I Saracini di Sicilia tendevano a governarsi da sè, e vi riuscirono nel 969 quando l'emirato divenne ereditario, non dipendente dall'Africa che per oggetti religiosi. Internamente le due schiatte di Arabi e di Bereberi disputavansi l'isola, di cui i primi tenevano la parte settentrionale del val di Màzara con Tràpani e Palermo, gli altri la meridionale d'esso vallo con Girgenti, fabbricata presso la gran città d'Agrigento, distrutta l'829, e fino al 1040 non si videro che rivoluzioni e controrivoluzioni, vittorie e fughe, sempre rovinose, fra cui si ridusse a minimi termini la stirpe bèrbera, che poi nel 1015 fu affatto espulsa da tutta l'isola.

Intanto i Saracini si erano dalla Sicilia tragittati in Calabria, e alcuni di quelli di Spagna occuparono Tàranto; quelli d'Africa presero Bari, e si spinsero nella Puglia, saccheggiando e uccidendo. Radelgiso duca di Benevento tentò invano snidarli da Bari; onde prese il sinistro consiglio di adoprarli nelle sue guerre contro Siconolfo duca di Salerno, e li soldò (815) coi tesori della chiesa di Benevento. Siconolfo, sebbene da prima li vincesse, non potè resistere che coll'imitarlo, e anch'egli derubata la cattedrale di Salerno, soldò Abulafar saracino comandante in Tàranto, col quale riuscì vittorioso. Mentre seco risaliva in palazzo, il Longobardo con istrano scherzo lo prese fra le braccia, e portatolo di peso fin in cima alla scala, l'abbracciò e baciò. Recosselo ad onta il Saracino, e disdettogli il servizio, tornò a Tàranto e si esibì a Radelgiso, col quale ruinò i Salernitani. Il cui duca chiamò Saracini di Spagna e di Candia, e con essi vinse i Beneventani alle Forche Caudine: ma Radelgiso sopragiunto, lo battè interamente, ne prese tutte le città, Benevento assediò.

Siconolfo ricorse a Guido duca di Spoleto: il quale venne, e dal collegato e dal nemico cercò smungere denaro, fingendo metterli d'accordo. Siconolfo per conservare il dominio fe omaggio a re Lodovico II, chiedendone l'investitura al prezzo di centomila scudi d'oro. Denari trovava costui dal saccheggiare Montecassino, donde portò via calici, patene, croci, vasi e centrenta libbre d'oro; un'altra volta, trecensessantacinque libbre d'argento e sedicimila soldi d'oro; la terza vasi d'argento per cinquecento libbre; e così via, sempre promettendo restituire. La pace non fu fatta che l'848 per opera di re Lodovico, il quale divise il ducato secondo la solita politica dei Franchi.

Landolfo principe di Capua, morendo nell'842, divideva il paese fra tre figli, a Landone Capua, a Pandone Sora, a Landonolfo Tiano, lasciando ad essi per ricordo non permettessero mai che Benevento si riunisse con Salerno. Anche il ducato di Spoleto divideasi dalla parte transappennina, cioè dal ducato di Camerino: e così ogni cosa era sminuzzata e perciò debole.

Ne approfittavano i Musulmani, che mescendo il sangue loro al cristiano nei fraterni dissidj, si lusingavano dominare il bel paese. Oltre Bari, principale loro ricovero, alcuni si erano stanziati nell'isola di Ponza; ma Sergio console di Napoli, raccolti vascelli da Gaeta, Sorrento, Amalfi, ne li respinse. L'emir tornò, prese il castello di Miseno, sbarcò a Centumcelle, difilandosi sopra Roma; e ignaro dell'antica, nemico alla nuova dignità della metropoli del mondo, vi incendiò i sobborghi e profanò la chiesa dei santi Apostoli. Vacando allora la sede pontifizia, fu tumultuariamente eletto Leone IV (847), che sacerdote eroe, quando i principi fuggivano o pagavano i Barbari, si pose a capo delle truppe e dei cittadini, rianimati dal suo nobile coraggio, e rituffò i Saracini nel mare. Udito che nuove correrie minacciavano, Cesario, figlio del console Sergio, accorse con Napolitani, Amalfitani, Gaetani a difender Roma, e il papa gli accolse e benedisse: una tempesta malmenò l'armamento dei Barbari, altri furono uccisi o imprigionati.

