I vescovi del regno, che omai aveano tratto a sè il supremo diritto, si congregarono a Pavia, e meditando «quanti mali avesse pei proprj peccati sofferto Italia dopo Carlo Magno, tali che umana lingua non può spiegarli», risolsero porre un fine alle orribili stragi, ai sacrilegi, alle rapine, ai misfatti d'ogni genere che attiravano la collera celeste; e per salvare le chiese loro e tutta cristianità volgente in desolazione, si adunarono affine di imporre degna penitenza ai malfattori confessi, e reprimerli in avvenire, al qual uopo elessero Guido re, piissimo ed eccellentissimo. E fu riverito a patto rispettasse le immunità e i dominj della Chiesa romana, coi privilegi e le autorità concedutile dagli imperatori antichi e moderni, troppo disdicendo che questa chiesa «capo delle altre, rifugio e sollievo dei soffrenti, salute di tutti» venisse da chicchessia vessata; piuttosto convenendo che il pontefice da tutti i principi e i fedeli sia supremamente venerato. Rimangano inoltre libere da ogni vessazione e diminuzione le chiese vescovili: i rettori di esse liberamente esercitino la podestà sacerdotale nelle cose ecclesiastiche e nel reprimere i trasgressori della legge divina: a vescovadi, abazie, spedali o altri luoghi sacri non s'impongano nuove gravezze: ogni sacerdote e ministro di Cristo abbia gli onori e la riverenza dovuta al suo grado, e colle cose ecclesiastiche e le famiglie a lui spettanti rimanga imperturbato sotto la podestà del proprio vescovo, salva la ecclesiastica disciplina. A tutti gli uomini plebei e ai figli della Chiesa si lasci usare liberamente delle proprie leggi, senza esiger da loro più del dovuto, nè opprimerli: che se ciò avvenisse, il conte del luogo abbia a ripararli legalmente, per quanto gli preme conservare la sua dignità; ove manchi, e faccia violenze o vi consenta, sia scomunicato dal vescovo. E poichè Guido liberamente promise osservare tali capitoli, unanimamente, a guisa di agnelli rimasti senza pastore, lo elessero a re e signore.

Qui dunque, siccome avviene col ripetersi delle elezioni, s'allargano i patti, e ciò ch'è notevole si è la tutela del popolo e delle sue giustizie, assunta dai vescovi non per distinzione di razze e di grado, ma a favore di tutti, perchè tutti figli della Chiesa. Se i modi divisati per effettuarla non erano i più prudenti, è già assai trovare così proclamata l'egualità civile in nome della religiosa; è bello trovar costituzioni di diritti reali, mille anni prima che la nostra accidia ci facesse credere non poterne noi avere se non dall'imitare le francesi.

Guido, profittando del favore di Stefano V, si fe cingere in Roma anche la corona d'oro (891); ma il nuovo papa Formoso, preferendo un lontano imperatore a questi vicini e litigiosi, favorì il tedesco Arnolfo, che da Berengario era stato invitato a sostenere i proprj diritti sovra un regno di cui esso gli faceva omaggio. Arnolfo, come unico carolingio fra tanti nuovi dominatori, pretendeva che la Germania sua fosse ancora il centro e l'anima degli Stati disgiunti; e comprendeva che, se Berengario cadesse, e Guido preponderasse co' Franchi e coi Longobardi, ogni ingerenza germanica di qua dall'Alpi sarebbe perduta. Adunque per l'Adige calò in Italia, prese Verona e Brescia; Bergamo, che generosamente si difese, mandò a osceno saccheggio, e Ambrosio, governatore per Guido, che vi si era eroicamente sostenuto, fece vilmente appiccare. Tosto Milano e Pavia cedono; i marchesi d'Italia vengono a prestar omaggio e chiedere nuova investitura, invece della quale Arnolfo li fe carcerare, sinchè a lui giurassero fedeltà. Allora l'aborrimento del dominio straniero unì quelli che prima s'erano fra loro combattuti, e lo costrinsero a dar volta.

Cessato appena il pericolo, la guerra civile rinfocò tra Berengario e Guido; e morto questo, Lamberto suo figlio e collega, gridato re (894), strinse novamente Berengario in Verona. Allora Arnolfo, invitato da papa Formoso, torna; va dritto al cuor d'Italia per abbattere gli Spoletini, che parea volessero rinnovare la preponderanza longobarda; conferma a Berengario il regno d'Italia, sottraendogli però le provincie transpadane, nelle quali pone un Gualfredo (896) col titolo di duca di Verona, e un Maginfredo con quello di conte di Milano. L'acconcio dispiace a Berengario, il quale s'affiata con Lamberto di Spoleto e con Adalberto di Toscana per chiudere ad Arnolfo il cammino di Roma. Arnolfo vi arriva per forza; benchè Geltrude vedova dell'imperatore Guido, difendesse la Città Leonina, egli la prende, ha Roma per capitolazione (febbr.), fa decollare molti a sè avversi; dal pontefice ottiene la corona, dal popolo giuramento d'obbedienza, salvo la fedeltà dovuta a papa Formoso. Ma le malattie che spesso vendicarono gl'Italiani, colsero Arnolfo, sicchè s'affrettò a ritornare in Baviera, molestato gravemente dagli Italiani insorti.

