Nel civile era governata da un patrizio; ma poichè i mari erano corsi da navi franche e da saracine, sempre sminuiva la dipendenza de' patrizj, oramai non soggetti in altro che nel pagare il tributo. Elpidio, un d'essi, rizzò la fronte contro Irene imperatrice, e non potendosi reggere da solo, istigò i Saracini che vennero più volte in Sicilia, senza però mettervi radice.
Eufemio, tribuno cioè governatore dell'isola a nome dell'imperatore Michele Balbo, s'innamorò d'una monaca e la rapì; e l'imperatore, benchè reo d'eguale sacrilegio, ne ordinò severo castigo. Eufemio ricorse a Zaidat Allah ben-Ibraim, re aglabita di Cairoan (827), promettendogli vassallaggio e tributo se lo ajutasse ad acquistar l'isola e il titolo d'imperatore. Esso gli affidò cento legni e diecimila combattenti guidati dall'emir Aba al-Camo, il quale sbarcato eresse una città del proprio nome (Àlcamo) presso le ruine di Selinunte. Eufemio gridato re dell'isola, sperava che i tanti malcontenti lo favorirebbero: ma come s'avanzò fino alle mura di Siracusa, due fratelli dell'oltraggiata lo trucidarono.
Si rianimano allora i Siciliani per salvare la patria dai nemici loro e della fede, li cacciano in isconfitta; ma i Saracini tosto ritornano con un soccorso d'Africa e un altro di fuorusciti di Spagna, e rimangono padroni della parte occidentale dell'isola. Palermo, celeberrima e popolosissima città, sostenne sì fiero assedio, che di settantamila abitanti appena tremila restavano al fine (831): ma que' profughi di Spagna la ripopolarono, sicchè divenne sede degli emiri, che dai principi di Tunisi furono mandati a compiere e regolare la conquista. Maometto, figlio di Abd-Allah aglabita, primo emir, uccise novemila romani (832) alla battaglia di Enna (Castrogiovanni), nel cui castello, preso dal suo successore Al-Abbas, fu aperta la prima moschea al rito nemico. D'allora non cessarono più di far guerra a' nostri, la cui resistenza meriterebbe essere vantata al par di quella degli Spagnuoli. Vent'anni più tardi, sulle mura di Messina cadeva il patrizio Teodoto (855). Siracusa in dieci mesi d'eroica difesa fece ricordare i mesi in cui fiaccò la potenza d'Atene; ma la viltà del navarca Adriano mandò a vuoto quegli sforzi, e i capi furono trucidati, il vulgo spedito in Africa a rimpiangere la libertà e la patria, e la città coi superbi suoi tempj ridotta a ruine inospitali[251]. I governatori greci si ritirarono sul continente d'Italia, trasferendovi il nome di Sicilia, donde vennero dette le Due Sicilie.
Da Palermo o da altre loro fortezze sortivano spesso gli Arabi a desolare le campagne, distruggere le messi, menare schiavi i natii: quando poi una città si rendesse, giusta la prescrizione del Corano le facevano il partito di professare la fede di Maometto, o di pagare tributo al vincitore. Di questo accontentandosi, dicono che alle città rendutesi compatissero le istituzioni antiche, e nello stabilire le leggi chiamassero a consiglio i vescovi: certo gli straticò o duchi conservarono giurisdizione criminale fin al tempo degli Svevi. Un emir comandava a tutta l'isola; a ciascuna città o distretto un alcade da lui dipendente; i cadì rendevano giustizia: despotismo sminuzzato, e perciò più oppressivo.
Preziosissimo sarebbe il trovare le costituzioni fatte per quel regno; e furono accolte con avidità quelle che pubblicò l'abate Vella come fatte d'accordo coi più assennati fra i vinti, nel 216 dell'egira; il Canciani le inserì nella Raccolta delle leggi de' Barbari; ma poi furono convinte impostura. Ridotti pertanto a tenuissime informazioni, diremo come l'isola, che dal tempo de' Cartaginesi avea formato due provincie, la siracusana e la panormitana, fu allora divisa in tre valli, e ciascuno in varj distretti. Entrata dello Stato era la getia, tributo imposto ai possidenti invece di quello dei Romani sulle bestie rurali. Le terre tolte ai Greci non furono serbate come possesso pubblico, ma divise fra i soldati benemeriti; maggior porzione agl'invalidi, ai governatori e ai tre capitani delle provincie. Queste possessioni, a differenza dei feudi, poteano alienarsi con certe formalità e col consenso del caposignore.
