Cresceano dunque i possessori, e questi aveano stipulato condizioni inalterabili, e il signore ne abbisognava per servigi proprj e per menarli alle guerre particolari: tutti passi, non solo per acquistare esistenza propria, ma per fare tragitto dalla gente dominata alla dominatrice.
In prima, col morire del vassallo, le sottinfeudazioni di lui ricadevano al nuovo investito, talchè precario consideravasi il possesso, nè quindi si provvedeva a migliorarlo. Inoltre il vassallo, emancipando un servo o un condizionato, avrebbe deteriorato il campo cui questi era affisso, onde nol potea senza consenso dell'alto signore. Quando però i feudi si costituirono ereditarj, ciascuno pensò ridurre a meglio i beni che dovea tramandare alla propria discendenza; in luogo di capanne si fecero case; e queste crebbero in villaggi, a piè del castello, o attorno alla badia.
E l'interesse e la vanità inducevano i signori a cercare che questi villaggi prosperassero; onde con privilegi o collo scemar l'oppressione vi allettavano avveniticci dalla campagna. Quivi essi trovavano da esercitare qualche arte o mestiero, col che acquistare un peculio, e la certezza d'aver di che vivere altrove lavorando, se male qui si trovassero[326].
Rosario De Gregorio reca diverse Carte di memorie o precetti, cioè contratti tra feudatario e vassalli, che, per quanto onerosi, segnavano però un limite ai servigi. In due del 1133, Ambrogio, abate del monastero di Lipari, cui era stato concesso Patti, raccolti in questa città molti uomini di linguaggio latino, cioè Siculi, Lombardi e Normanni, a distinzione degli Arabi, conveniva con essi, che possedessero come proprio quanto il monastero lor concederebbe, potendo anche lasciarlo agli eredi, purchè abitanti in Patti; se alcuno volesse partirsene, lo rassegnasse al monastero, ritenendo per suoi i miglioramenti fattivi: dopo tre anni ciascuno potesse vendere la eredità a qualunque altro abitante, avvisatone però l'abate, e preferitolo a pari prezzo; caso che nemici irrompessero sopra Lipari, i Pratesi andrebbero a difendere i dominj del monastero, a spesa dell'abate stesso. Giovanni, successore di Ambrogio, modificava alquanto tali condizioni, volendo che, in tutte le isole di Lipari soggette al monastero, nessuno possedesse con diritto perpetuo ed ereditario, ma solo a tempo, e purchè servisse fedelmente; chi partiva, non potesse pegnorare nè vendere o lasciar ai figli il suo appezzamento, che ricadeva alla Chiesa. Nel 1117 quei del villaggio di Agrilla si obbligano al barone di zappare i suoi terreni; e nel tempo della seminagione metter ognuno un par di bovi a servizio di lui per dodici giorni, e alla messe ventiquattro giornate di lavoro; e in tempo di vendemmia portar ciascuno un cerchio per le botti; oltre pagar la decima delle capre e dei porci, e a Natale e Pasqua offrir due galline o qualche cacciagione. Le giornate erano talvolta assai di più; e quell'anno stesso, il suddetto abate Ambrogio determinava che la popolazione di Librizzi potesse lavorare per sè e pei figliuoli tre settimane il mese e una pel monastero; il che sembrò tal favore, che quei villani si obbligarono per sopraggiunta ad altre quaranta giornate coi bovi in tempo della seminagione, una alla mietitura, tre alla vendemmia[327].
Allo spirito d'associazione fu attribuita primaria parte nell'emancipazione delle plebi. Non appena queste trapelano dalla storia, troviamo unioni dei membri della stessa famiglia sotto un solo tetto, sopra un medesimo podere, per accomunar la fatica e i profitti. Questo corpo morale compatto non discioglieasi per morte: aveano un capo (capoccio, regidore, ecc.), cui spettavano gli atti d'amministrazione interna, compre, vendite, prestiti, affitti; mettevano in comune il proprio lavoro, ma ciascuno riserbavasi certi lucri, come gli apparteneano certe spese, per esempio il dotar le figliuole. Specie di società patriarcale, che dalla partecipazione del pane diceasi compagnia; e qualora dovessero separarsi, il capocasa tagliava un gran pane in varj pezzi. Questo spirito di famiglia doveva riuscire di gran sollievo alle manimorte, che a questo modo sottraevansi all'obbligo, che le proprietà del morto ricadessero al signore, obbligo rigoroso ne' primi tempi dei feudi: mentre al signore che non acquistava nulla alla morte del suo villano, poco importava se questo disponesse dell'aver suo a favore dell'uno o dell'altro. Di tal passo l'uomo di manomorta acquistava i preziosi diritti di possedere e di testare.
In quello sminuzzamento delle terre, ciascuno dovea procurare di trarne il massimo profitto; e i villani lavoravano più volentieri un fondo al quale erano assolutamente attaccati; sicchè la prosperità del tenimento e del signore tornava in utile de' villani stessi. Il signore poi dovea più volentieri voler avere a fare con una compagnia che con un uomo solo; evitando le complicazioni, la confusione, i pericoli di diserzioni.
Queste compagnie costituivansi talora anche da non villani, e fra artieri. Quando i parenti fossero convissuti un anno e un giorno sotto lo stesso tetto e colla stessa borsa, reputavansi accomunati tacitamente mobili e benefizj; eccetto quelli di preti o nobili, cui il traffico sconveniva. Di queste ricorrono frequenti esempj in Italia, dove invece son rare quelle tra villani.
Così per lo spirito d'associazione, che i Germani già possedevano nelle loro selve, e che il cristianesimo favorì consacrandolo, la famiglia diveniva più solida in tutte le classi: ogni consuetudine, ogni legge tendeva a rendere stabile di generazione in generazione il patrimonio, i sentimenti, le affezioni; poteasi mirare ad interessi più estesi.
Il clero, affine di ridurre in atto le dottrine che professava, prese a cuore la povera plebe, di cui avea mangiato il pane e diviso gli stenti, e tra cui teneva ancora i padri, i fratelli. Cominciò dall'aprire le sue file agli schiavi, che entrando sacerdoti, divenivano eguali al padrone per classe, superiori per carattere: nella regola di san Benedetto era espresso che il servo non fosse per nulla distinto dal libero. A questa via spedita d'emancipazione affollavasi gente inetta o indegna; i signori faceano ordinar prete qualche loro servo per godersene i benefizj: talchè parve prudente il restringerla.
La Chiesa apriva asili al servo perseguitato[328], e riceveva per suoi quelli che, oppressi dai padroni, reputavano parte di libertà il portar catene scelte da sè, o quelli cui la libertà non faceva che esporre al pericolo di morir di fame. Di questi servi deditizj od oblati alle chiese, alcuni metteano persona e beni in protezione di esse, obbligandosi a difenderne i privilegi e le proprietà contro gli aggressori: vassalli anzichè servi: altri obbligavansi d'una tassa o censo annuo (censuales): altri infine rinunziavano del tutto alla libertà, veri schiavi (ministeriales)[329]. La Chiesa, spoglia di avidità personale, meno esigeva dai famuli suoi; e per l'ordine costante che essa pone in tutti i suoi possessi, determinava l'appunto del lavoro che essi doveano; donde crebbe l'affluenza agli altari.