Carlo Magno, messosi tardi allo scrivere, non aveva mai potuto avvezzarvi la mano, irrigidita dalle armi, sebbene tenesse allato certe tavolette, sopra cui esercitavasi a vergare il proprio nome[227]. Ciò non toglieva ch'egli fosse dotto; esprimevasi con robusta ed abbondante eloquenza; parlava il latino come la lingua propria, e in esso componeva versi; capiva anche il greco, e in assemblee di vescovi ragionò talora con una precisione da far meraviglia ai prelati. Quel che più importa, amò e protesse, senza basse gelosie di paese, chiunque mostrava bontà d'ingegno; fondò le scuole donde nel secolo seguente uscirono insigni maestri; incoraggiò il sapere, facendo che i vincitori stimassero le dottrine di cui conservavasi tra i vinti la tradizione, e i vinti cessassero di fare sinonimi settentrionale e barbaro.
Nella prima sua spedizione in Italia, veduti gli avanzi di quella insigne, se non morale civiltà, si propose di trapiantarla in Francia; e menò seco Pietro da Pisa, già maestro a Pavia, affidandogli la direzione della scuola di palazzo, la quale seguiva Carlo dovunque andasse; e alle lezioni assistevano l'imperatore, i principi di sua casa e quanto di meglio capitasse a Corte. Di rimpatto mandò qui un monaco d'Irlanda, affidandogli il monastero di sant'Agostino presso Pavia, acciocchè istruisse chi vi veniva: e ad uso delle scuole primarie fe comporre libri dall'inglese Alcuino. Credendo la musica opportuna ad ingentilire gli animi, menò d'Italia molti cantori che insegnassero il metodo gregoriano e a sonar gli organi, alcuni de' quali furono fabbricati da Giorgio veneziano, ad imitazione di uno che Costantino V aveva da Costantinopoli mandato a Pepino.
Assai nominammo Paolo, da Cividal del Friuli, diacono della chiesa d'Aquileja, che la Storia dei Longobardi cavò da memorie ancora vive; ma si ferma a Liutprando, forse avendo voluto risparmiarsi il pericolo e la difficoltà di narrare casi recenti, ove il favore e il dispetto potessero alterare i giudizj. Scosceso il trono de' Longobardi, Paolo, ritiratosi nel monastero di Montecassino, conservò devozione pe' suoi re caduti, e tenne mano con Adelchi nei tentativi di ricuperare il trono. Quei vili consiglieri che mai non mancano per contaminare coll'abjezione propria la generosità d'un principe, stimolavano Carlo a punire il diacono colla perdita degli occhi e delle mani; ma il Magno rispose: — Ove troveremmo noi una destra così abile a scrivere storie?» e lo menò seco in Francia, ove gli fece compilare un Omeliario purgato da solecismi e da sensi corrotti; lo trattò amicamente, concesse a un monaco prigioniero la grazia da lui chiestagli in un'elegia, e gli dirigeva enigmi in versi, che Paolo in versi spiegava; e dopo che questi fu tornato a Montecassino, il mandava a salutare con affetto[228]. Della sua Historia miscella i primi dieci libri sono un'amplificazione di Eutropio; col decimottavo giunge a Leone Isaurico.
Nel Friuli pure fioriva Paolino grammatico, che scrisse inni e lettere e una confutazione degli errori di Felice ed Elipando; assiduo a tutti i concilj tenutisi nell'Impero, a lui principalmente sono dovuti i decreti di quello d'Aquisgrana. Carlo Magno gli diede il patrimonio d'un Fedele di re Desiderio morto in guerra, poi una villa, e il creò patriarca d'Aquileja.
Erchemperto, figlio del longobardo Adelgario, continuò la storia della sua nazione, «dal profondo del cuore sospirando nel raccontarne non il regno ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma la ruina, non come progredirono ma come svanirono». In fatti il suo discorso è del ducato di Benevento; fra' principi del quale sappiamo che Arigiso favoriva i letterati e teneva un'accolta di filosofi, dotto egli stesso in tutte le parti della filosofia, logica, fisica, etica: sua moglie Adilsperga aveva alla mano i migliori detti dei filosofi e poeti, e gran pratica cogli storici profani e sacri: il loro figliuolo Romoaldo molto seppe nella grammatica e nella giurisprudenza[229].
Le poche carte avanzateci di quell'età provano estrema trascuranza della lingua e della sintassi. Passiamo ai libri? peccano al contrario di soverchia cura, affettando termini bizzarri e metafore strane e affastellate, intarsiando espressioni greche alle latine, dilettandosi in giuochi di parole, e mostrando un'enfasi che fa ai pugni colla gracilità delle immagini. Se questo stile si esageri ancora, poi si frastagli in una misura inesatta, si avrà quella che allora chiamavano poesia, triviale insieme e gonfia, che ne' componimenti leggieri invanisce in trastulli, imitanti quelli della letteratura rimbambita; se canta imprese, dissocia i due elementi necessarj d'ogni epopea, l'immaginazione e il racconto. Eppure fra loro quegli scrittori, anticipando la codarda petulanza de' moderni folliculari, paragonavansi ai più segnalati[230], dei quali siamo autorizzati a dubitare che mai non avessero veduto le opere.
