Carlo stesso si dispose al viaggio di Roma, e giuntovi al mettersi della vernata, prima d'ogni altro affare assunse la contesa fra papa Leone e i suoi nemici. Convocato un concilio misto di laici e di vescovi (799 — 21 9bre), Franchi e Romani, fe mettere a scandaglio le accuse recate contro il pontefice: ma come al tempo di Costantino Magno un sinodo raccolto per dare sentenza di papa Marcellino erasi dichiarato incompetente a richieder in giudizio il capo della Chiesa, e l'aveva invitato a semplicemente attestare di propria bocca la sua innocenza, altrettanto si usò questa volta. Leone, salito in pulpito, mettendosi il vangelo e la croce sopra la testa, giurossi mondo delle colpe imputategli; dopo di che si cantò il Tedeum; i suoi accusatori, secondo le leggi romane, come rei d'omicidio e di calunnia, furono condannati alla morte, a preghiera del pontefice commutata in esiglio perpetuo.

Arrivò tra questi fatti la solennità del Natale; e Carlo assisteva alle maestose funzioni di quel giorno, prono al sepolcro de' santi apostoli, quando il pontefice, quasi per subitanea ispirazione, si accostò, e gli pose sul capo un diadema d'oro; e il popolo ad una voce gridò: — Vita e vittoria a Carlo, grande e pacifico imperator romano, coronato per volontà di Dio»[222].

Carlo forse non s'aspettava quest'atto; certo se ne mostrò nuovo e maravigliato, e mosse querela a Leone perchè, malgrado la sua debolezza, gli addossasse quest'altro peso e doveri, de' quali avrebbe a render conto a Dio. Fossero voci sincere, o le dimostrazioni che tutti fanno e nessun crede, fatto è che Carlo cedè al pubblico voto, dal quale restava eletto con diritto non inferiore a quel dei tanti che erano gridati Cesari a Roma e a Costantinopoli dalla ciurma vendereccia o da un branco di soldati. Fu dunque consacrato solennemente qual supremo capo temporale della cristianità, giurando proteggere la Chiesa di Roma con ogni sapere e poter suo.

CAPITOLO LXIX. L'impero romano-cristiano. Carlo Magno.

I Germani che distrussero l'antico Impero, portavano seco l'idea d'una monarchia, d'origine guerresca insieme e religiosa: guerresca in quanto i camerata si stringevano attorno al più prode; religiosa in quanto il re veniva scelto entro una discendenza di Dei o Semidei; libera per quello, ereditaria per questo. Giungendo in sull'Impero, vi trovarono un monarca che regnava come rappresentante del popolo, e una religione che imponeva d'obbedirgli come a rappresentante della divinità, non pel sangue nè pei meriti personali. Abbattuto che l'ebbero, quella grandezza girava pur sempre nella loro fantasia, e tentavano emularne le pompose insegne, la concatenata amministrazione, le sistemate finanze, la vasta unità; sicchè ne' tentativi di ordinamento de' popoli invasori continuo s'affaccia il contrasto fra la nativa semplicità e le rimembranze romane. E quantunque il loro dominio posasse su differente base, cioè sulla eroica origine, pure quei re venivano adottando l'idea romana di darsi per rappresentanti dello Stato e immagini di Dio. I Longobardi in Italia e i Pepini in Francia sviarono dalla tradizione germanica, costituendosi non più sopra un diritto ereditario, ma unicamente sopra la forza, ossia la scelta de' compagni, disposti a sostenerli colle spade. I Longobardi soccombettero al tentativo; i Pepini con migliore accorgimento facendosi ungere dal clero, consacrarono la loro dominazione, aggiungendole il carattere religioso cristiano; compì l'opera Carlo Magno col ridestare il simbolo politico dell'Impero, e regnare per grazia di Dio.

L'ammirazione che Carlo concepì per Roma al primo vederla, faceagli sentire come, possessore di Stati così ampj, gli mancasse però una capitale, come l'aveva l'antico Impero. Il vescovo di Roma non godeva piena giurisdizione e primazia incontestata su tutti quelli d'Occidente, e non la andava dilatando anche su quelli d'Oriente? Perchè non farebbe altrettanto chi, re di Roma, coi re di Europa? Il mondo non era riunito sotto al papa nel nome di cristianità? ora un nome unico da darsi alle varie nazioni sottoposte a Carlo Magno non poteasi dedurre dai Franchi, non dai Longobardi, non da altri Barbari; e l'unico che tutti abbracciasse senza gelosia di nessuno, era quello di imperio romano. A quel tempo Irene s'era violentemente assisa sul trono d'Oriente, ella donna; e Carlo dovea star pago a un titolo che lo lasciava inferiore ad essa? Può dunque credersi che in lui germogliasse il concetto di restaurare il romano impero; per qual mezzo riusciva all'intento, a cui erano falliti i predecessori, di annestare il dominio settentrionale coll'amministrazione latina, e ripigliava l'opera dei Cesari, cioè esternamente respingere gli invasori, dentro stabilire unità di governo.

Da secoli l'Europa era corsa irrequietamente da sempre nuovi invasori; e anche adesso e i Normanni e gli Slavi e i Sassoni venivano a fatica frenati dalla spada del Magno. Importava di fissare costoro al terreno, sicchè alfine si potesse cominciare l'edifizio della nuova civiltà. A ciò serviva mirabilmente la feudalità, la quale attaccava ciascun vassallo e ciascun suddito a una porzione determinata di terra, e dal possesso di questa unicamente deduceva l'importanza d'un uomo o il vario suo grado. Ma per impedire l'anarchia bisognava che uno sovrastasse a tali feudatarj, innumerabili sovrani.

Se ogni autorità viene da Dio, nessun altro che il capo visibile della Chiesa poteva considerarsi immediatamente investito della potenza suprema; onde virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità, congiunta nella Chiesa universale. Dicevasi però che questa potenza data dal Cielo al papa è di duplice natura, temporale e spirituale; e siccome di quest'ultima egli partecipa coi vescovi che la esercitano sotto la sua primazia, così la temporale egli affida all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, diviene capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Non è dunque possibile che le due podestà si separino, dovendo l'una far puntello all'altra; e neppure che si distruggano, attesa l'essenza diversa della loro giurisdizione.

Soprastà naturalmente quella del papa, che come arbitro pronunzia nei litigi de' principi fra loro e coi popoli: mirabile concetto, che col fatto prevenne le utopie di qualche filosofo più umano che pratico; e poteva mettere ai guerreschi micidj il riparo, che ora si va invocando dall'antagonismo della diplomazia.

Essendo l'imperatore non sovrano soltanto dell'Impero, ma dell'Italia e di tutta cristianità, ragion voleva che della sua elezione si domandasse l'assenso e l'approvazione al pontefice. In man del clero l'eletto giurava osservare i dettami della giustizia e le leggi positive; e poichè questo era come il patto della coronazione, se l'imperatore lo violasse, e principalmente se contaminasse la fede di cui doveva essere difensore, perdeva ogni titolo a farsi obbedire. Abbia ciò presente chi brama intendere il medioevo, e trovar la ragione di atti, che, da altro punto osservati, parvero arbitrj ed usurpamenti.