Già signori e vescovi aveano tratto a sè l'arbitrio di eleggere il re; e per primo Ansperto arcivescovo di Milano, poi i vescovi d'Arezzo, Pavia, Cremona, Tortona, Vercelli, Ivrea, Lodi, Asti, Modena, Alba, Aosta, Acqui, Genova, Como, Verona, Piacenza, uniti con Bosone conte di Provenza, archimandrita del sacro palazzo e messo imperiale, e con varj altri conti, come ottimati del regno d'Italia elessero l'imperatore Carlo il Calvo per patrono, signore, difensore e re, promettendo obbedirlo in che che ordinasse a vantaggio della Chiesa e a salute di loro tutti; quanto sapranno e potranno col consiglio e cogli atti, senza frode nè maltalento, gli saran fedeli e obbedienti; nè direttamente o per lettera o per messi turberanno la quiete e la solidità del regno. Di rimpatto Carlo giurava, coll'ajuto di Dio e con ogni sua possa, onorare e salvare ciascuno, giusta l'ordine e la persona, mantener la legge e la giustizia che a ciascuno compete, e usare ragionevole misericordia a chi ne abbia bisogno: che se per fragilità deviasse, appena lo riconosca procurerà emendare[264].

Quest'atto prezioso ci chiarisce la natura di quel regno, elettivo e aristocratico: e fra gli elettori prevalgono i vescovi, come si sente dal fondarsi sui precetti evangelici, anzichè sulle cautele costituzionali, di cui furono assiepati i re dopo che si cessò di riverirli come immagini di Dio.

Bosone suddetto ricevè la reggenza di questo regno col titolo di duca di Pavia, conferitogli col cingergli la corona, che dopo quell'ora fu adottata negli stemmi ducali. Poco poteva il re, e meno il suo luogotenente; prevalendo i grandi e massime i vescovi, giacchè i piccoli vassalli, non trovandosi protetti altrimenti, si mettevano sotto al loro patronato, salvo le grandi città, le sole dove i liberi conservassero qualche importanza perchè uniti.

Carlomanno, altro figlio di Lodovico il Tedesco (877), cala in Italia, pretendendola come eredità paterna; ed essendo fuggito e morto il Calvo, è salutato re d'Italia: mai però non ottenne la corona imperiale; e non andò guari, che scontento delle turbolenze o impauritone, uscì d'Italia (879) lasciandola campo alle ambizioni, e poco stante morì.

Guido duca di Spoleto, di nazione Franco, e nato da una figlia di Pepino re d'Italia, ingrandì di mezzo alle guerricciuole interminabili de' signorotti della bassa Italia, e campeggiando i Saracini che mai colà non lasciavano pace. Docibile duca di Gaeta, assalito dal principe di Capua, invocò i Saracini, che vennero, e recarono gravissimi danni agli amici non meno che ai nemici. Il papa indusse Docibile a torcere le armi contro di loro, e molti Gaetani perirono in quella guerra; ma poi si calò ad accordi (882), dando loro stanza presso il Garigliano, di dove per quarant'anni manomisero i dintorni.

Anche Anastasio, l'ambizioso arcivescovo di Napoli, ora ai Saracini, ora ai Greci ricorse per ajuti onde nuocere ai Salernitani e ai Capuani; i quali di rimpatto si dirigeano a Guido di Spoleto. Costui non facea divario da onesto a ingiusto, e mentre combatteva gl'infedeli, rapiva continuamente alla Chiesa[265]; anzi, aspirando alla corona d'Italia, empiva Roma di satelliti, e diceano s'intendesse coi Saracini di Tàranto per disfare la dominazione pontifizia. Giovanni VIII, papa di natura irresoluta, corre ad Arles per invocare il re Lodovico il Balbo; ma questi ricusa s'e' non benedica le sue nozze con Adelaide, sposata mentre la prima donna ancora viveva: anche Carlo di Svevia lo respinge perchè gli avea proibito d'invadere la Borgogna cisgiurana; onde il papa si propizia Bosone suddetto, cognato di Carlo il Calvo, ajutandolo a formare il regno di Provenza, poi lo mena seco in Lombardia lusingandolo della corona imperiale. Quivi il vescovo di Pavia fece omaggio a Bosone come a re; ma appunto per questo l'arcivescovo di Milano il ricusò: e il papa stesso abbandonollo, sollecitando Lodovico il Sassone a venire per la corona imperiale. La prese di fatto a Roma; ma morendo presto di dolore (882), la lasciava al fratello Carlo il Grosso. Imperatore, re di Germania, di Baviera, di Sassonia, di Lorena, d'Italia, costui riuniva tutto il retaggio di Carlo Magno, ma nessuna delle qualità necessarie a sostenerlo[266].

