Berengario gli affrontò più volte; ma dall'infelice riuscita disgustati, o seguendo già la politica imputata loro di voler sempre due padroni affinchè l'uno tenesse l'altro in rispetto[275], una partita di signori nostri, e nominatamente Adalberto di Toscana, offerse la corona d'Italia a Lodovico re di Provenza. Adalberto da principio era sì buono, che quando non si trovasse altro, dava ai poveri il proprio corno da caccia colla catena d'oro, che poi riscattava a denaro: in appresso s'abbandonò all'ambizione e alla crudeltà, e perpetuamente avversò Berengario. Lodovico venne, e fu coronato re in un concilio a Pavia, poi imperatore a Roma (901) col nome di Lodovico III. Avendo soggetta tutta l'Italia volle vedere anche la Toscana, e a Lucca fu ricevuto da Adalberto con tanta magnificenza, ch'ebbe ad esclamare: — Questo marchese avrebbe piuttosto a chiamarsi re, in nulla essendomi inferiore che nel nome». Adalberto, e più l'ambiziosa sua moglie Berta, videro in queste parole un'espressione d'invidia, onde se ne alienarono, e svolsero da lui anche gli altri principi. Lodovico, venuto a Verona, congedò l'esercito, distribuì a' suoi molti possessi, e stavasene in improvvida sicurezza: sicchè Berengario, che non gli si era opposto, lo colse, gli rinfacciò d'avergli altra volta giurato non molestare l'Italia, e fattigli cavar gli occhi, il rimandò in Provenza (903?). I suoi soldati restarono dispersi, e al passo dell'Alpi ne fe molti capitar male il marchese d'Ivrea genero di Berengario.
Quel che gli Ungheri all'alta Italia, il faceano alla bassa i Saracini, devastando, uccidendo; e massime la banda postatasi al Garigliano interrompeva le comunicazioni, e dilapidava i beni della Chiesa. Quando poi Ibraim re di Cairoan dall'Africa sbarcò in Sicilia per tornar al dovere gli emiri rivoltosi, si lagnò che a questi avessero dato soccorso le città di Calabria; e benchè esse venissero a dargli scuse, intimò si preparassero alla servitù, ed annunziassero il suo arrivo nella città del vecchio Pietro (908). Ma a Cosenza trovò forte ostacolo, «e una notte per giudizio di Dio morì»[276].
A questi nemici del paese e della fede opponevansi i papi; e Giovanni X, desiderando i signori italiani si concordassero a riscattare la patria, pensò rassodare l'unità cristiana col porvi a capo Berengario, e il coronò imperatore nel Natale 915, a patto osteggiasse i Musulmani. La coronazione fu solennissima; profusi doni alle chiese, al clero, al popolo. Il papa aveva invitato la Corte di Costantinopoli a mandar una flotta che intercettasse il mare ai Saracini; trasse in lega Landolfo principe di Benevento, Gregorio duca di Napoli, Giovanni duca di Gaeta: il papa stesso menò l'impresa con Berengario e col marchese Alberico di Camerino; e bloccata la colonia de' Barbari, gli affamarono di maniera che messo fuoco alle case e alle robe, sbucarono impetuosi a salva chi può, e la più parte furono uccisi o presi e fatti schiavi.
Non per questo le fazioni quietarono. Il marchese di Toscana e Berta sua moglie furono in Mantova imprigionati da Berengario, ma senza poter farsene cedere i castelli. Lamberto arcivescovo di Milano, che da esso imperatore avea dovuto comprar a denaro la dignità; Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario; Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, congiurarono a danni dell'imperatore. Saputo che costoro aveano un convegno sulla montagna di Brescia, egli soldò due capi di Ungheri, i quali di fatto li colsero: Odelrico restò ucciso; Adalberto, fintosi un povero fantaccino di Calcinate, scampò; altri, avuto salvezza dalla clemenza di Berengario, invitarono in Italia Rodolfo II, re della Borgogna transgiurana. Soccorso dal suocero Burcardo duca di Svevia, egli venne; ma in sanguinosa battaglia a Firenzuola era sconfitto, quando la riserva del suocero mutò la fortuna, e Rodolfo vincitore fece coronarsi re in Pavia (922).
