Carlo procurava introdurre nella vita religiosa l'ordine e l'operosità che avea recato nel governo temporale: sicchè ai messi dominici ordinava di esaminare i lamenti contro i vescovi od abati; se questi vivessero conforme ai canoni; come le chiese fossero tenute; se v'avesse alcun disordine cui il vescovo non bastasse a riparare. Egli fece da Paolo Diacono raccorre omelie de' santi Ambrogio, Agostino, Ilario, Grisostomo, e di Leone e Gregorio Magni per modello agli oratori; impose che in tutte le parrocchie si predicasse intelligibile al popolo; che i vescovi leggessero frequente la Bibbia e i santi Padri: nati dubbj intorno ai riti del battesimo, interrogò i vescovi, e abbiamo il libro che in risposta scrisse Odelberto arcivescovo di Milano. De' concilj ben quaranta troviamo raccolti sotto di lui, alcuni misti d'interessi politici, tutti riguardanti il morale ordinamento della società civile e religiosa; e ne sostenne i canoni col braccio secolare. I decreti di riforma in essi pronunciati, il continuo predicare, il regolarsi i minimi atti, rivelano una società novizia, dove ogni passo ha bisogno di direzione, e il contrasto fra le intenzioni del legislatore e la corruttela de' governati.
Al tempo di Carlo Magno e in parte per merito suo ebber qualche fiore gli studj e le arti belle. Per imputare affatto ai Barbari il deperimento della letteratura converrebbe dimenticare come già decrepita la vedemmo al finir dell'Impero, e come, perdurando le stesse cause, dovesse continuare il calo; converrebbe dimenticare come miserabilissima fu nell'impero d'Oriente, intatto da Barbari, e dove quegli sterili custodi dell'antica scienza, possedendo tuttavia intatta la più bella lingua e tanti mezzi di studio, non seppero fare che compilazioni di dotta e monotona inettitudine.
In Italia, divenuta ogni cosa invasione e guerra e strazio, quasi soli cherici poterono vacare allo studio e allo scrivere, nè quasi d'altro che di materie religiose. Col governo antico cessando gli emolumenti, furono chiuse le scuole; ma la Chiesa, che non accetta in grembo se non chi ha cognizione delle capitali verità, ne aperse dappertutto, allato ai vescovadi, nei conventi, fin nelle campagne, ove mai non s'era pensato fin allora a recar l'educazione. Le scuole morali e catechetiche erano semenzaj di buoni sacerdoti e missionari, ed oltre alla scienza di Dio vi si dava una tintura delle lettere, quanto almeno fosse mestieri per favellare ai popoli tra cui doveano andare, e per conoscerne le leggi e le costumanze. Che se le episcopali divenivano sempre più aride, e le parrocchiali caddero in persone scarse di scienza e di carità, nei conventi si perseverò con amore nell'istruzione elementare e nella elevata, oltre la special cura del copiare libri. In particolar fama salirono fra noi le scuole di Montecassino e di Bobbio, e il concilio di Vaison ordinava ai parroci d'aver in casa giovani per istruirli negli studj convenienti a chi serve la Chiesa «secondo la consuetudine che salutevolmente tenevasi per tutta Italia».
Ridotto in tali mani, era naturale che l'insegnamento si applicasse affatto alla scienza divina, le eterne massime o i libri sacri spiegando colla storia, la filosofia, l'allegoria e la morale. Non è più un semplice appetito di piaceri intellettuali, un'idolatria del bello, che solo per accidente influisca sulla società; ma e scienze e lettere volgonsi allo scopo pratico di governare gli uomini, determinare le credenze, riformare i costumi.
La moltiplicità di scritti di circostanza, dispute teologiche, omelie, esortazioni, commenti, che ci resta dopo tanti perduti e inediti, smentisce chi crede intormentiti gli intelletti. Nè è vero che i pensatori si angustiassero nella fede; anzi spingevansi nell'ordine de' concetti per costruire la società nuova, e insinuare nelle menti giovani ed incorrotte le credenze che sole poteano addolcirne la ferità: i vescovi predicavano ogni settimana: missionarj uscivano a spargere la verità, dopo addestrati a conoscerla tanto da ribattere le objezioni; i papi alimentavano la fiamma del sapere, e di molti avanzano lettere piene d'ecclesiastica erudizione.
