La voluttuosa e intrigante Marozia, sposa a Guido di Toscana, formatosi un grosso partito in Roma e disdicendo ogni obbedienza al papa, aveva occupato Castel Sant'Angelo, e disponeva a sua voglia della città e del papato: entrata col marito e con un pugno di sgherri in Laterano, trucidarono Pietro fratello di papa Giovanni X e questo cacciarono in prigione (928), ove morì dal dolore o soffocato. Poco dopo Guido moriva, e succedeagli nel ducato di Toscana il fratello Lamberto. Ma re Ugo, temendo non gl'italiani gliel sollevassero emulo, fe spargere che esso e Guido ed Ermengarda fossero figli suppositizj. Della grossolana invenzione s'adontò Lamberto, e propose smentirla col duello. Ugo fu vinto nel suo campione Teduino; ma non per questo cessò, troppo premendogli di togliere a Lamberto il dominio e la ricca moglie. Fatto sta che Lamberto poco poi fu côlto e accecato (931); il suo paese dato a Bosone fratel germano di Ugo, cessandovi così quella schiatta de' Bonifazj e Adalberti; Ugo sposò Marozia e dominò in Roma trattandovi con alterigia i grandi.
Alberico, figlio di Marozia del primo letto, dava un giorno l'acqua alle mani di Ugo; e avendo ciò eseguito disadattamente, ebbe da questo un manrovescio. Invelenito si restringe coi nobili (932), assalta e fuga il patrigno. Due volte Ugo tornò coll'esercito per vendicarsi e recuperare Roma, ma non potè che devastarne le circostanze: e infine concedette ad Alberico la pace e le nozze d'una propria figlia. Non per questo Alberico gli consentì mai di entrare in città, dove anzi accoglieva quanti signori fuggivano dalla tirannia di esso; per ventitre anni vi si tenne capo, coi nomi di console, di senatore, di tribuno allucinando i discendenti de' Romani antichi, i quali vedeano un magistrato repubblicano nel demagogo prepotente che usurpavasi fin gli atti pontificali, devoluti a suo fratello Giovanni XI. Ugo intanto, di scellerati portamenti in casa e di perfida politica fuori, insultava ai magnati, molti signori uccise, installò vescovi tedeschi a Milano e a Verona. Al fratello Bosone invidiò la Toscana o le ricchezze che egli e sua moglie Villa aveano carpite ai signori di colà, e col solito pretesto di congiure l'espulse, dando quel marchesato al proprio figlio naturale Uberto. Adombrò pure di Berengario marchese d'Ivrea e conte di Milano, Spoleto e Camerino, nipote all'imperatore Berengario. Il primo colla forza aperta assalì ed uccise; l'altro ebbe benignamente alla Corte, e aveva ordinato di strappargli gli occhi, quand'egli, avvertito dal giovine re Lotario, fuggì ad Ottone.
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Ugo disgustava pure col tuffarsi nelle lascivie, contaminando famiglie principali, e alle bagascie sue e ai tanti sterponi prodigando chiese, monasteri, prelature. Le nozze con Marozia come illegali volle sciolte quando gli parvero più vantaggiose quelle con Berta di Svevia, vedova di Rodolfo e madre del re di Borgogna.
Tuttociò accresceva i malcontenti, e il desiderio di indipendenza trapelava d'ogni parte fra gl'italiani: i quali però, se ebbero sempre vivo il sentimento della libertà personale, poco conobbero quello della libertà politica, e per ottenere la prima sacrificavano l'altra con cotesto bilicarsi fra due padroni. D'altra parte Ugo ben maneggiava con quelli da cui potesse temere: chetò di sue pretensioni re Rodolfo col cedergli i diritti del figlio dell'accecato Lodovico, suo pupillo, sopra la Borgogna cisgiurana, sicchè ne formò il regno d'Arles; strinse alleanza con Enrico l'Uccellatore nuovo re di Germania; concedette nuove sicurezze a Venezia e a papa Giovanni XI. Coll'imperatore romano di Costantinopoli si accordò per assalire i Saracini di Frassineto; e mentre quello li chiudea per mare, esso per terra li snidò, riducendoli sul monte Moro, dove pure li tenne assediati. Quivi pure poteva sterminarli; se non che temendo che Berengario tornasse di qua dall'Alpi a molestarlo, licenziò la flotta greca, e patteggiò cogli Infedeli di collocarli nei monti che dividono l'Italia dalla Svevia, acciocchè si opponessero ad ogni invasione. Colà divennero ostacoli ai tanti forestieri che visitavano la penisola per devozione o per affari, e moltissime vite costò l'averla perdonata a coloro.
