La Germania erasi staccata dalla restante eredità di Carlo Magno, e la debolezza dei re che la dominarono fu causa che perdesse anche la corona imperiale. Estinta poi la stirpe de' Carolingi, si divise in molti ducati di forza quasi pari, or dall'uno or dall'altro de' quali sceglievasi il re, primo tra pari, potente solo se possedesse carattere, abilità, valore. E li possedeva Ottone di Sassonia, che menò guerre continue, e nessuna per ambizione; non cercò impinguare la propria famiglia coi feudi, e tolta la Germania dall'avvilimento, contribuì potentemente a porla nel primo posto fra le nazioni moderne.
Di sue vittorie accenneremo soltanto quella contro gli Ungari, che per un secolo aveano malmenato Germania, Francia e Italia, ed a cui i suoi predecessori non aveano saputo opporre che la viltà de' tributi. Ottone sul Lech li sconfisse interamente (955), e rinforzò contro di loro il ducato d'Austria, sicchè fissatisi sul basso Danubio e resisi cristiani, divennero poi salda barriera contro altri Barbari. Allora anche l'Italia restò assicurata dalle coloro scorrerie.
La bella Adelaide, vedova di re Lotario (pag. 347), dalla torre di Garda fuggita al castello di Canossa, invitò Ottone a proteggerla; ed egli con pochi seguaci (951) passò le Alpi, fidato nelle intelligenze; sorprese Pavia, e quivi invitata la bella, se ne invaghì e la sposò; poi fattosi coronar re, partì, lasciando a suo genero Corrado, duca di Franconia e di Lorena, la cura di sottomettere Berengario II. Questi non aveva opposto resistenza, sia perchè lo conoscesse troppo potente, sia per riconoscenza de' favori ricevutine; anzi lasciossi indurre a fargli omaggio del regno. A tal uopo se gli presentò in Augusta: e Ottone, lasciatolo aspettare tre giorni, gli ordinò tornasse l'anno seguente, quando infatti gli consegnò lo scettro d'oro come investitura del regno d'Italia, scemato d'Aquileja e Verona, chiavi delle Alpi; dovea però riconoscerlo come feudo dal re di Germania; col che, egli straniero, sagrificava l'indipendenza italiana.
Corrado di Franconia, a cui aveva promesso di trattare onorevolmente il nemico se gli facesse omaggio, si tenne offeso di tale comporto; e con Lodolfo, figlio di Ottone, ruppe in aperta nimistà, che questo distolse lungo tempo dall'Italia. Intanto Berengario qui si rendeva esoso col punire quanti l'avevano disfavorito, rincarir taglie, spogliare chiese onde pagare gli Ungari, e col dare e togliere a capriccio le sedi vescovili, e dai vescovi esiger ostaggi di loro fedeltà. Essi e papa Giovanni XII invocavano dunque Ottone, il quale, giunto a Milano (961), dichiarò scaduto Berengario; che difesosi lungamente a Montefeltro (966), fu costretto cedere e mandato a morire a Bamberga con Villa, sua pessima moglie, che s'era ricoverata nell'isola di Orta colle ricchezze[285]. Azzo, che stava da un pezzo assediato in Canossa per punizione d'avervi raccolto Adelaide, fu dichiarato marchese, e divenne stipite d'insigne prosapia. Lo storico Liutprando, già secretario di Berengario e rifuggito alla Corte sassone, ottenne il vescovado di Cremona.
Ottone, coronato re dall'arcivescovo di Milano e dai suffraganei[286], avviossi a Roma, dove spedì questa formola di giuramento: «A te signor papa Giovanni, io re Ottone fo giurare e promettere pel Padre, Figlio e Spirito Santo, e per questo legno della croce, e per queste reliquie dei santi, che se, Dio permettente, verrò a Roma, esalterò a tutta mia possa la santa Chiesa romana e te capo di essa; non mai per volontà, consiglio, consenso od esortazione mia perderai la vita o le membra o l'onore che hai; nella città romana senza tuo consiglio non farò regolamento od ordine alcuno intorno a cose che concernano te o i Romani; ti restituirò qualunque porzione della terra di san Pietro venga in mio possesso; e a chiunque io affidi il regno d'Italia, sì gli farò promettere d'esserti in ajuto a difendere il patrimonio di san Pietro con ogni potere. Così Dio m'ajuti e questi santi vangeli di Dio».