In questo mezzo erano tornati gli Ungheri, e tagliati a pezzi ventimila guerrieri di Berengario, eransi sveleniti contro Padova, Treviso, Brescia. L'imperatore mal obbedito non potè frenare quella furia che pagando dieci moggia di denari d'argento[277]; al qual fine tolse molti beni alle chiese, e il popolo tutto obbligò, fino i lattanti, a contribuire un denaro per testa. Ma vinto e scoronato, e ridotto a Verona e al ducato del Friuli, invitò essi Ungheri contro l'emulo Rodolfo. Voltisi dunque sopra Milano, assalsero Pavia (924), città florida e popolatissima[278] dove si tenevano le diete del regno, e vi soffocarono il vescovo e quel di Vercelli, distrussero quarantatre chiese; di tanta gente soli dugento lasciarono vivi, i quali raccolsero fra le ceneri otto moggia di denari per ricomprare dai Barbari il luogo dov'era sorta la patria.
Modena fu difesa a lungo dai proprj cittadini, che dall'alto delle mura si incoravano a vigilare con una cantilena guerresca rimastaci[279]. Malmenate anche le estreme terre del Piemonte, osarono imbarcarsi sulla marina Adriatica, ed arsero Cittanova, Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e predato tutto il littorale, tentarono Malamocco e Rialto; ma i legni mercantili di Venezia li respinsero[280].
La chiamata di que' Barbari indignò gl'italiani contro Berengario, onde tra i Veronesi fu congiurato di ucciderlo, e capo della trama era Flamberto. L'imperatore n'ebbe fumo, e chiamatolo a sè gli ricordò come lo avesse colmo di benefizj, sin a tenergli un figliuolo a battesimo, e più gliene compartirebbe ove restasse fedele; e donatagli una coppa d'oro, il lasciò andare. L'ingrato non ne divenne che più accanito. Berengario quella notte non dormì in palazzo, ma in una cameretta attigua alla chiesa, per esser pronto a sorgere la mezzanotte ed assistere all'uffiziatura. Ma come fu in chiesa, Flamberto lo fe trucidare. Milone, suo fedele, fece appiccare Flamberto e i complici.
Come avvenne ad altri infelici autori di conati nazionali, Berengario, bersagliato miserabilmente tutta la vita, ebbe esagerate lodi dopo morto qual valoroso, clemente, pio, e sin a riverirlo per santo, e mostrar lungamente una pietra chiazzata del suo sangue, che mai per lavarla non aveva perduto le macchie[281].
Tolto l'emulo, e scomparsi gli Ungheri, venne a regnare Rodolfo, ma non con pace, giacchè lo contrastarono tre vedove che allora aggiravano l'Italia cogli intrighi e coi vezzi: Berta, vedova di Adalberto il Ricco, sua figlia Ermengarda, marchesa d'Ivrea: e sua nuora Marozia, di disonesta memoria, vedova di Alberico marchese di Camerino. Il voto di coteste e di Guido duca di Toscana e Lamberto fratelli d'Ermengarda si accordò sopra Ugo, duca di Provenza loro fratello uterino, che cogl'inganni più che colla forza vinse Rodolfo (926). Questo si ritira in Borgogna, ma quivi unitosi ancora col suocero Burcardo, cala con grosso esercito in Italia. Burcardo piglia l'assunto d'esplorare le forze de' nemici, e in veste d'ambasciadore viene a Milano. Giunto alle colonne di San Lorenzo, allora fuor di città, disse a' suoi compagni: — Questo luogo pare fatto apposta per erigervi una fortezza che tenga in briglia, non solo i Milanesi, ma tutti i principi d'Italia»; e soggiunse: — Non sono Burcardo se non riduco gli Italiani a contentarsi d'un solo sprone e cavalcare giumenti». Disse ciò in tedesco, ma i nostri lo capirono, e tutto riportarono all'arcivescovo Lamberto: il quale dissimulando prodigò carezze al finto ambasciadore, e gli diede licenza di rincorrere un cervo nel proprio parco; favore che a nessuno egli consentiva. Ma intanto mandava avviso agli Italiani; sicchè, mentre tornava, Burcardo fu côlto in un agguato a Novara, e fuggendo restò trafitto dai duchi di Toscana; a' suoi non valse il ricoverarsi in San Gaudenzio, chè furono trucidati, e Rodolfo voltò indietro.
Ugo, che spertissimo di maneggi, s'era già compri molti signori italiani, allora venne promettendo un secol d'oro; sbarcato a Pisa ebbe universali accoglienze; a Pavia eletto re, a Milano coronato, regnò più robusto che nol desiderassero i signori italiani, proponendosi di restaurare l'unità della signoria col solo modo che par possibile, dopo gravi disordini, cioè la tirannia.