Ceppi così ristretti impedivano lo sviluppo della civiltà. Se v'era protetta la libertà individuale e respinta la forza esterna, nulla tendeva a costituire un governo stabile ed ordinato; non unità monarchica, non federazione, non sudditi e cittadini. Le relazioni di vassallaggio non dipendettero dal voto dei popoli e dai loro interessi; ma essendo il possesso del suolo indivisibile dal diritto delle persone, seguì la sorte di queste, e un'eredità o un matrimonio cambiava le relazioni più intime; alcune provincie davansi a stranieri per testamento o per dote, distraendole dal loro centro naturale; ed a prescrizioni arbitrarie era sagrificata la nazionalità. L'idea stessa di patria era estranea ad un sistema che legava, mediante un terreno, alla persona; nè incorreva infamia colui che portasse le armi contro la terra natìa.
Ma la feudalità vuolsi considerare men tosto come un ordinamento, che come un tragitto dalla barbarie verso la civiltà. I membri di essa v'acquistavano il sentimento della personalità, svilito nei tempi romani; giacchè ciascuno assumeva obblighi precisi e conosciuti e per consentimento individuale, a differenza delle società moderne, ove uno nasce legato a patti che nè elesse nè conosce. Mancando un vincolo generale e un'autorità coattiva, tutto riposava sopra la fede promessa; donde quell'aspetto di lealtà negli atti d'una società, in cui la legge non interveniva alle reciproche convenzioni del vassallo col signore, le quali erano frante tosto che il signore avesse prevalenza, o forza il vassallo. Nessun nuovo peso poteva essere imposto al tenitore del feudo, se non lui consenziente; ove il signore violasse gli accordi, potevasi resistergli a mano armata, e, ne' casi estremi, disdire l'obbedienza e chiamarlo al giudizio del duello. Tanto si era lontani dalle idee del despotismo sovrano, tramandate da Roma antica.
I vassalli tenevano d'occhio che il re non usurpasse altri poteri, come avrebbe fatto qualora non avesse avuto che ad opprimere il popolo; idearono limiti alle regie prerogative; e ne venne la rappresentanza signorile, che poi servì di modello alla popolare, e il diritto privato, la personale dignità, la devozione verso il signore, per sentimento, non per istupida sommessione come in Oriente.
Ciascun feudatario avea ragioni, avea privilegi; quindi necessità di discuterli, difenderli, ripristinarli, ora con argomenti or colla forza; dal che le idee di diritto, dond'era facile il passaggio alle idee di libertà. Il feudatario, ridotto all'isolamento del suo castello, dovea vivere nella famiglia più che non costumasse ne' tempi antichi. Ivi non trovava suoi pari se non la moglie e i figliuoli; e per quanto brutali e feroci vizj il distraessero, dovevano assodarsi i sentimenti domestici. Il primogenito, destinato a succedere nel paterno dominio, era circondato dalle cure necessarie a ridurlo tale, che, secondo le idee d'allora, lusingasse il domestico orgoglio; la moglie rimaneva a rappresentare il marito mentr'egli usciva a guerre od avventure, e mantenere la difesa e l'onore del castello. Così rigeneravasi la famiglia, e nelle donne fecondavansi sentimenti piuttosto nuovi che rari nella società antica, coraggio, elevato pensare, dignità personale; donde quelle delicatezze d'affetti e di riguardi, che poi furono portati al colmo dalla cavalleria, la più splendida filiazione della feudalità. Nelle Corti poi de' signorotti educavansi i giovani a quei costumi che presero da ciò il nome di cortesia, come dalla città l'aveano in antico (urbanità, civiltà, polizia). E da quell'ordine di cose ci vennero il punto d'onore, che è il complesso delle convenienze al di là della precisa giustizia, per le quali si acquista reputazione d'uomo compito; la scrupolosa fedeltà alla data parola; l'annobilimento della gloria militare e della lealtà.
CAPITOLO LXXV. Il Basso Popolo.
Nella Roma imperiale, la storia non ci presentava più che un sovrano: vennero i Barbari, ed essa non parlò che de' vincitori e delle guerre dei loro re: sottentrano i feudi, e cessata ogni centralità, ciascun castello diviene teatro di avvenimenti distinti. Ora s'insinua un nuovo elemento, il popolo.
