Le leggi barbare punivano alcuni delitti colla schiavitù; altri con multe, la cui gravezza traeva qualche libero a spropriarsi e ridursi servo. E i servi apparivano nei contratti come appendice o scorta del podere: il padrone riscoteva la composizione, determinata dalla legge per ferite e ingiurie recate ai servi, giacchè quella essendo prezzo della pace, non potea concernere il servo, privo del diritto delle armi. Di rimpatto il padrone stava pagatore dei danni causati dal suo servo, come gli animali. Veramente la legge longobarda del tempo di Rotari mostrasi fiera coi servi quanto la romana, paragonandoli a cose mobili[310]: ma presto si tolse al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli; vennero determinati i casi, in cui questo era obbligato ad emanciparli; fu data azione ad essi contro il padrone che gli offendesse, e aperto sempre il rifugio delle chiese. Il servo, battuto dal padrone per avere portato richiamo contro di lui, rimane franco. Se ad un servo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dar la libertà venga a morte, Astolfo vuole[311] che lo schiavo rimanga libero, senza pur pagare il launechildo o compenso, «massima lode a noi sembrando se dalla servitù traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà».

Che i servi abbondassero in Italia, lo attestano le tante leggi che li concernono, e in cui vengono distinti i romani dai nazionali (gentiles). Ma poichè trovavasi più comodo ed utile il lavoro volontario, concedevansi ad essi talvolta terreni a livello, sull'esempio delle chiese, crescendo così la classe dei massari o degli aldizj. Questi erano superiori agli schiavi, pure soggetti a padrone; poteano possedere terreni e schiavi, non però in assoluta proprietà; nè vendere o comprare senza ottenere licenza dal padrone e pagargli il laudemio. Somigliano dunque ai coloni dei Romani, se non che possono dal padrone esser venduti anche separatamente dalla gleba. Di fatto l'affissione alla gleba era suggerita dalla scarsità di popolazione: cresciuta questa ed abolita la capitazione, più non v'era interesse di legare la libertà, giacchè ad un individuo sottentrava un altro[312].

Rotari ammette due sorta di manomissione: la prima quando uno è dichiarato amundo, cioè fuori d'ogni tutela del padrone; l'altra quand'è fulfreal[313], cioè disobbligato soltanto da servizj di corpo: il primo andava sciolto affatto, l'altro restava obbligato verso il padrone come verso fratelli e parenti, talchè quello ne diventava erede.

Fu uso antico de' Germani, e più de' Longobardi, l'affrancare molti servi in congiuntura di guerra. Essendo le armi segno di libertà, dai Longobardi anticamente manomettevasi lo schiavo col consegnargli una freccia, e susurrargli alcune parole patrie all'orecchio[314]. Rotari introdusse la formalità romana di rimettere l'amundo ad un'altra persona, che lo conducesse sopra un crocicchio, e dicessegli: — Va per la via che vuoi»[315]. Per impans liberavasi uno quando tale era o supponeasi la volontà del re[316]. Ai tempi di Liutprando bastò l'affrancazione davanti all'altare per render uno interamente cittadino longobardo[317].

Altre volte non faceasi che alleggerire la servitù rendendolo aldio, al che non occorreva se non la scritta. Niuna legge tornava schiavo il liberto ingrato; ma per ovviarvi, Astolfo permise che il patrono potesse, vita durante, riservarsi i servigi del liberto[318]. Il traffico di schiavi non era ignoto ai Longobardi quando entrarono in Italia: ma il venderli a stranieri consideravasi pena non meno grave che la capitale[319], e non si facea che con prigionieri di guerra. Pure l'ingordigia anche in altre parti d'Italia seguiva questo orribile lucro: Gregorio Magno vide sul Foro romano mercatarsi schiavi britanni; i Veneziani coi Saracini della costa di Barberia faceano gran traffico di schiavi d'ambi i sessi, e massime di giovani eunuchi; dai paesi slavi e tedeschi, e anche dall'Italia, conduceansi convogli di prigionieri di guerra e altri schiavi a Venezia; i Longobardi rapivano anche bambini di liberi per venderli colà, il che da Liutprando è parificato all'assassinio[320]. Raccontasi a lodo di papa Zacaria che, avendo i Veneziani comprato sul territorio branchi di schiavi da spedire in Africa, esso ne pagò il prezzo e li rese in libertà. Nel 783 in Ravenna due personaggi d'alta giurisdizione, oltre abusar della loro posizione per spogliare vedove ed orfani, li vendevano ad Infedeli[321]. Dagli Ebrei era pure esercitato questo commercio; e le popolari leggende sul loro uccider i bambini forse vengono da questo rapirli e farli eunuchi. Carlo Magno combattè tali abusi; e Arigiso, principe di Benevento, promulgò punirebbe colla massima severità il rapir gli uomini e il venderli agli Infedeli; Sicardo rinnovò lo stesso divieto, ma solo a riguardo de' Longobardi liberi: però l'effetto delle leggi riuscì sempre scarso[322].

