L'Italia puniva col suo clima gl'invasori; tanto che, fra il corredo della spedizione, ciascun signore portava una caldaia ove bollire le ossa se morisse, per farle riportare in patria[289]. Ottone, come tutti gl'imperatori sassoni, morì di qua dell'Alpi, lasciando solo un fanciullo trienne. Tosto la Germania va in subuglio: ma Teofania madre di Ottone, e Adelaide sua suocera, nel comune pericolo mettendo in disparte le animosità ambiziose, accorsero dall'Italia, e poterono conservar il dominio al fanciullo, che fu accettato re ed imperatore. Nella fanciullezza e nelle lunghe assenze di lui i signori italiani avrebbero potuto elevarne un altro, od anche emanciparsi da codesti stranieri; ma n'erano trattenuti dall'invigorirsi dei Comuni. Tre volte tornò Ottone in Italia, e da Teofania educato a preferire la civiltà classica alla tedesca, dicono pensasse far Roma sede dell'Impero; del che se gli davano colpa i Tedeschi, anche i Romani erano lontani dal sapergli grado.
Alla morte di Ottone il Grande, i faziosi a Roma aveano rizzato il capo. Crescenzio, figlio della giovane Teodora dei conti di Tusculo, arrestò Benedetto VI e lo fece strangolare, e surrogargli per forza Francone diacono, che volle nominarsi Bonifazio VII (974). Ma questo pure fu dopo un mese da un'altra fazione cacciato, per sostenere Dono II; e la guerra civile incalorì. La fazione di Tusculo supplicò Ottone II di procurare nuova nomina, ed egli s'industriò che cadesse su Majolo abate di Cluny, sant'uomo mandato altre volte a sopire gli scandali romani; ma questo per umiltà ricusò, e alla presenza de' commissarj imperiali fu eletto Benedetto VII dei conti Tusculani (975), nipote del tiranno Alberico[290]. Morto lui, Ottone gli surrogò Pietro di Canepanova (983) vescovo di Pavia e cancelliere del regno d'Italia, col nome di Giovanni XIV; ma la fazione di Bonifazio e di Crescenzio riaffacciatasi, lo chiuse in Castel sant'Angelo a morir di fame, ne espose il cadavere agl'insulti popolari, e richiamò Bonifazio; il quale pure morto dopo pochi mesi, fu trascinato per le vie e lasciato insepolto.
Crescenzio, arbitro della povera Roma (985), costrinse il dotto e virtuoso Giovanni XV a fuggire in Toscana, donde sollecitò il giovinetto Ottone III a venire e reprimere i baroni. Di ciò impaurito, Crescenzio si rappattumò al papa, e venne col senato a chiedergli perdono; ma realmente rimase padrone, e ne derivavano gravi sconci, contro i quali avventava parole animatissime Gerberto abate di Bobbio, che poi fu papa, professando che provenivano dal mancare alla Chiesa la libertà[291].
Ottone III era in via per rintegrare il papa, ma uditone la morte, pensò rimediare alla corruttela italiana facendo eleggere un papa tedesco (996), che fu suo cugino Brunone, giovane di ventiquattro anni, figlio del duca di Franconia e marchese di Verona. Intitolatosi Gregorio V, coronò Ottone, e dicono stabilisse che il re di Germania fosse scelto da sette elettori, e che pel fatto stesso divenisse re d'Italia e imperatore dei Romani. Crescenzio, citato a render conto delle sue prepotenze, fu condannato al bando, intercedendo per lui il papa: ma appena Ottone se ne fu ito, quegli tornò pieno d'un'ira ingrata, cacciò ignudo d'ogni cosa il papa, e fece eleggere Giovanni Filógato calabrese (997), già vescovo di Piacenza e grand'intrigante; lui e sè mettendo a tutela dell'imperatore di Costantinopoli, nel quale proponevasi trasferire di nuovo la primazia dell'Occidente. Scomuniche o preghiere non valsero, finchè Ottone ritornato con Gregorio V, li prese; fe decollare Crescenzio con dodici caporioni, e sospenderne i cadaveri ai merli. L'antipapa privato degli occhi, degli orecchi, del naso, fu menato a strapazzo per Roma, per quanto Nilo, santo abate e fondatore del monastero di Grottaferrata, intercedesse per esso, e predicesse l'ira del Signore al papa, che in fatto (999) morì ben presto.