Già parlammo di Boezio e Cassiodoro. Quest'ultimo, veduto traboccare il soglio al quale aveva prestato valido sostegno, ricoverossi al monastero Vivariese, fra la devozione e le lettere. De' suoi monaci, i meno atti alle lettere volle attendessero a lavori di mano, specialmente alla coltura de' terreni e alla minuta economia rurale, il che, dic'egli, oltre giovare chi vi attende, somministra di che soccorrere poveri e infermi. Nelle ore di riposo copiavano libri, al qual uopo egli, già carico di novantatre anni, scrisse regole d'ortografia. Nel libro De anima risolve dodici quistioni, propostegli da amici mentre stava ancora nel secolo. L'esposizione sua de' salmi è estratta da sant'Agostino e da altri. La cronaca dal diluvio sin al 519 porge qualche notizia sull'ultimo secolo, nulla del resto. È a rimpiangere la sua Storia dei Goti in dodici libri, conosciuta solo per l'estratto di Giornandes. Gemendo che, mentre le umane dottrine erano pomposamente insegnate, mancassero maestri per le divine, nè potendo papa Agapito, pei trambusti d'Italia, porvi rimedio come desiderava, Cassiodoro tentò adempiere il difetto con un corso elementare delle scienze atte al Cristiano. Vuol egli si cominci dal mettere a memoria la santa scrittura e particolarmente i salmi; poi si studiino i Padri e i sacri interpreti; non s'ignori la storia della Chiesa e dei concilj; vi si congiungano la cosmogonia, la geografia e i profani scrittori, colla discrezione onde li studiarono i Padri cristiani. Le scienze colloca egli altre nell'osservazione, altre nella cognizione e stima delle cose, contemplative cioè o pratiche; e fra le prime ascrive l'arte del dire, storica e dialettica; indi aritmetica, geometria, astronomia e musica. Queste scienze sono poco meglio che accennate nel trattato di Cassiodoro; l'aritmetica occupando appena due fogli, senza applicazione delle regole comuni e con assurde sottigliezze sulle virtù dei numeri; la geometria in due facciate, dà alcune definizioni ed assiomi; brevissime e inconcludenti la grammatica e la retorica; alquanto più estesa e ragionata la logica. Ma tale metodo enciclopedico, da lui esteso sull'esempio di Marciano Capella, fu adottato generalmente, e fece sostituire povere compilazioni allo studio diretto de' grandi modelli; ma forse egli stesso e i migliori suoi contemporanei non avevano cognizione di questi, se non per via degli abbreviatori del IV e V secolo.
Son nuovo genere di letteratura le leggende e le vite dei santi, moltiplicate allora e d'intendimento affatto pratico, mirando a muovere la volontà più che ad allettare l'intelletto od appagar la ragione. Siccome su tutti gli altri, così sugli eroi popolari che si chiamano santi, eransi diffusi varj racconti, alcuni finti, più spesso esagerati o frantesi; onde talvolta l'immaginazione vi vedeva miracoli, talaltra l'ignoranza credea tali alcuni fatti, capaci di naturale spiegazione. Ripetuti, ingranditi dalla fama, sono raccolti come verità da una gente men bisognosa di discutere che di credere e d'amare. Volta veniva che si esercitasse in queste vite il talento dei monaci, e sbizzarrivano inventando circostanze; le migliori deponevansi negli archivj de' monasteri, e trattene dopo lunghi anni, acquistavano fiducia dalla loro antichità; finchè venne la critica a vagliarne la mondiglia e unire il meglio in un corpo di storia, che abbraccia quindici secoli e tutti i paesi, tutti i costumi, tutti i gradi.
Era quasi una riazione delle immaginazioni contro i disordini morali d'allora, ponendovi in mostra la bontà, la giustizia, scomparse dal resto del mondo; ed esibendo dolcezze e simpatie fra i dolori, pascolo alle fantasie, sprovviste d'ogni altro alimento: era una consolazione alla vita così bersagliata di quel tempo, il mostrare l'assistenza continua della Provvidenza.
Venuti i Longobardi, il bujo si rese più fitto; e papa Agatone raccomandava all'imperatore greco i legati suoi al concilio di Costantinopoli, come gente d'integro zelo, in cui la fedeltà alle tradizioni adempie il difetto del sapere; «giacchè, come mai può trovarsi perfetta cognizione della sacra scrittura presso gente che vive circumcinta di Barbari, ed è costretta procacciarsi il vitto giorno per giorno?» I padri poi del sinodo Romano scrivono: «Se poniam mente alla profana eloquenza, nessuno ci pare possa in quella levar vanto. Il furore di barbare nazioni agita e sovverte senza posa queste provincie guerreggiandole, correndole, predandole. Quindi da Barbari circondati, meniamo vita piena di crucci e di stento, costretti a guadagnarci il vitto colle proprie nostre mani, essendo periti i beni con cui la Chiesa sostenevasi, e noi ridotti ad avere per unica sostanza la fede». Avendo re Pepino chiesto libri a papa Paolo, questi gli mandò quanti potè raccorne; e quali erano? l'antifonario, il responsale, la grammatica (?) d'Aristotele, i libri del falso Dionigi areopagita, la geometria, l'ortografia, la grammatica, tutti in greco; scarsa suppellettile davvero per un papa e un re.
Ripetiamo di non affrettarci ad accagionarne soltanto l'invasione dei Barbari, giacchè poco meglio incontriamo nell'intatto Oriente.