Le conquiste antiche stabilivano profonde distinzioni di classi, che il tempo, le rivoluzioni, la superiorità numerica de' vinti non riuscivano a cancellare. Nel feudalismo invece le distinzioni erano temperate dalla natura medesima di esso, cioè dal trovarsi dispersi i vincitori fra i vinti, e ravvicinati continuamente dal vivere comune, dai possessi, dal bisogno di difendersi in una società tempestosa. I più degli schiavi viveano sui liberi allodj de' prischi padroni o degli arimanni. Or questi vennero in gran decadimento quando il regio potere si trovò soverchiamente debole per difenderli dalle vessazioni de' vicini, talchè essi metteansi in dipendenza di qualche signore. Talvolta ancora non potendo soddisfare all'eribanno o alle gravi multe dei delitti, erano privati del fondo, che conferivasi poi in feudo ad un ricco; sicchè a quel tempo dileguano gli allodj.

Unita la sovranità colla proprietà, i coloni dipendettero dai possessori anche nelle materie politiche, rimasero senz'altro superiore che il feudatario, e quindi esposti ai superbi arbitrj di esso, dimentico che agli oppressi rimane una terribile potenza, quella del numero. E spesso a questa ricorsero i campagnuoli, e i ricordi son pieni di sollevazioni, ove gli è vero che, disuniti e sregolati, soccombevano alla forza compatta ed esercitata, ma pure aveano fatto sentire il grido della libertà e discorso di diritti; parola di formidabile efficacia.

Nel bollore dell'unione o nell'oppressura della sconfitta, i coloni s'avvicinavano ai servi, invigorendosi col numero, sebbene rimanessero distinti perchè non poteano essere venduti a capriccio del signore, e restavano donni di sè qualora avessero pagato il convenuto. Nelle prepotenze allora correnti, molti per fame vendeano la libertà; molti offerivansi alla Chiesa perchè li proteggesse; altri divenivano schiavi per impotenza a pagare il dovuto.

Questi, nello sminuzzamento della sovranità, si trovarono ravvicinati al padrone, il quale contrasse con loro i legami della domesticità, guardò come prosperamento proprio quel delle genti affisse alla sua gleba, perendo le quali, deteriorava il valore del feudo, e riducevasi in condizione inferiore ai vicini competitori. Un servo era maltrattato? non avea che a varcar la siepe o il fossato del podere, per trovarsi su terre d'un nemico del suo signore, che volentieri l'accoglieva, che forse l'aveva istigato con promesse, e vel manteneva con concessioni. A mezzo il secolo XII tutti i coloni abbandonarono Montecassino, sicchè l'abate dovè cercarne altri con larghe condizioni[323]: i villani dei signori di Chiaramonte in Sicilia respinsero colle armi l'oppressione eccessiva: così gli abitanti di Avola si ribellarono al barone Federico d'Aragona, e a furia l'uccisero con cinque suoi partigiani, e il re perdonò loro, attesa l'immanità dell'oppressione; il qual re prevenne un egual colpo a Francavilla, abolendo egli stesso i dazj imposti dal barone Arrigo Rosso[324].

Durando la servitù della gleba, non potevano prosperare i campi, atteso che il coltivatore fosse costretto occupar pel padrone molte giornate, e nelle stagioni che maggiore bisogno n'aveva egli stesso[325]; sicchè, mentre andava a segare il grano del signore, periva il suo. Nè sugli amplissimi possessi poteva il padrone tenerlo d'occhio, e tanto meno pretendere fossero lavorati assiduamente da quelli che nessun vantaggio ne traevano. Pertanto si sottinfeudavano; poi ogni cosa maggiormente vestendo aspetto feudale, anche i minori vassalli vollero avere dipendenti, sicchè della loro tenuta davano varj appezzamenti a persone anche infime, obbligate a servirli del corpo e dell'armi; e chiamavansi masnadieri, e masnada la loro unione. Amavano dunque i padroni cedere terreni al lavoratore stesso, riservandosi una rendita perpetua e il diritto a certi servigi o alla capitazione; talvolta ancora glieli rilasciavano per bisogno di danaro; e già nel secolo X i contratti non riguardavano più soltanto le terre, ma prestazioni e lavoro d'uomini.