Questo Crescenzio era uomo irrequietissimo, arbitrario, violatore delle cose che s'aveano per più sacre. Ma «in quei secoli sciagurati in cui s'avea paura del diavolo», come duole a Carlo Botta, sembra che i re non si credessero in diritto di mandar al capestro i riottosi, neppur nel calore d'una rivolta[292]. Ottone dunque fu rimorso del supplizio di Crescenzio, e corse a confessarsene a san Romualdo, fondatore de' Camaldolesi, il quale gl'ingiunse per penitenza di andare scalzo da Roma fin al santuario del monte Gargàno. Per via lo prese una straordinaria devozione per san Bartolomeo, e supplicò i Beneventani a cedergliene il corpo; ed essi, non osando negarglielo e non volendo privarsene, gli diedero invece quello di san Paolino da Nola. Quand'egli scoprì l'inganno, se ne adontò di maniera, che assaliti i Beneventani, molti giorni li tenne assediati. Tornato poi a Roma, la trovò in guerra rotta con quelli di Tivoli, che in odio di lui avevano ucciso un suo ministro: onde esso menò tutte le macchine contro quella città, risoluto d'abbandonarla alle spade e alle fiamme. Ma ecco san Romualdo compare ancora, e l'induce a contentarsi che i cittadini, dopo venutigli innanzi ignudi e flagellandosi, smantellino una parte delle mura, gli diano ostaggi, e gli consegnino l'uccisore del ministro; e a questo pure il santo impetrò la vita dalla madre dell'ucciso. Poco dopo troviamo Ottone a Ravenna, chiuso nel monastero di Sant'Apollinare, tutto in digiuni e salmodie, vestendo di cilizio, dormendo s'una stuoja di papiro, in isconto de' suoi peccati. Tali erano quest'imperatori tedeschi.
Ma gl'italiani covavano la vendetta: i Romani insorti, moltissimi de' suoi trucidarono, e poco mancò non pigliassero lui stesso: poi Teodora[293] vedova di Crescenzio, con lusinghe e vezzi riuscita a guadagnarsene il cuore o almeno la fiducia, l'indusse a dar la prefettura di Roma a suo figlio Giovanni (1002), in onta dei conti Tusculani; venutole quindi il destro, l'avvelenò. Fosse ciò vero, o fosse piuttosto il clima della Campania, Ottone periva sul fiore dei ventidue anni, e Giovanni di Crescenzio col titolo di senatore restò arbitro di Roma come suo padre.
I signori italiani si tennero disobbligati dalla fedeltà che, nel ricevere i feudi, avevano promessa alla stirpe di Ottone, e negarono omaggio al nuovo re Enrico II di Baviera. Da una famiglia Franca, venuta in Italia al tempo de' Carolingi e cresciuta sotto gli Ottoni, nasceva Arduino, che da Torino dominava tutti i contadi sulla sinistra del Po da Vercelli a Saluzzo; era stato da Ottone costituito conte di tutta la Lombardia; indi messo al bando, s'era per forza sostenuto. Costui allora si fece proclamare re d'Italia, guadagnando alcuni vescovi con privilegi e regalie, altri uccidendo e maltrattando, come fece con quei di Vercelli e di Brescia, il qual ultimo prese anche pei capelli e buttò in terra. L'essere coronato dal vescovo di Pavia bastò perchè Arnolfo arcivescovo di Milano (1004), per quanto da lui carezzato con ogni guisa d'assicurazioni, lo contrariasse, il quale, forte di molti partigiani e vassalli, ne disperse le truppe, e a nome suo, dell'arcivescovo di Ravenna, dei vescovi di Modena, Verona, Vercelli, Cremona, Piacenza, Brescia, Como, di dieci dignitarj ecclesiastici e del marchese di Toscana, unico laico[294], mandò ad invitare Enrico II.