Tra questo gli Ungheri continuavano lo sperpero dell'Italia, e anche nella meridionale pervennero saccheggiando Capua, Salerno, Benevento, Nola, Montecassino, e fin Tèramo. Un grosso di Marsi e di Peligni gli aspettò in agguato e ne fa strage; ma per cinquanta anni non lasciarono tregua alla penisola. Ugo non seppe frenarli che con dieci moggia di danari, ponendo perciò gravissime contribuzioni; del che disgustati, e de' codardi portamenti suoi, e del dare le cariche a forestieri, i signori italiani, non potendo trar qui il re di Germania tenuto buono da Ugo con regali, chiesero Arnoldo duca di Baviera e Carintia, che di fatto scese per val di Trento a Verona, ma trovata resistenza a Bussolengo, se ne tornò. Ugo cacciò in prigione Raterio vescovo di Verona come reo d'averlo favorito; il quale descrisse i proprj patimenti.
Più operoso nemico gli era Berengario marchese d'Ivrea, che profondendo denaro, sollecitava ajuti da Ottone re di Germania. Un Amedeo, gentiluomo di sua confidenza, l'esortò a fidare piuttosto nel malcontento degli Italiani, e si esibì di venire a scandagliarli. Di fatto, vestito da pezzente, girò di castello in castello, di vescovado in vescovado; saputo che Ugo era sulle sue traccie, cangiava travestimento e forma ogni giorno; al re stesso ardì presentarsi con altri che limosinavano; infine riuscì a tornare al padrone. Il quale, fidato sulle intelligenze, con piccola scorta calò per val d'Adige. A Manasse arcivescovo d'Arles, e insieme vescovo di Trento, Mantova, Verona, e governatore del Trentino, promise l'arcivescovado di Milano; il vescovado di Como a Adelardo, cherico che s'intromise del trattato; così ad altri prelati e governatori e signori dava e prometteva cariche, feudi, sopratutto monasteri in commenda e vescovadi.
Ugo, ritiratosi a Pavia, spedì Lotario figlio suo alla dieta milanese chiedendo, se erano stanchi di lui, lasciassero a questo innocente la corona; e i grandi commossi dalle costui istanze e dal vederlo abbracciare la croce, gliel concessero. Intanto Berengario scontentava i prelati, a cui toglieva le prebende per mantenere le promesse fatte a' suoi fautori, i quali pure non restavano mai soddisfatti; pure cresceva ogni giorno di fautori e realmente dominava, comunque conservassero il regio titolo Lotario e Ugo. Quest'ultimo, disperato di ricuperarlo, tornò nel suo patrimonio d'Arles (947) portandovi tesori, che presto abbandonò colla vita. Fra breve moriva anche Lotario, forse avvelenato da quello cui era ostacolo a regnare; e Berengario venne gridato re col figlio Adalberto (950). E poichè temea che la bella e virtuosa Adelaide, figlia di Rodolfo II di Borgogna e vedova di Lotario, portasse a qualche marito i diritti suoi e le vendette, la prese, e volea forzarla a sposare suo figlio. Stette ella costante al no, benchè Villa moglie di Berengario giungesse fin a batterla e calpestarla. Chiusa nella rôcca di Garda, la bella infelice trovò compassione; un cherico Martino recò attorno i lamenti di essa, le preparò i mezzi a fuggire (951) e un asilo presso Azzo feudatario di Canossa, castello importante nelle storie, posto verso il fiume Enza al cominciar delle montagne di Reggio, sovra un'alta rupe isolata, sicchè facilmente si difendeva da qualunque assalto. Di quivi ella invitò a vendicarla re Ottone il Grande, che n'ebbe un bel destro onde innestare il nostro paese alla Germania, e distrutto il sistema militare de' Longobardi e dei Franchi congiuntosi colla Chiesa, avviò qualche miglioramento.
CAPITOLO LXXIII. Età ferrea del Pontificato. Ottone il Grande. La corona imperiale e il regno d'Italia passano ai Tedeschi. Si svolge la nazionalità italiana.
Disordini più deplorabili contaminavano il centro della cristianità. Unendosi all'Impero col rinnovarlo nella persona di Carlo Magno, la Chiesa avea creduto sceverarsi dalle cose mondane, e vi si trovò implicata viepiù, sia per gl'interminabili dissidj cogli imperatori che pretendevano intervenire alle elezioni, sia pel crescere de' baroni attorno a Roma, sia per l'aumento delle ricchezze. Le quali erano tante, che sotto Leone III si trovano offerte ad essa per più di ottocento libbre d'oro e ventunmila di argento; e Leone IV, il sacerdote eroe che contro i Saracini difese e munì il quartiere di Vaticano, nella basilica de' santi apostoli depose ornamenti per trecentottantasei libbre d'argento e ducentosedici d'oro.