A vicenda l'imperatore, quale amministrator temporale della cristianità, otteneva supremazia, sopra i regni e su Roma stessa. Forse allora Carlo trasmise il suo titolo di patrizio al papa, il quale, sebbene sentisse che col far Roma capitale e quasi sede dell'Impero, elevava accanto a sè un potere da cui resterebbe sminuito il suo, e la giurisdizione propria subordinava a quella del re Franco, pure pospose gl'interessi del temporale suo dominio a ciò che credeva vantaggio di tutta cristianità. Ma chi vorrà mai supporre che, egli libero, volesse imporsi volontariamente un padrone?[223].

Da quell'ora potè dirsi piantato il sistema feudale, cioè quella scala di dominj un all'altro immediatamente superiori fino a questo eccelso e indivisibile, che anche esso ritraeva da Dio, unica fonte d'ogni autorità, e dal pontefice suo rappresentante. La preminenza dell'imperatore sovra i re doveva anche venire indicata dal non essere quella dignità nè ereditaria nè divisibile: onde i papi contrastarono sempre affine di mantenere ai popoli la libera elezione del capo comune, anzichè abbandonarla al caso della nascita.

La Chiesa erasi emancipata dal governo della Roma antica, che l'aveva tenuta dipendente come soleva colla religione nazionale. Ma fra i prischi Germani i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolate col poter civile, talchè, anche dopo convertiti, si trovano fra loro indistinte le cose sacre dalle profane; i vescovi entravano nei concilj del regno come i duchi e i conti; duchi, conti e re assistevano ai sinodi ecclesiastici; cristianesimo e nazionalità, Stato e Chiesa intrecciandosi, perchè nati si può dire ad un parto. Carlo Magno cercò ricondurre e il sacerdozio e la nobiltà alla destinazione primitiva; onde assegnò, per quanto poteva, i limiti rispettivi dell'ecclesiastico e del civile; nel Consiglio dell'impero separò in due camere l'alta nobiltà e il clero, che così formò uno stato distinto, in parte legato, in parte diviso dalla nobiltà, talora concertandosi con essa, talaltra operando tutto solo.

La nobiltà feudale, sostegno e stromento del poter regio, diveniva spesso minacciosa a questo; talchè gli era opportuno un contrappeso. Comuni non esistevano ancora: se la nobiltà comprendeva tutta la forza dello Stato, tutto il movimento intellettuale concentravasi nel corpo ecclesiastico, custode dell'antica cultura romana e cristiana, e favorevole a questa quanto ai principj germanici la nobiltà; la nobiltà come forza dello Stato apparteneva al governo particolare della nazione; onde, a voler formare una repubblica europea, bisognava in ogni Stato al poter nazionale della nobiltà aggiungerne un altro, potente nell'assemblea generale delle nazioni cristiane, ed atto a mantenere il legame universale.

Carlo Magno fondò appunto la costituzione dello Stato su queste due classi, nobili e clero. Attese patentemente ad assodare il poter regio; ma ei rispettò i diritti della nobiltà, e sentì che l'elevare il clero era un bisogno del suo tempo. La gelosia è carattere de' fiacchi; mentre i forti non pensano ad ingrandirsi coll'indebolir ciò che li circonda, bensì ad estendere la vita e la libera vigoria. L'educare le nazioni fu sempre la vocazione ecclesiastica; e per effettuarla fa mestieri di potere, influenza, ricchezze. Le ricchezze allora consisteano principalmente in beni sodi, e in conseguenza il clero restava viepiù legato col Governo, alla germanica fondato sulla proprietà territoriale. Acquistata che i vescovi ebbero tanta ingerenza, il loro capo entrava cogli Stati in relazioni, le quali non erano essenziali alla sua vocazione ecclesiastica, ma neppure in contraddizione con essa.

La cristianità diventava una vasta repubblica, sotto al capo dei credenti. Ma questo capo era elettivo, cioè di confidenza, e tale che sotto la primazia di lui poteva sussistere qual si volesse altra forma di governo, anche la repubblica più sciolta. Siffatta unità non era dunque l'impero universale, sognato volta a volta da Carlo V, da Luigi XIV, da Napoleone I, ove tutte le nazioni fossero costrette obbedire ad una volontà, sottoposte a ordini non fatti pei loro costumi, e sacrificate ai vantaggi di un paese predominante. Qui era superiorità, non dominio; rispettavasi l'individualità delle nazioni, ma mettevasi accordo nello svolgimento della loro civiltà; le istituzioni di ciascuna erano conservate, perchè derivanti dall'indole, dai costumi, dalla storia. Il titolo di sacro impero attesta come aspirasse ad una superiorità morale, a foggiare il consorzio laico sul modello della gerarchia ecclesiastica, introdurre un ordine legale nella scomunanza che regnava fra i popoli, una pace e una riconciliazione di essi sotto la legge. E poichè questo era pure il divisamento de' pontefici, si trovavano d'accordo cogl'imperatori anche nello scopo morale.

Insomma il sacro romano impero conservava e raccoglieva tutto ciò che di comune sussisteva ne' popoli d'Europa, Dio, fede, legge, diritto ecclesiastico, lingua latina; e stabiliva una reciprocanza d'azione fra i paesi del Settentrione, e quelli del Mezzodì, fra le genti germaniche e le latine, salutevole ad entrambe, e che, come una corrente elettrica fra due poli inversi, produceva una vita vigorosa, trovando da un lato l'eccitamento, dall'altro la moderazione.

L'Impero, nel senso cristiano di unione religiosa di tutti i popoli d'Occidente, accordava la forza col diritto, creava una legittimità sacra, effettuando nell'ordine delle cose l'unità che esiste nell'ordine dello spirito, e agevolando, come in unica famiglia, il diffondersi dei miglioramenti nella vita e nel pensiero. Alla coronazione, che dava questo diritto supremo, vedremo aspirare i principi più poderosi d'Europa, il che fu cagione di movimento e di civiltà: mentre i papi, come tutori de' coronati e depositarj del giuramento di questi e del voto popolare, faceansi appoggio a baroni, principi ecclesiastici, comuni, che mettessero barriere alle esorbitanze imperiali; favorendo con ciò la libertà politica, che in fine si dovea ritorcere contro loro stessi.

Era dunque morale e politica, grande e rilevante l'idea dell'Impero; ed è una meschinità della critica negativa del secolo passato l'imputare a Carlo Magno ed a Leone i guai che ne vennero quando l'unità allora combinata riuscì a discordia; discordia dannosa ad entrambi, eppure non infruttifera all'umanità.

Quanto all'Italia specialmente, il continuo mescersi degl'imperatori nelle sue vicende portò un eterogeneo impaccio a' procedimenti suoi, e in fine la digradò: ma si potrebbe con apparenza di giustizia imputarne i papi e la istituzione dell'Impero? Ben è certo che l'accorrere dei Settentrionali a questo sacrario del sapere e de' civili ordinamenti giovò al dirozzarsi di quelli; i quali devono, se non professarne gratitudine alla patria nostra, almeno sentirsi obbligati a risparmiarle gl'insulti; mentre una nazione decaduta può acquistare dignità nel tollerare i mali proprj pensando che fruttarono utilità universale.