E sino ai tempi nostri, massime sopra terre ecclesiastiche, furono mantenuti alcuni di questi obblighi, come di reggere la staffa al vescovo quando salisse a cavallo, o portargli innanzi il gonfalone nelle comparse, o la croce nelle processioni, od ulivi alla solennità delle palme, o annaffiare o sabbiare la via dove passava in processione. Onde attestare l'alto dominio de' papi sopra le due Sicilie, fin al cadere del secolo passato facevansi grandi solennità a Roma: uno di casa Colonna, che per quel giorno costituivasi gran connestabile del regno, a nome del re di Napoli presentava al pontefice una chinea, sul cui capo un calice con cedole del banco napoletano, le quali il papa prendeva: la piazza de' Santi Apostoli e la vicina di Venezia erano piene di popolo, di festa, di giuochi e luminare.

Avevamo veduto l'imperio romano estendere la cittadinanza a segno che abbracciasse tutto il mondo, come a tutto il mondo estendeva l'autorità il capo di quello, per modo che in tale immensità non si aveva più patria. Ora invece ciascuna sovranità viene a limitarsi nella piccolezza del possesso; l'uomo non è più longobardo o franco o romano, non è tampoco italiano o milanese, ma della tal terra, del tal padrone. Insomma non ha ancora una patria, qual oggi l'intendiamo: il che vuolsi avvertir bene per non attribuire i sentimenti e le misure nostre a persone e fatti di tutt'altra tempra.

Il sentimento individuale de' Germani, opposto all'onnipotenza dello Stato, aveva raggiunto il suo apogeo; baronia, masnada, chiostro, capitolo, università, paratici, tutto vivea di vita particolare e sconnessa; nazioni non vi erano, se queste consistono nell'accordo d'interessi, di sentimenti, di inclinazione quasi istintiva verso uno scopo.

La sovranità del conte o del duca è meramente titolare; ancor più vana quella del re; ma vero sovrano è il feudatario: nessuno ha legame verso il principe o la nazione, ma guarda o conosce soltanto l'immediato suo superiore, a lui presta i servizj, da lui reclama protezione e giustizia, da lui solo accetta i comandi, però dentro la precisa misura delle convenute obbligazioni; è inamovibile dal terreno e dalla carica. L'unità imperiale era andata in dileguo, salvo pel poco che traeva dal carattere religioso; nè più aveano valore generale i decreti e la giurisdizione dell'imperatore; e nessun'altra ne rimaneva, se ne eccettuiamo quella della Chiesa, perchè non fondata sopra cose contingibili.

Dai vicini, sudditi d'un altro, l'uomo comune non riceve giustizia se non perchè egli è cosa del suo signore; al qual signore ricadono gli onori e i vantaggi del suddito feudale; a lui la lode, a lui la vergogna, nè quello è uomo, se non in quanto è frazione di quel corpo che chiamasi il feudo. Per tal modo rimaneva in tutte le relazioni sociali surrogata l'idea di località e di territorio a quella di nazione e di personalità.

Per gran tempo il gius feudale non fu scritto, esercitandosi per consuetudine, nè amando i signori di vederne esaminate le basi, finchè queste non si trovarono scosse dal principato a vicenda e dal popolo. Girardo e Oberto dell'Orto, giureconsulti milanesi, nel 1170 pubblicarono i primi libri sui feudi, dove fanno nascere quel sistema in Italia, ma ignorano le norme di esso in Francia e in Inghilterra, ove realmente ottenne il maggiore sviluppo. Ebbero grande autorità anche fuori, e moltissimi chiosatori, quali Bulgaro, Pileo, Ugolino, Vincenzo e Jacopo di Ardissone: Minucio de Pratoveteri dispose quelle leggi in nuovo modo per ordine di Sigismondo imperatore; altra forma vi diede Bartolomeo Barattieri piacentino, e la fece approvare da Filippo Visconti duca di Milano; il famoso Jacopo Cujaccio ne fece quindi un'edizione, distribuendole in cinque libri. Di là dell'Alpi le consuetudini lombarde divennero ragion comune de' feudi. Nel regno di Sicilia e Puglia il diritto feudale alla francese fu stabilito a guisa d'eccezione dai Normanni a favore dei Francesi che v'accorrevano a stipendio; e i feudi erano distinti secondo il diritto longobardo e il diritto Franco. Ne' feudi longobardi, com'erano principalmente quei di Benevento, succedevano tutti i maschi per porzioni; nei feudi Franchi, il solo primogenito. L'imperatore Federico in Sicilia autorizzò anche le femmine a succedere in mancanza dei maschi, preferendo la fanciulla alla maritata ne' feudi Franchi; e ne' longobardi alle maritate si mettesse in conto la dote che avevano ricevuta[306]. Ai re giovava meglio il feudo indivisibile, e perciò procurarono far prevalere lo jus Francorum.