Nè di arti fu diseredata quell'età. Anzi i re longobardi moltiplicarono edifizj; e per non ripetere la basilica e il palazzo di Teodolinda a Monza, e le pitture e i giojelli ivi posti (pag. 85), Gundeberga figlia di lei un'altra chiesa al Battista eresse in Pavia, dove furono pure edificati da re Ariperto San Salvadore, da Grimoaldo Sant'Ambrogio, da Pertarito il monastero di Sant'Agata al Monte e Santa Maria in Pertica, da Liutprando San Pietro in Ciel d'oro e il battistero poligono unito alla basilica di Santo Stefano in Bologna. A Cuniperto è dovuto San Giorgio in Coronate, dove avea riportato insigne vittoria; a Desiderio, San Pietro di Civate in Brianza, Santa Giulia in Brescia, e i monasteri Maggiore e di San Vincenzo in Milano; a Grimoaldo la rotonda del duomo vecchio di Brescia. Fanno di quel tempo anche San Pietro de domo in Brescia, Sant'Ilario in Stafora presso Voghera, San Zenone e la cattedrale di Verona, e principalmente San Michele di Pavia.
Fu maestrevolmente negato[231] che le chiese oggi portanti questi titoli, sieno le proprie dell'età longobarda; e si discusse quanto si riformassero dappoi. Tutte nei piani somigliano alle costruzioni usitate al fine dell'Impero; nè sotto i Longobardi l'architettura fu altro che un deterioramento della romana: ma l'esterna distribuzione, particolarmente delle facciate, lo stile dei capitelli, con figure d'uomini e d'animali strani, i pilastri di rinforzo, le esili colonne prolungate dal pavimento fino al sommo dell'edifizio, passando da un piano all'altro senza interruzione di archi, di travature o cornici, mostrano un far nuovo d'architettura che cominciò verso il mille, e che poi divenne generale. Nel San Zenone di Verona le navi sono distinte da colonne, con capitelli formati d'animali mostruosi, che sostengono piccoli archi tondi, e sovra di essi un muro a finestre, sorreggente il tetto; ma invece d'un solo arcone trionfale che separi la nave dal santuario, diversi piccoli impostati sopra colonne traversano la chiesa per lo largo. Attorno alla cripta corrono colonnette disposte a mandorla, con capitelli lombardi e arcate tonde, che sostengono il magnifico santuario, a cui si ascende per dodici scalini larghi quanto la chiesa. Il monumento longobardo che forse unico nell'interno conservossi inalterato, è San Fridiano a Lucca, che in pergamene del 685 e 86 si dice restaurato da Flaulone, maggiordomo di re Cuniperto, e fin ad oggi chiamasi basilica de' Lombardi. È disposto a modo delle basiliche, semplicissimamente, con tre navi e cappelle laterali sfondate, che forse formavano altre due navi; undici colonne per lato, alcune greche e romane, sottili a riguardo dell'enorme altezza ch'è dal sotterraneo alla soffitta. Ivi credono longobarda anche Santa Maria foris portam, restaurata nell'800; e pensano che il palazzo dei duchi stesse in piazza San Giusto, ove ora il Lucchesini. Più antico è Sant'Alessandro, sebbene ricordato solo nel 1056. Nel ricchissimo archivio di questa città si trova al 763 mentovato un pittore Auriperto, cui da Astolfo re fu donato San Pietro Somaldi, ch'egli cedette al vescovo Aurideo. Pur longobardo credono San Giovanni e il contiguo battistero; e nel 778 è menzione di San Michele che potrebb'essere opera longobarda. Anteriore a Carlo Magno reputano Santa Maria in Campo a Firenze.
La tradizione popolare, che concentrò su Teodolinda quanto di buono hanno operato i Longobardi, assegna a lei il campanile di Brianza, San Giovanni di Besano sopra Viggiù, la torre di Perledo e la chiesa di San Martino a Varenna, il San Giovanni Battista di Gravedona, tutti nel Comasco, e la strada Regina lungo la riva destra del Lario. A Longobardi s'attribuiscono pure le torri in val Leventina che chiudono il varco di Staledro verso il San Gotardo, e che chiamano il castello di re Desiderio e la torre di re Autari. Le torri longobarde di Ascoli tengono del ciclopico, e ad una porta quadrata sovrasta un frontone triangolare forato. Quelle di Spoleto somigliano a quelle di Pavia, e una chiesa fuor della città, cui si ascende per una scalea, ha fregi d'animali a modo del San Michele pavese.
Nessuno crederà che i Longobardi recassero seco un sistema d'arte, nè tampoco architetti proprj; ma si valeano de' natii, ed espressa menzione trovammo (pagina 144) dei magistri comacini, capomastri uscenti dalla diocesi di Como, donde fin oggi ne deriva la più parte. Questi lavoravano secondo i tipi che aveano sott'occhio, nè pel lungo tempo che i Longobardi dominarono in Italia, s'avvisa alcun avanzamento; talchè i loro edifizj del VII poco variano da quelli dell'XI secolo, quando fecero luogo ai Normanni, popolo tanto progressivo.