Venuto a Roma, Ottone giurò in quei termini, confermò la donazione di Pepino e Carlo Magno, compresa Roma col suo ducato, all'atto di Lodovico Pio aggiungendo anche Rieti, Amiterno e cinque città di Lombardia, salva la potenza sua e de' suoi discendenti; e ottenne la corona imperiale (962 — 2 febb.).
Non appena fu partito, gli vennero rapportate nefande cose del giovane papa, e come intrigasse con Adalberto figlio di Berengario. Ottone ritorna a Roma; e il papa, sulle prime oppostosi armato, fugge col tesoro di san Pietro e col re Adalberto che v'avea chiamato, e l'imperatore aduna un concilio per processarlo. Orribili colpe gli sono apposte: licenza di donne che riducevano a postribolo il Laterano; cardinali e vescovi mutili, accecati, uccisi; aver celebrato messa senza comunicarsi; voluto ordinare un diacono in una scuderia; ad altri concesso il santo ministero per danari; posto vescovo a Todi uno di dieci anni; gettato incendj, e comparsovi in mezzo con elmo, usbergo e spada; bevuto ad onore del demonio e delle bugiarde divinità.
L'eccesso mostra quale spirito le dettasse: ma non essendo egli comparso a scagionarsi, il dichiararono scaduto, surrogandogli Leone VIII, laico ancora (963). Tanto arrogavansi i secolari! e i frutti erano secondo il seme. Giovanni avea lasciato molti amici, co' quali e con castellani del ducato eccitò una sommossa; ma i Tedeschi abbatterono le steccate da essi erette al ponte, e menarono strage, finchè Leone non s'interpose. Appena però Ottone si volse a combattere Adalberto che si fortificava nelle marche di Spoleto e Camerino, Giovanni, a capo d'una masnada saracina, tornò fra le acclamazioni del popolo, che per odio al prepotente straniero avea voluto dimenticare le scostumatezze di lui; e cominciava acerbe vendette (964), quando il colpì quella d'un marito oltraggiato.
I Romani, senza riguardo all'imperatore, affrettaronsi ad eleggere Benedetto V; ma Ottone accorso di nuovo, balestrò Roma e la affamò tanto che l'ebbe, e ripristinato l'antipapa Leone, fece in un concilio decretare che agl'imperatori competesse il nominare i successori al regno d'Italia, dar l'istituzione al papa, e conferire l'investitura ai vescovi nei loro Stati[287]. Con ciò veniva a ribadirsi all'Impero il regno d'Italia, e si assodava la superiorità degl'imperatori sui papi: frutto dell'orribile immoralità che tutti gli ordini del nostro paese sommergeva in materiali passioni, rendeva insofferenti d'ogni dovere, obbligava i dominanti ad esuberar di rigore per mantenere qualche regola, e trabalzava a vicenda il popolo fra superba indocilità e misera paura della forza esteriore, fra le violenze e la vigliaccheria, capitali nemiche della libertà. D'allora l'Italia trovossi condotta ad effettuare la propria civiltà sotto gl'influssi d'una potestà straniera, per quanto lassa: e la storia della Germania e dell'Italia sono collegate dalla reciproca antipatia.
Ottone se n'andava, trascinandosi dietro il papa eletto dal popolo; ma la peste che desolò il suo esercito e n'uccise i capi, fu avuta qual castigo di Dio per le violenze usate a Roma. Essendo poi morti Benedetto e Leone, si mandò a chieder un papa all'imperatore, che elesse Giovanni XIII (965); ma questo dai magnati di Roma fu espulso. Anche la fazione di Berengario sopraviveva, e sebben fossero presi il forte San Leo, la rôcca di Garda e l'isola Comacina a quella devoti, Adalberto continuava a stuzzicare la Lombardia. Pertanto Ottone vi tornò, disposto a punire; varj vescovi mandò oltremonti, a Roma fe appiccare tredici de' principali (966) e i tribuni e oltraggiar il prefetto, restituì papa Giovanni XIII, e sgomentò a segno, che gli stessi principi longobardi di Benevento e Salerno gli resero omaggio ligio.