E, dove prima dove poi, questo sistema si piantò in tutta l'Europa germanica e tra gravi disordini portò pure qualche vantaggio alla società. Innanzi tutto era legge forte e ragionevole di reclutamento militare, ove a difendere il paese non erano obbligati tutti come adesso, ma soltanto quelli che lo possedevano; e si ebbe un esercito, quale invano desiderano i tempi moderni, armato per la difesa, incapace all'offesa, che nulla costava allo Stato, e che non sottraeva nè braccia alle arti, nè figliuoli e sposi agli affetti. Il feudalismo offriva poi la miglior combinazione allora possibile di sforzi materiali, l'autorità più opportuna per dirigere i lavori guerreschi, che allora erano i più importanti e i soli nobili. Al cadere de' Carolingi, quando la feudalità non era per anco rafferma, i guerrieri di paesi differenti o degli stessi non guardavano che il proprio individuo: ma poi duchi, conti, baroni, possessori indipendenti, uomini d'arme trovaronsi legati fra loro mediante servizj e protezione reciproca; immenso passo alla civile convivenza.

L'indipendenza propria del Barbaro ne forma ancora il fondo, ma s'abitua a riconoscere certe obbligazioni morali e reali. Effetto di quell'indipendenza dissolutrice, da principio i feudi si sminuzzano, e ne nasce un'infinità di piccolissime signorie; ma dopo la metà del secolo XI le minori vanno ad impinguare le grandi, sia per eredità, sia per conquista, sia per volontaria sommessione del debole onde trovare sicurezza e giustizia migliore. Fonte dunque com'era di disordini, il feudalismo impediva arrivassero all'eccesso, frenandoli coi reciproci interessi: se favorì l'anarchia, preservò l'Europa dal furor delle conquiste e delle invasioni che da secoli la sommoveva, legando l'uomo e le generazioni al terreno da cui traevano il nome, il diritto. Viepiù vi si affezionava la nobiltà, che allora crebbe d'importanza, avendo modo di provarla col titolo del possesso da cui traeva nome.

In tempo che le passioni dominavano senza freno, che nessuna forza aveano le leggi, nessuna santità le condizioni, le paci, i trattati, agevolmente un principe avrebbe potuto sedersi déspoto come ne' paesi orientali ove la podestà concentrasi in mano d'un solo, e spingere a ruinose guerre, a diffondere o ribadire la barbarie in altre contrade. Ma tutti quei baroni ora adombravano, ora emulavano la podestà regia; guerra non era possibile senza consenso di essi, che doveano somministrare gli uomini e le spese; e così sfrantumato il dominio, non furono più possibili le comuni imprese e le conquiste; e ancorato, vorrei dire, alla terra il vascello delle migrazioni, poterono costituirsi le nazioni.

Ed è notevole come le divisioni territoriali allora portate dal feudalismo, siano ad un bel circa le medesime che in Italia durano ancora; e l'essere distinte per costumanze e per dialetti prova che s'attaccavano a qualche cosa di più sodo che non il capriccio d'un barone, o il caso d'un matrimonio. La popolazione che si era viziosamente accumulata in pochi centri fu dal feudalismo recata anche a luoghi ingrati e malsani; ed ogni cosa allontanava dalle città, sicchè si moltiplicarono villaggi, e si ricoltivò il suolo deserto.