Questo fin oggi conservò del feudalismo un concetto odioso, che sfoga in tante storielle di demonj che rapiscono i castellani, di spettri di signorotti lamentosamente vagolanti attorno ai ricoveri delle libidini e prepotenze loro: vendetta popolare, che alla postuma giustizia si appella quando quaggiù gli è negata. E per verità, fra nobili sempre in arme, cinti da armata clientela, non frenati da verun superiore, non rispettosi ad alcun inferiore, quando i giudizj si risolveano per duelli, e le leggi non provvedevano che alle persone di chierica e di spada, il vulgo pendeva dal solo capriccio dei feudatarj; su di esso ricadevano le guerre; i nemici, cioè i vicini, facendo correrie, devastavano il campo di cui esso viveva, o ne molestavano la famiglia; ai cenni o agli occorrenti del padrone bisognava cedesse la roba, i carri, i bovi, la casa, che più? la donna; chiamato in battaglia, trovavasi nudo a fronte di quegli armigeri coperti di ferro, e predestinato a soccombere agli spadoni irreparabili di gente senza misericordia; fin il lepre e il cerbiatto, la cui caccia era riservata ai signori, divenivano un flagello pel villano, costretto a lasciar che sperperassero impunemente i frutti sudati.
Eppure quest'infima condizione era un miglioramento dalla orribile che li sopraffannava durante la romana civiltà. Al tempo dell'invasione, comune era la condizione del colonato, cioè delle persone attaccate al terreno, ma libere del resto; e queste si trovarono maggiormente esposte alle prime violenze, poi all'anarchia che ne seguì, di modo che perirono o caddero in istato servile. Ma gli schiavi, ch'erano tanti e così abjetti, ne trassero notevole miglioramento. Dediti ai servizj d'un padrone o affissi alla gleba, ne' tempi romani non aveano alcuno schermo contro l'oppressione; non poteano stringere contratti, non stare in giudizio, non testare; se fuggissero, venivano ridomandati, come una proprietà, e come tali si vendeano, cambiavano, distruggevano. Conculcare a tal modo la persona umana era egli più possibile dopo che il cristianesimo aveva impresso a ciascuno il suggello dell'eguaglianza e l'obbligo della moralità? Pure le grandi e radicate iniquità non si tolgono con rimedj estemporanei, e il proclamare l'immediata emancipazione avrebbe sovvertito quel che si denomina ordine sociale, e che, fra molti sconci, presenta sempre qualche compenso; avrebbe eccitato una subitanea insurrezione, ove trucidati i padroni, resi infelici i servi, i quali, ignorando la dignità propria e i vantaggi della libertà, men tristamente sopportavano la condizione in cui erano nati e cresciuti. Tant'è ciò vero, che Libanio dipingeva la condizione dello schiavo come meno sciagurata che quella di alcuni liberi, potendo esso dormire tutti i suoi sonni, fornito dal padrone di quanto gli occorre alla vita; mentre il libero, neppur vegliando tutta notte poteva assicurarsi dalla fame[307]: e il Codice Giustinianeo col vietare ai servi di ricusar l'affrancazione[308] indica che allora, come oggi nell'Europa settentrionale, essi temevano la sparecchiata libertà.
Intanto moltissimi schiavi erano periti nelle prime irruzioni, mentre il cessare delle conquiste non ne portava più di nuovi. Quei che rimanevano erano poveri e soffrenti, e per conseguenza prediletti della Chiesa; la quale, col nome di cristiani, avea dato loro la personalità, i diritti naturali, la morale responsabilità, una famiglia. Così la schiavitù non era più uno stato di persona, ma un vincolo di soggezione; e sebbene rimanessero gente d'una terra o d'un padrone, chi non vede quanto gli schiavi fossero progrediti? Spedali e ricoveri aperse la Chiesa anche per essi[309]; la proibizione dei giuochi gladiatorj levò uno degli incentivi ad educarne per sagrificarli; ai padri fu tolto l'atroce diritto di esporre i proprj figliuoli, e gli esposti la religione accoglieva negli orfanotrofj. Le catastrofi che precipitarono i grandi nell'ultima miseria, dissipavano il superbo pregiudizio d'una naturale superiorità; e il libero Romano divenuto schiavo del Germano, protestava egli stesso contro l'ineguaglianza di natura; mentre il Germano apprendeva a rispettare quel servo, che lo superava in cognizioni.
Alle società povere e meno fastose non facea mestieri di quell'interminabile corredo di servi; i quali poi (ministeriales) nella ristretta famiglia avvicinandosi al padrone, trovarono maggiori occasioni di acquistarne la benevolenza e i favori. Lo spirito d'associazione proprio delle genti germaniche, nato dal sentimento dell'utilità che uno può procurarsi per mezzo degli altri, e temperato dalla coscienza dei diritti personali, recò a valersi dell'uomo come braccio libero, mediante una retribuzione. Quando poi crebbero d'importanza l'industria e il lavoro, si potea lasciare nel vilipendio coloro che ne erano la fonte? Sminuzzati feudalmente il territorio e la sovranità, chi stesse male in un luogo fuggiva nel vicino più non v'avendo legge generale che colpisse il disertore; talchè il padrone per interesse guardavasi di spingere lo schiavo alla disperazione.