Leone cinse di doppia mura la basilica di San Pietro e il quartiere del Vaticano, stanza dei tanti forestieri accasati a Roma, donde il vocabolo di Città Leonina: al qual uopo, da tutti i poderi del pubblico e da ogni monastero chiese gli uomini che per condizione erano obbligati al lavoro. Compiuta l'opera in quattro anni, il papa che l'avea difesa colla spada la dedicò il giorno dei santi Pietro e Paolo, coll'intervento di molti vescovi e del clero, i quali scalzi e cospersi di cenere circuirono le mura, implorandovi quel Dio, che «se non vigila le città, invano sorgono avanti giorno quei che la custodiscono»[253]. Centumcelle era rimasta quarant'anni smantellata e vuota d'abitanti a cagione delle correrie; e Leone ne accolse gli abitanti nella Città Leonina, donde più tardi ritornati alla prisca, le posero nome Civitavecchia. Il papa munì pure Orta e Ameria; a Porto eresse due torri con grosse catene dall'una all'altra per chiudere l'entrata del fiume: e molti Corsi fuggiti dalla loro isola per paura de' Saracini, giurarono vivere e morire sotto lo stendardo di san Pietro.

I Saracini, disperati di prender Roma (852), voltarono sopra Fondi, saccheggiandola e menando schiavi quei che non trucidarono; posero assedio a Gaeta, rincacciando fin a Montecassino un esercito di Spoletini mandati dall'imperatore a combatterli; e la culla de' Benedettini periva, se i Saracini non si fosser badati la notte in riva al fiume, il quale gonfiò per modo che più non poterono al domani guadarlo. Gaeta fu salvata dal valore di Cesario, che entrò nel porto colle flotte di Napoli e d'Amalfi, create pel commercio, ma disposte a tutelare la patria.

Se n'andavano i Saracini carichi delle spoglie; ma presso ad afferrare a Palermo, scontrarono una barca in cui due uomini, uno da cherico, uno da monaco, i quali dissero loro: — Donde venite, e dove andate? — Veniamo dalla città di Pietro, abbiamo saccheggiato l'oratorio di questo, devastato il paese, battuto i Franchi, arsi i conventi di San Benedetto. E voi chi siete? — Chi siamo? Or ora lo saprete?»; e detto fatto scoppiò procella sì impetuosa, che tutti i vascelli inghiottì[254].

Altri predavano Luni con tal furore, ch'essa più non risorse, il suo vescovado fu trasferito a Sarzana e la riviera dal fiume Magra sino alla Provenza rimase desolata: mentre altri davano il guasto alla Calabria, alla Puglia, al ducato di Benevento. Lodovico II, intercedenti il vescovo di Capua e l'abate di Montecassino, venne in soccorso, e ucciso l'emir Amalmater, si fece per forza consegnare quanti Saracini erano in Benevento, e li decapitò. Ma mentre perdea tempo a riconciliare i duchi di Benevento e di Salerno, i Musulmani rimbaldanziti devastarono il mezzodì. Avendo un tremuoto scassinato le mura d'Isernia, il valoroso Massar, stimolato a giovarsene per acquistare la facile preda, — E che? (disse) Iddio è sdegnato contro questa città, ed io vorrei aggravarne le sciagure?»

Men generoso Lodovico, quando Massar cadde in sua mano, lo decretò al supplizio. Più terribile di questo, Soldano (Saugdana) venne a rinforzar Bari, donde respinse gli assalitori; e Alifa, Telese, Sepino, Boviano, Isernia, Venafro ridusse in macerie; Benevento risparmiò a prezzo d'un tributo, che quel principe si umiliò a pagargli quando vide i Franchi non voler combattere. I Benedettini di San Vincenzo del Volturno, tra i più ricchi d'Italia, ebbero saccheggiato e distrutto il loro convento: quello di Montecassino dall'abate Bertario, illustre letterato, era stato difeso con mura e torri e col porvi al piede una borgata, che fu poi la città di San Germano, dove stavano a guardia i molti vassalli suoi; ma si stimò conveniente il riscattarsene con tremila monete d'oro.