Enrico II mosse quindi a reprimere i Greci della bassa Italia che, inorgogliti di vittorie sopra alcuni ribelli e sopra i Normanni, nuovi invasori, aveano sottoposto molte terre, e minacciavano Roma. Giunto nella Puglia, assediò per tre mesi la nuova città di Troja; rimise ad obbedienza i principi di Capua, Salerno, Napoli: ma le malattie logorando il suo esercito, dovette affrettarsi di là dai monti, ove, dopo quattordici anni di regno, aggravato da morbi e da contrarietà, prese l'abito monastico (1024). L'operosità ed il coraggio lo fanno porre tra i migliori regnanti; la generosità verso il clero, lo zelo a diffondere il cristianesimo, e le private virtù lo alzarono fra i santi, insieme colla moglie Cunegonda, colla quale era vissuto da fratello.

Alla dieta delle cinque nazioni germaniche che proclamò Corrado II Salico di Franconia, i signori italiani erano stati invitati, ma non giunsero in tempo. Essi però si credevano sciolti da ogni legame d'obbedienza: i Pavesi, esultanti della morte dell'imperatore che tanto gli avea danneggiati, demolirono il palazzo imperiale, decretando che mai altro non se ne fabbricasse dentro la città: una fazione capitanata dai marchesi Ugo e Alberto, progenitori della Casa d'Este, e dal marchese Maginfredo di Susa, offriva la corona a Roberto di Francia, poi a Guglielmo duca d'Aquitania; ma nessuno la accettò, conoscendo l'umore degli Italiani, che cupidi dell'indipendenza, non sanno assodarla coll'unione[299]. D'altra parte questi fazionieri mettevano all'eletto il patto di deporre i vescovi a loro spiacenti, e surrogar quegli da loro designati: talmente la potenza clericale era allora divenuta il tutto nella costituzione del regno italico, essendo principali signori i prelati. Ma i pontefici preferivano i re di Germania perchè lontani, e perchè considerati discendenti di Carlo Magno, nel quale essi aveano restaurato la dignità imperiale e il nome di Roma. I vescovi nominati dai re, bramavano sottrarsi alla dipendenza di questi. Popolo e clero mal soffrivano che i loro pastori venissero eletti dallo straniero.

CAPITOLO LXXIV. Il feudalismo.

Tante volontà così distinte e fin contrarie, eppur tutte attive, ci mostrano quanto cambiamento erasi operato nella società. Unità, accentramento di tutte le forze vive erano concetti romani, che sopravivevano ormai soltanto nella Chiesa. Il Germano vuole l'indipendenza personale; bisogna che ognuno sia sovrano per esser libero; e in ciò consiste appunto la feudalità, e ne deriva una catena d'obbligazioni, formando la più singolare mistura di libertà e barbarie, di disciplina e indipendenza, un campo a nuove virtù e a violenze irrefrenate.

Come mai gli ordinamenti presi a tutelare la gelosa libertà, finirono col togliere fin quella degli atti privati? Per meglio comprenderlo distinguiamo ciò che nel feudo andava costantemente unito; la proprietà e la sovranità.

Un capo di liberi Germani, quando si subordinasse ad un generale per uscire con esso a lontane spedizioni, conservava imperio sulla propria banda guerriera, benchè egli medesimo accettasse un padrone. Si aveva dunque già una gerarchia; ma la dipendenza era personale affatto, e talmente libera, che il commilitone poteva abbandonare a sua voglia il capo prescelto. Le terre col comun sangue conquistate vennero a considerarsi comuni, e furono divise fra i capi di banda. Attaccati essi alla terra e al signore da cui la riconoscevano, venne a ridursi stabile la relazione con questo, e all'antica eguaglianza surrogossi un'aristocrazia militare, che dai vinti Romani desumeva il principio e il fatto della proprietà individuale.

Od in antico tedesco significava bene di fortuna; il qual nome posposto ad all o alt, cioè antico, formò allodio; e fee, ricompensa, formò feudo. Allodio vorrebbe dunque dire un possesso antico, regolato colle consuetudini natìe de' Germani, ed esente da qualsivoglia obbligazione particolare; mentre feudo (che, alterando il senso d'una parola ecclesiastica, fu anche detto benefizio) esprimeva una possessione conferita da un alto signore in ricompensa di servigi resi, e coll'obbligo di nuovi. Dovere primo del capo barbaro era il dar guerrieri all'esercito regio. Ignorando le complicatissime guise onde oggi si leva, mantiene, provvede la truppa, il capo assegnava porzione de' suoi terreni a diversi, col patto che armassero e nutrissero un certo numero d'uomini ciascuno. Questi vassalli a vicenda suddividevano la proprietà e l'obbligo ad altri; e così formavasi una catena di dipendenze.

I benefizj si consideravano come premj del valore, e perciò conceduti personalmente; e i signori erano gelosi di rivocarli, per avere onde compensare altri servigi, e assicurare la futura felicità de' commilitoni. Non ispogliavano il vassallo sinchè vivo e sinchè fedele a' suoi doveri; ma non cadeva nelle costumanze germaniche il contrarre od imporre obblighi per la posterità. Però era naturale che essi compagni s'ingegnassero di ridursi indipendenti, e di assicurare in casa quel possesso; ed è indole delle proprietà il tendere a farsi ereditarie, di modo che la famiglia vi s'innesti ed assodi. Tali cominciarono alcune per via di privilegio reale: l'imitazione le crebbe, sino a diventare la forma universale.

Sempre però vi si conservava il carattere di personali, col rinnovare il giuramento ogniqualvolta si mutasse il possessore, e col conferirgliene l'investitura. Egli, a testa scoverta, deposto bastone e spada, inginocchiato davanti al caposignore, e poste le sue mani in quelle di lui, diceva: — Da quest'oggi io divengo vostr'uomo, e vi terrò fede del possesso che impetro da voi»; indi giurava fedeltà, e tesa la destra sovra un libro sacro, ripigliava: — Signor mio, io vi sarò fedele e leale, non attenterò alla persona o ad alcun membro vostro, vi serberò fede del possesso che vi domando, vi renderò lealmente le consuetudini ed i servigi che vi devo; così Dio e i santi m'ajutino». Allora baciava il libro, ma senza genuflessioni nè altro atto d'umiltà; e il signore gli dava l'investitura, consegnandogli un ramo d'albero, una zolla od altro simbolo, mediante il quale il vassallo consideravasi divenuto uomo del suo signore.

Quest'è il modo più semplice, direi originario, del possesso feudale; ma nasceva pure in molte altre guise. Alcuni rimasero attaccati ai loro capi senza possedimento di sorta; ma via via che al genio battagliero e randagio sottentrava quello della stabilità e del possedere, chiedevano in guiderdone qualche terreno, riconoscendone il datore. I grandi possessori mal poteano difendere i vasti tenimenti da vicini e avventurieri che ne usurpavano porzioni; ed era già assai se potevano indurli a tributare un omaggio. Altri, o poveri o spropriati, mettevansi a bonificare un terreno; e per avere una protezione, lo accomandavano alla supremazia di un vicino, o questo se la arrogava. Fin i possessori di allodj da nessuno dipendenti consentivano a rinunziare l'antisociale indipendenza, presentavano a qualche poderoso vicino una fronda de' loro boschi, un cespo del prato, e con questo rito simbolico gli raccomandavano il loro allodio, nella tutela di lui trovando un compenso agli omaggi e servigi imposti dal vassallaggio. Praticavasi ciò principalmente colle chiese, per fare più sacra la proprietà ed esimersi da tributi.