A lui Giovanni VIII mandava querele perchè i baroni si rendessero ogni giorno più dissoggetti, mentre la metropoli del cristianesimo era minacciata dagli Infedeli e da figli ingrati, e — per Iddio soccorreteci, chè le nazioni vicine non abbiano a dire, Ov'è il loro imperatore?» Carlo trovavasi molestato nel proprio regno dalle correrie de' Normanni e più dall'insubordinazione de' feudatarj, ormai convertiti in altrettanti re: pure venne, e nella dieta di Pavia i vescovi, gli abati, i conti e gli altri ottimati del regno lo elessero, giurandogli omaggio e fedeltà, al solito modo e col solito ricambio. Ma col titolo regio non acquistò l'autorità; e Guido di Spoleto continuava le depredazioni, ad onta de' messi imperiali e dei fulmini della Chiesa; anzi costrinse l'imperatore a rendere a lui ed a' suoi complici i confiscati onori. Carlo, incapace di reggere la nave fra tali procelle, s'affidò a Liutwardo vescovo di Vercelli, che eresse arcicancelliere dell'Impero. Costui se ne valse a soprusare, e le fanciulle di più ricco retaggio forzava a sposare parenti suoi; e rapì da Santa Giulia di Brescia una nipote di Berengario duca del Friuli per darla a un suo nipote. Non comportò l'oltraggio Berengario, e con un grosso di truppe assalse Vercelli, e pose a sacco il vescovado; poi andò a scusarsene all'imperatore. Il quale non tardò a disgustarsi di Liutwardo, massime dacchè lo sospettò di tresche coll'imperatrice Ricarda. Questa giurò non essere mai stata tocca da nessun uomo, neppur dall'imperatore, esibendo sostenerlo col duello e colle sbarre roventi; e così giustificata si ritirò in un convento. Liutwardo esulò, e ricoveratosi presso re Arnolfo, intrigò a favore di questo[267]. Carlo medesimo come incapace e mentecatto fu deposto d'imperatore, e morì miserabile (887); e allora la corona di Carlo Magno andò per sempre a pezzi, e i varj popoli scelsero re nazionali: Eude prese la Francia, Arnolfo la Germania, Bosone la Provenza.

Come regno elettivo ch'era l'italico, i grandi di qui non si credettero obbligati ad Arnolfo, ultimo ed illegittimo rampollo carolingio, e si sentirono forti quanto bastasse per governare il paese senza tutela di forestieri. Già aveano compreso che gl'imperatori, da patroni, tendeano a farsi padroni: il vescovo di Brescia scriveva ad un prelato tedesco i guai degli Italiani, inquilini o piuttosto affittajuoli della patria loro, e preda del più forte; e l'oltramontano rispondeva compassionando una terra, ch'era unica fonte della ricchezza a paese arido e povero qual è la Germania[268]. Pertanto voleasi un re nazionale; ma come accordarsi nella scelta in un'età tutta d'individui, dove le fazioni signorili si contrastavano spesso senza conoscere il perchè, mutando parte secondo le inclinazioni e la forza dei loro capi, servi all'interesse istantaneo e immediato?

Fra i signori italiani quattro primeggiavano. Adalberto marchese di Toscana, sposo a Berta figlia di Lotario re di Lorena, la quale prima era stata di Teobaldo conte di Provenza, e n'avea avuti Ugo che poi fu re d'Italia, e Bosone che fu marchese di Toscana. Adalberto era cognominato il Ricco, ma non entrò per allora in lizza. Il principe longobardo di Benevento si era svigorito nelle guerre, e trovavasi sulle braccia le città di Calabria e i Saracini. Berengario duca del Friuli, di gente salica, e nato da una figlia di Lodovico il Pio, avea favorito a' Carolingi, ma con tale circospezione, che al soccombere di quelli rimase in piedi e potente. Guido di Spoleto, per la posizione sua appoggiavasi ai Saracini e al papa, potendo in quelli trovar braccia, a questo ispirar timore come emulo, o gratitudine come protettore. Stefano V l'adottò per figliuolo; e tanto erasi reso potente, che la dieta adunata a Langres per dare un successore a Carlo il Grosso, lui chiamò re di Francia. Abbandonò dunque le speranze del regno d'Italia a Berengario, il quale lusingava la nazionalità col farsi chiamare di sangue latino e principe italiano[269]; e in Pavia da Anselmo arcivescovo di Milano (888) si fe cingere la corona[270].

Ma Guido giunto in Francia si trovò prevenuto, essendo eletto re Eude conte di Parigi; onde col dispetto ripassò le Alpi, menando un grosso di guerrieri francesi, già allora sprezzatori dei nostri[271]; e coll'alleanza dei Camerinesi e degli Spoletini assalì Berengario, sussidiato da altri signori. Si combattè sanguinosamente nelle vicinanze di Brescia; e Berengario vinto (889) dovette contentarsi del suo ducato del Friuli, tenendo sede in Verona.