Le proprietà, le successioni, e in generale lo stato civile si regolarono in modo, che i Normanni poco trovarono a mutarvi. La schiavitù colonica alla romana sparì col perdersi degli antichi signori; onde il lavoro di mani libere cancellò le tracce della greca infingardaggine; e molte terre furono dissodate, in altre introdotti il cotone, il gelso, il papiro, la cannamele[252], il frassino della manna, il pistacchio; edifizj si elevarono, ricchi di marmi e musaici; e la tradizione accenna fin oggi i giardini vastissimi degli emiri, con vivaj di marmo (mar morto). Il Lilibeo, ch'essi intitolarono Marsala, cioè porto di Dio, attestava come non dirazzassero dai loro fratelli di Babilonia e di Spagna.
Così gli Aglabiti, poi gli Obeiditi profittavano della pace che ivi durò buon tempo, non avendo forze bastevoli a sturbarla nè gl'imperatori d'Oriente nè i signori d'Italia. Ma per quanto le donassero i frutti d'Asia e d'Africa, e per sotterranei spiragli (giarre) alzassero le acque a provvederne le case e ricreare i giardini, la Sicilia ricordavasi d'essere cristiana ed italiana, nè sapea rassegnarsi a un dominio che offendeva l'orgoglio nazionale e la domestica integrità. Gli Arabi erano dunque costretti a prepararsi frequenti fortificazioni, oggi ancora indicate dal nome di cala o calata; i monumenti della grandezza antica convertirono in ròcche; e dai tempj di Selinunte e dal teatro di Taormina bersagliavano i patrioti siciliani, o sbucavano a rapir donne e fanciulli per ornamento o custodia de' serragli.
Il dominio e la presa di Siracusa inorgoglirono gli emiri così, che negarono obbedienza ai principi aglabiti d'Africa. Fu dunque forza che questi venissero a sottometterli; e di fatti Ibraim re di Cairoan (908), sbarcato con un esercito di Mori, e assalita Taormina indarno difesa dalle anguste gole, dalle impervie alture e dal forte che a cavaliero di essa aveano eretto gli antichi re, la presero, e vi posero il borgo e il forte di Mola. Ibraim minacciò anche la Calabria; ma morto lui a Cosenza, i nuovi invasori vennero a contesa fra sè e coi prischi, i quali non si tenevano obbligati ai re fatimiti di Tripoli, che aveano usurpato il dominio degli Aglabiti. E ruppero a guerra; e i Cristiani ad or ad ora rinnovarono tentativi generosi di scuotere il giogo degl'infedeli. Palermo stessa fu occupata (917) da Abusaib Aldaiph, venuto d'Africa; ma i Siciliani, alleatisi con Alì Vava Assahr, la assediarono per sei mesi. I Girgentini insorti si sostennero quattro anni, e furono ad un pelo di prender anche Palermo: ma vinti (927), bagnarono di loro sangue gli avanzi della patria magnificenza.
Allora l'emir, per reprimere le rinascenti sollevazioni, fece abbattere molte fortezze, e menò schiavi in Africa gran numero di abitanti. Al-Mansor, terzo califfo fatimita dell'Africa, assegnò la Sicilia (948) non più a un governatore temporario, ma ad un emir, che fu Assan figlio di Alì, il quale, sottomessala colle armi, la governò con saviezza. Il che non vuol dire con clemenza; giacchè essendosi scoperta una congiura, esso fe decapitare gli imputati. Quattr'anni appresso venne d'Africa il moro Saclabio con camelli e forze, a cui Assan unì le sue, ed estesero le conquiste. I Greci fecero qualche tentativo di ripigliar l'isola, mandandovi soldati mercenarj danesi, russi, warangi: l'ammiraglio Basilio prese Termini, battè Assan, e molti uccise in val di Màzara: ma la battaglia di Rometta (958) costò la vita a diecimila Cristiani.
Gli Arabi, per punire i natii del favore mostrato, deportarono in Africa trenta de' più ragguardevoli personaggi, e fecero circoncidere quindicimila fanciulli col figlio del loro emir. Il tripolitano Khalil venne(938) d'Africa per reprimere i rivoltosi, occupò Màzara, Caltabellotta, infine Girgenti(940), i cui notabili imbarcò per Africa, ma in alto mare fece forar la nave e tutti sommergere. Narrano egli vantasse aver fatti morire nel val di Màzara, più di seicentomila persone. L'imperatore Niceforo Foca tentò anch'egli recuperar l'isola; e Manuele suo cugino pigliò Siracusa (965), Imèra, Taormina, Lentini. I nemici ricoverarono ai monti, e quando Manuele osò avventurarsi fra quelle gole, lo batterono, presero e uccisero; e tosto l'emir ripigliò tutte le città, e rase dalle fondamenta la generosa Taormina. Non per questo cessarono i Siciliani di tener testa agli stranieri, ne uccisero anche in battaglia l'emir: le nimicizie degli Arabi fra loro, e la titubanza de' Greci or collegati ora avversi a questi prolungarono le miserie dell'isola, disperante di respingere un nemico, il quale, come Anteo, sempre nuove forze traeva dalla Libia madre.