Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso, Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti. Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja: fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto; quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona, e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano, Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati, amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.

Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie, combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati dal promontorio di Minerva.

Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino, e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo, il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa resistenza.

CAPITOLO LXXI. Irruzione dei Saracini. Gl'imperatori Franchi.

Così straziavansi fra loro i dominatori d'Italia quando più avrebbero avuto mestieri di tenersi concordi per respingere un comune pericolo. Perocchè le irruzioni barbariche non erano finite, e di nuove sull'Italia ne venivano non più dal Settentrione ma dal Mezzodì: che se da quelle dei Nordici i natii s'erano riparati coll'accogliersi presso al mare, eccoli ora assaliti sul mare e ricacciati entro terra.

Dicemmo (pag. 205) come la nazione araba, da Maometto ridesta ad un apostolato battagliero, occupasse la costa d'Africa, ove fondò l'impero di Cairoan; e dai porti onde un tempo le flotte puniche, salpavano pirati saracini a corseggiare il Mediterraneo, interrompendo i commerci, e ad ora ad ora piombando sulle coste o risalendo pei fiumi, minacciosi agli averi e alle persone. Carlo Magno indovinò il pericolo di questi nuovi nemici; e dopo combattuto per ritoglier loro le Baleari e l'altre grandi isole del nostro mare, stanziò in quelle acque una flotta; ma prima di morire potè udir saccheggiate da loro Nizza a mare e Centumcelle. Gettatisi sulla Sardegna e trucidata la guarnigione, rapirono essi il corpo di sant'Agostino, e vi occuparono molte stazioni: parte del popolo fu menata in Africa a formar la colonia di Sardania nei contorni di Cairoan; la restante rifuggì ai monti, talchè si sfasciarono le città, le vie e gli acquedotti ond'erasi arricchita nell'età romana.

Lodovico il Pio fu dai Cagliaritani implorato contro questa stirpe di Agar[248]; ma egli poteva dare poco più che compassione. Bensì i papi nutrirono assidua guerra contro i Saracini di Sardegna; e il conte di Genova ricuperò la Corsica, che fu data a governare a Bonifazio marchese di Toscana, il quale col fratello Bernardo sbarcò fra Utica e Cartagine, e in cinque battaglie sul littorale ebbe prospera fortuna[249]. Ma nè quel coraggio era secondato, nè i Saracini annichilavansi per isconfitte; i quali, padroni delle grandi isole e dello stretto di Gibilterra, prendeano arbitrio nel bacino occidentale del Mediterraneo, come già l'aveano nell'orientale; e poichè la loro civiltà non poteva piantarsi che col distruggere ogni altra, aspiravano a dominare l'Italia, centro della religione e della pulizia cristiana. Già signori della Spagna, chi li avrebbe più rattenuti dall'affrontar con vantaggio il mondo germanico, e prevalere in Europa, come già faceano in Asia e in Africa?

Alla Provenza massimamente diressero le loro correrie; e scannati gli abitanti di Frassineto, e fortificatisi in quella inaccessibile situazione, tennero mano ai paesani del contorno nelle fraterne discordie, riducendo a deserto la contrada posta alle spalle, e dominarono alla guerresca il paese. Varcarono anche le alpi Marittime, e fitto il fuoco ad Acqui e ad altre città sgomentarono l'Italia: poi fortificati nel monastero di San Maurizio, si avventarono per mezzo secolo sulla Borgogna, sull'Italia e fin sulla Svevia, interrompendo le comunicazioni mercantili, e sterminando le carovane che pellegrinavano alla soglia degli Apostoli. I Liguri della costa rifuggivano alla montagna, laonde ancora le pievi montane conservano giurisdizione sopra le parrocchie marittime; vi trasportavano le reliquie de' santi, talora le ceneri de' parenti: anche in Genova si addensavano i cittadini sotto la protezione del vecchio castello, lasciando che le strade a mare divenissero campetti, vigne, canneti, fossati, denominazioni che si conservano tuttora.

E più tardi i Saracini (834), guidati da Safian ben-Kasim, si spinsero fino a Genova. Essa era divisa in tre parti: Castello in alto; la città, chiusa da ripari; borgo di Piè, ove si deponevano le prede marittime: e benchè si difendesse vigorosamente, i Saracini v'entrarono, la posero ad orribile saccheggio[250], e se n'andarono prima che i Liguri tornassero alla riscossa. Poco poi vi fecero ritorno, e se ne partirono carichi, quando la flotta veneziana sopragiunse, ritolse le robe e le persone, e molti ne fe prigionieri. Dopo d'allora si vigilò più attentamente, e fiamme accese sulle alture indicavano l'apparire d'un naviglio sospetto; e si stabilì che nessuna galea uscisse se non allestita a battaglia.

La pingue Sicilia non era caduta in dominio de' Longobardi, sempre impotenti sul mare. L'impero greco la teneva cara, e come sentinella avanzata verso i dominj rimastigli in Calabria, e perchè ne traeva i grani; ma mentre mal sapeva difenderla nè prosperarla, pretendeva cavar da essa quanto un tempo da tutta Italia. Come la trattasse Costante II imperatore lo vedemmo. La Chiesa romana dai larghi possessi che v'avea, coglieva ogni anno moltissimi frutti, senza nulla mandarvi in ricambio: ma quando si ruppe la guerra delle immagini, que' beni furono tratti al fisco imperiale, e la Sicilia sottoposta alla giurisdizione ecclesiastica del patriarca di Costantinopoli.