Le belle arti ebbero ad esercitarsi nei molti edifizj da Carlo comandati dopo che i resti dell'antica magnificenza italiana lo eccitarono ad imitarli. Fin al Vasari, idolatro della forma, parve di bellissima maniera il tempio dei Santi Apostoli, per lui edificato in Firenze, con pianta originale di classica semplicità. A stile eguale è San Michele di Roma. Dove egli stesso non operò, Carlo ispirava altrui, e faceva che abati e conti favorissero gli artisti, i quali per lo più si traevano d'Italia, donde talvolta anche le opere antiche. Non è improbabile che tali artisti da lui chiamati fondassero una scuola o fraternita, origine delle loggie de' Franchi-muratori che tramandavansi certe dottrine e pratiche sull'arte del fabbricare.
Insomma Carlo, come avviene degli uomini grandi, campeggia in tutte le opere del suo secolo; eroe germanico, imperatore romano, buono, docile e credente: la tradizione poi ne formò il patrono della cavalleria e il protagonista dei romanzi, accumulando su lui le imprese dei predecessori suoi e de' successori[232]. Adoprò la spada senza pietà, ma non a distruggere, bensì a consolidare l'incivilimento e proteggerlo da nuovi invasori. Vagheggiò l'unità dell'impero romano, ma i tempi gli si opposero; e ai tempi vanno imputati molti vizj e delitti suoi.
Accorgendosi come nessuno de' suoi figli basterebbe a reggere il peso del mondo, tanto più che già li vedeva discordi, pensò d'assicurare la pace: e qui la politica della sua nazione accordavasi coi paterni affetti di lui per consigliarlo a partire tra i figli le tre genti diverse, franca, longobarda, romana di Aquitania, senza però che la divisione pregiudicasse all'unità imperiale. A Lodovico d'Aquitania, unico figlio sopravissutogli, Carlo deliberò anticipar la successione col chiamarselo collega, e il fece coronare ad Aquisgrana (813). In questa città piacevasi egli riposare una vita di tante opere, e cogli esercizj e col bagno sosteneva e rintegrava le forze: quivi moriva il 27 dell'814 a settantadue anni.
Nel testamento non dispose della corona imperiale, sapendo che questa non poteva essere conferita che dal papa, portando il diritto d'allora che il protetto eleggesse il proprio protettore. Neppur del possesso di Roma fe cenno, tanto la considerava come vero dominio de' pontefici. Due terzi de' suoi ricchissimi arredi spartì alle ventuna metropolitane del suo impero, fra cui quelle di Roma, Ravenna, Milano, Cividal del Friuli, Grado; a San Pietro di Roma una tavola d'argento ov'era descritta Costantinopoli, al vescovo di Ravenna un'altra col disegno di Roma.
LIBRO SETTIMO
CAPITOLO LXX. Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.
Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge, alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de' Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de' Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava imperatore e console, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero o Longobardi o Franchi.
Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.
Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo. Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito, l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console, poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono, benchè modificate. Si avevano il senato e il pater civitatis eletto dal popolo, ma sparvero i defensores e i magistratus; l'esarca poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.
Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi, avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità, divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che, avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al despotismo.