitafio da scolpire a lettere d'oro[218].
Il succedutogli Leone III (795), al re de' Franchi, come a patrizio, inviò le chiavi del sepolcro di san Pietro e lo stendardo della chiesa romana con parole d'affetto e sommessione; Carlo mandò a Roma il dotto Angilberto perchè assistesse alla consacrazione del pontefice, seco rinnovasse il patto come già con Adriano, e prendesse accordi «su quanto sembrasse spediente a confermare il suo patriziato, e renderlo efficace alla tutela della Chiesa. Perciocchè (soggiungeva Carlo) missione mia è difendere, ajutante la divina misericordia, all'esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni assalto de' Pagani ed ogni guasto degl'Infedeli, e nell'interno consolidarla colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d'elevar le mani a Dio come Mosè, e sostenere colle vostre preci il mio servizio militare»[219].
Nè però i papi avevano dismesso ogni onoranza verso i Cesari di Costantinopoli; anzi, per ordine d'esso Leone, fu nel palazzo Laterano a musaico rappresentato l'imperatore che riceve lo stendardo dalla mano di Cristo, e Carlo da quella del papa[220]. Se però a quei deboli lontani il papa professava un resto di riverenza, qual conveniva al capo di tutta cristianità ed autore della pace, nessun appoggio poteva sperarne, e ne' bisogni ricorreva al re Franco. Nè gliene tardò occasione.
Campulo e Pasquale, nipoti di papa Adriano, l'uno sacristano, l'altro primicerio della Chiesa, disgustati di vedersi tolta la potenza che esercitavano vivente lo zio, fecero con altre famiglie primarie di Roma una di quelle intelligenze che spesso minacciavano la podestà papale dacchè era divenuta principato terreno. Mentre, per la supplichevole festa delle Rogazioni (799), il pontefice traeva processionalmente dal Laterano a San Lorenzo, fu assalito da una masnada, che maltrattatolo sino a volergli strappar gli occhi[221], lo gettò nel convento di San Silvestro. Vinigiso duca di Spoleto accorse a campar Leone, il quale, appena ricuperata la libertà, istruì Carlo dell'attentato, e passò le Alpi, dirizzandosi a Paderborn, ove Carlo aveva raccolti i Fedeli del suo dominio all'annuale adunanza che dicevasi campo di maggio. I signori germani, di fresco convertiti, gareggiarono a chi meglio onorasse il capo della Chiesa, il quale per la prima volta compariva in una loro assemblea; sicchè quel viaggio tornò di non piccolo incremento alla pontifizia autorità. Carlo ne ascoltò le querele, promise ripararvi, e il rimandò accompagnato da signori, da vescovi, dagli arcivescovi di Colonia e Salisburgo, e da otto commissarj che formassero processo sul tentato assassinio, e provvedessero alla sicurezza del santo padre.
Trionfalmente entrò Leone in Roma fra il poco pontificale accompagnamento di labarde sassoni, franche, longobarde, frisone. Fin a Pontemolle gli vennero incontro le bandiere e insegne della città, il senato, il clero, la milizia, le monache e diaconesse, le nobili matrone, le scuole di forestieri; e fra inni e giubilazioni condotto nella basilica Vaticana, vi cantò messa, a tutti partecipò la comunione; indi riprese la primitiva autorità.