I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali, tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela, punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi; cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco, seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi per la patria, o facesse congiura[241].
De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade, dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i casi d'infedeltà[242].
I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana, che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro vescovi giurossene innocente.
Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824), Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni, Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione. Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.
Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore, il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no. Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).
Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi, degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi, monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per la specie umana.
Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali: «L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini, e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata, i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa, dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia, pervertiti i giudizj».
Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.
Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro, da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati imperatori.
Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria, al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de' Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.