Ratoldo suo figlio, lasciato in Lombardia, non bastava a frenare quel moto d'indipendenza; sicchè pel lago di Como egli pure se n'andò in Germania; Verona non resistette a Berengario; i Milanesi trucidarono Maginfredo, che dato interamente al Tedesco, non pensava che a stringerli in soggezione; da Roma l'odio agli oltramontani si manifestò in uno scandaloso processo, che il nuovo papa Stefano VI fece al cadavere di Formoso, la cui vera colpa in faccia al popolo era d'aver unto lo straniero; poi sedente Giovanni IX, un concilio confermò imperatore Lamberto, pronunziando surrettizia e barbara l'elezione d'Arnolfo. I due competitori Lamberto e Berengario, accortisi che dal ricorrere agli stranieri scapitavano entrambi (898), partirono il regno fra sè; al secondo la Lombardia fra il Po e l'Adda, il resto a Lamberto colla corona imperiale. Ma i fiumi non demarcavano le possessioni de' grandi e degli ecclesiastici, e l'incrociarsi di esse su dominj diversi moltiplicava i motivi di conflitto. In breve Lamberto venne in rotta con Adalberto di Toscana, e lo rese prigioniero; ma poco stante egli stesso fu assassinato nei boschi di Marengo, dicono da Ugo figlio di Maginfredo già conte di Milano.

Anche ne' paesi transalpini i duchi o conti cincischiavano l'autorità dei re; ma infine essi erano nazionali. Da noi invece erano forestieri; e nessuno se ne trovò, il quale sapesse sbrancarsi dalla propria nazione per farsi capo d'una nuova. In tal guisa l'indipendenza paesana cadeva, mentre gli altri popoli la acquistavano; atteso che cotesti signorotti, non v'avendo popolo sul quale farsi forti, ricorreano ai potentati forestieri. Berengario, rimasto solo re, libera Adalberto; ma eccogli addosso un nuovo flagello, gli Ungheri.

Dagli Urali e dal Caspio erano venuti costoro nella grande commozione di Attila; avanzatisi poi nell'VIII secolo, e sottoposti i Valachi e gli Slavi delle sconfinate pianure di qua dai Carpazj, cominciarono a rendersi terribili in Europa quali scorridori e predoni. I Carolingi nelle miserabili gare degli ultimi loro tempi gl'invocarono spesso, e Arnolfo gl'invitò coi Croati ad osteggiare il potente impero de' Moravi. Improvvido consiglio[272], perocchè abbattuto questo si trovarono a contatto coll'impero Franco, contro del quale spinsero i rapidi loro cavalli e una ferocia da selvaggi.

Ci sono essi descritti come gente oltre ogni dire deforme e barbara; volto schiacciato; le madri morsicavano i figli in viso per abituarli al dolore. Nello sgomento ispirato da essi, disputavasi se fossero quel popolo di Gog e Magog, predetto dall'Apocalissi come precursore della fine del mondo; e s'introdussero processioni e riti per isviare quel nembo, e litanie dove pregavasi Dio perchè ci scampasse dal furore degli Ungheri. Nè mancò la solita messe di prodigi; e molte volte le ossa turbate de' santi riuscirono loro micidiali: la mano di un Unghero restò affissa all'altare che tentava spogliare; ad un altro si spezzò la spada vibrata a decollar un frate.

Non tocca a noi raccontare i guasti che recarono alla Germania e alla Francia: ma l'Italia ben presto lusingò la loro cupidigia, bella e ricca qual è anche dopo spogliata e vilipesa da stranieri e da suoi, ed aperta a loro dal lato ove s'abbassano le alpi Friulane. Entrati per queste in numero che parve immenso agli atterriti, non arrestati dalle munitissime città di Aquileja[273] e Verona devastarono sino a Pavia. Re Berengario che, allor allora domi i rivali, trovavasi solo in dominio del bel paese, mandò il bando dell'armi per la Lombardia, la Toscana, Camerino, Spoleto, e raccolto un esercito tre volte più numeroso di quel de' nemici mosse contro di loro, li sconfisse, e talmente gli avviluppò fra l'Adda, il Brenta e gli altri fiumi dell'alta Lombardia, che non trovando scampo, mandarono offrendo di abbandonare il bottino e i prigionieri, purchè fossero lasciati partire. Berengario, confidando sterminarli, negò: ond'essi da disperati combatterono, vinsero, e dispersi i mal uniti Italiani, senza ostacolo desolarono il paese.

Non combattevano in regolate schiere, ma da scorridori sui rapidissimi cavalli, cui schiomavano acciocchè i nemici non avessero dove ghermirli. Non sarebbe dunque stato possibile ad ordinato esercito il raggiungerli; sicchè ciascuno era costretto provvedere alla propria difesa. Dalla campagna al loro accostarsi fuggiva la gente sulle alture fortificate, e mura alzaronsi allora attorno alle borgate e ai conventi[274]. Così gli uomini, rialzate le teste dalla servitù regolare dei Romani e dalla violenta dei Barbari, imparavano di nuovo a maneggiar le armi, e valersene a tutela della casa, del podere, del convento, delle città; il che tornò poi a vantaggio della libertà, poichè i padri nostri compresero la potenza dell'unione, e trovandosi in mano le armi, le usarono ad acquistarsi od assicurarsi franchigie.