Era allora marchese di Verona, cioè della Marca Trevisana, Ottone, padre di papa Gregorio V e figlio di Corrado duca di Franconia; personaggio di tanto credito, che s'era trattato di portarlo re di Germania, il che egli per umiltà ricusò, favorendo anzi Enrico. Arduino, ben provvisto a spie, seppe che costui era mandato da Enrico in Italia, dove alle sue forze si aggiungerebbero quelle di Federico arcivescovo di Ravenna e del marchese Teodaldo. Arduino corse dunque alla chiusa dell'Alpi, occupata dagli uomini del vescovo di Verona; avutala per forza, si spinse a Trento, e potè sbaragliare i Tedeschi. Ma i popoli della Carintia aprirono a questi un altro passo pel Trevisano, d'onde Enrico scese in riva al Brenta. I molti che aspettavano l'esito per pronunziarsi, allora accorsero a lui, e Arduino si trovò abbandonato.
Enrico fu coronato in San Michele di Pavia (14 mag.); ma quel giorno stesso la brutalità de' suoi Tedeschi eccitò una sommossa, ed egli, assalito nel proprio palazzo, non campò che saltando da una finestra, onde rimase azzoppato. L'esercito suo, che accampava fuor le mura, entrato a forza, mandò a macello i Pavesi, a fuoco la città. La quale per vendetta diede più che mai favore ad Arduino, che ripigliò il regno, e lo difese contro Enrico; sicchè l'uno e l'altro se ne arrogarono le attribuzioni. Nell'assenza poi di Enrico, Arduino prese per forza Vercelli, Novara, Como, altre terre demolì, e prese vendetta di coloro che chiamava perfidi[295]; arrestò conti e marchesi per rintuzzarne la baldanza, ma dovette poi rimandarli con nuove largizioni[296]. Enrico, tornato di qua dall'Alpi con buon esercito, a Roma fe coronarsi colla regina Cunegonda, ricevendo omaggio anche dalla famiglia di Crescenzio, che facea buon viso e mal sangue. Il santo re era sfortunato nelle sue coronazioni, giacchè qui pure i suoi Tedeschi, ben gozzovigliato, vennero a baruffa coi Romani, e molti furono uccisi, molti carcerati. Lui partito appena, Arduino sbucò dalla fortezza ove s'era ricoverato, devastò di nuovo Vercelli e fin la sua devota Pavia[297], poi caduto infermo (1013), si ritirò a morire nel monastero di Fruttuaria presso Ivrea.
Da queste nimicizie molto incremento venne alla libertà degli Italiani, atteso che Arduino cercò partitanti col concedere immunità e privilegi; Enrico fu costretto confermarli se volle tornarseli soggetti, nè potè con giustizia negare altrettanto a' suoi devoti. E della potenza dei conti ci basti ad esempio Guelfo marchese di Verona. Convocato cogli altri da Enrico III alla dieta di Roncaglia, vedendo il re indugiare tre giorni più del prefisso, levò il suo stendardo, e sebbene nell'andarsene lo scontrasse, non volle tornare. In Verona poi, saputo che l'imperatore avea imposto mille marche di contribuzione, rimbrottò lui ed i suoi con tale severità, che Enrico si contentò di restituire tutta quella somma, purchè fosse lasciato passare[298]. Tali erano ridotti i re da quei baroni: le città poi, seguendo or l'una or l'altra fazione, appresero ad usare le armi per drizzarle contro chi volessero.