Nelle città d'altro passo camminava l'emancipazione. Molti uomini liberi vi erano rimasti; ed applicatisi a qualche mestiero, non erano caduti nella necessità di darsi servi[339]. Della gente romana alcuni come censuali v'erano sopravvissuti, alquanto meglio trattati dai vincitori, perchè riducendo uno a perire o a fuggire, mandavano in dileguo il possesso, consistente nei servigi che poteva rendere o col suo corpo, o colle arti, o in uffizj letterarj, o in tributo. Taluni di questi eransi per benevolenza o a prezzo redenti dal censo o dalle comandigie, rimanendo liberi di sè; altri per povertà o debolezza s'erano piegati a condizione servile. Gli emancipati, quando crebbero alla campagna, non bastando l'agricoltura al loro sostentamento, venivano alla città per travagliarsi in mestieri e liberi servigi. L'aumento del commercio e dell'industria li favoriva, e il vedere in questo tempo stabilirsi corporazioni e maestranze di quei mestieri che prima s'affidavano a schiavi, convince che sempre più perdevasi la servitù personale, benchè non s'arrivasse ancora al concetto d'una città, ove il lavoro fosse tutto abbandonato a liberi.

Così alle due nazioni che sussistevano nel feudalismo, possessori e non possessori, frammettevasi una terza, di quei che possedevano la propria industria. Questa pure si faccia penetrare nella società, e si avrà il Comune; e tale è appunto l'opera che vedremo compirsi nell'innalzamento delle città.

Ma intanto i servi redenti non partecipavano al consorzio dei vincitori, ed avevano perduta la protezion d'un padrone; onde rimanevano gente di nessuno, e in conseguenza privati della giustizia. Nelle città poi niun abitante avea diretta connessione col governo regio, eccetto il vescovo, che talora veniva alla Corte per intercedere, e tornava con una concessione od una esenzione, spesso non curata dal conte o dall'esattore. In tal caso ai proletarj non restava che o stringersi in particolari associazioni d'arti e mestieri per darsi un interno ordinamento, o ricorrere alle corti ecclesiastiche, e trovare schermo nelle immunità dei nobili e del clero, giurisdizioni distinte da quelle del conte.

Pertanto la città rimaneva partita fra nobili e vassalli, gente libera e servi. Quest'ultimi sono ancora senza diritti nè nome: gli altri formavano Comuni distinti, eleggendo rappresentanti e magistrati (scabini) per trattare e dirigere gl'interessi proprj, ed assistere ai giudizj. Alcuni dipendevano da un gastaldo regio, il quale rappresentava i conquistatori e ne tutelava gli interessi sopra le persone e le cose[340]. Trattavasi di sottoporre gli uni e gli altri all'amministrazione e alla giurisdizione medesima; ed è ciò che fu fatto mediante l'istituzione dei Comuni, la quale, a combattere il feudalismo, eppure da questo preparata, apparve dopo il Mille in tutta Europa, ma più insignemente nella patria nostra.

CAPITOLO LXXVI. Il Mille. Corrado Salico. L'arcivescovo Eriberto. Enrico III.

Suole chiamarsi secolo di ferro il decimo; in realtà infelicissimo perchè l'antico ordine era sfasciato, nè ancora appariva il nuovo, e intanto gli elementi eterogenei fermentavano, senza che si conformassero nè uno per anco prevalesse. Talora vi sono popoli nomadi che cercano stanza; gli stanziati nell'acquistata patria procacciano dirozzarsi, e imitare l'amministrazione romana; il vinto aspira a ricuperare alcuna importanza, lo schiavo a mutarsi in villano, il colono a sciogliersi dai vincoli della gleba; le proprietà libere si legano in benefizj, e i benefizj si riducono ereditarj; i possessori s'attaccano a formare un'aristocrazia territoriale, il capitaneo a divenir indipendente; il re, da primo fra i pari, vorrebbe a brani acquistare la prerogativa imperiale; non si contende più solo tra i principi per la primazia politica, ma tra vescovi e conti e uomini liberi per la civile franchezza; il clero si pianta allato al trono, e confonde il benefizio col feudo, il pastorale colla spada; nessuno ravvisa il fine, cui pure è tratto dalla prepotenza delle cose.

I dominatori portavano guasti e sangue, pure introducevano anche nuove istituzioni, opportune a correggere quelle del mondo antico. Il titolo di romano non era più d'onore, anzi i vincitori lo infliggevano ai vinti come un obbrobrio: pure la magnifica civiltà anteriore sopravviveva colle leggi, con una letteratura ammirata, colla lingua che prestava ai vincitori per istendere i decreti e i contratti, cogli ordinamenti municipali in qualche parte conservati, colla memoria che è l'ultima a perdersi dai popoli.

Fra ciò non appare che un universale commovimento: monarchia che si sfrantuma ne' conquistatori, democrazia che germoglia nel popolo, teocrazia nell'alto clero, governo militare, governo ecclesiastico, governo municipale, sussistono contemporanei e distaccati, senza che l'uno annichili l'altro, per modo che chiunque riguarda ad uno soltanto, crede quello unico dominante. Indi quell'aspetto di confusione, somigliante a violenza sconsiderata, dove l'individuo soffre miserabilmente, eppure l'umanità procede; e sul cadere di questa foschissima età già troveremo la nozione di territorio prevalsa alla nozione di razza, quella di Stato a quella di famiglia, l'unità nazionale emergere dalla laboriosa fusione di quanto contribuirono le società anteriori, e cresciute la dignità e la libertà dell'uomo a ben altra misura che non fossero quando tale non si considerava se non il cittadino.

Di lettere chi poteva occuparsi? Pure non erano perite fra noi; e attorno al Mille, Wippone tedesco animava Enrico II a far educare i figliuoli de' nobili, come costumavasi in Italia[341]; Ademaro chiamava la Lombardia fonte della sapienza[342]; Gerberto, che fu papa Silvestro II, trovava ridondanti di scrittori le città e le campagne nostre[343]; il panegirista di Berengario esortava la sua musa a tacere, perchè nessun più poneva mente ai modi di essa, facendosi versi dappertutto[344]; il cronista salernitano numerava a Benevento trentadue filosofi[345]: del qual nome dovea fregiarsi chiunque sapesse scrivere latino, come di quel di poeta ogni misuratore di sillabe.

Quasi nel solo clero si era rifuggito il poco sapere, ed Eugenio II papa nel concilio Romano dell'826 aveva imposto che in ogni vescovado e in ogni pieve si aprissero scuole per le lettere, le arti liberali e gli studj sacri[346]. Oltre qualche cronista, possono citarsi con onore Attone vescovo di Vercelli, che deplorava le oppressure della Chiesa; Raterio vescovo di Verona, che fece sei libri de' Proloquj, ossia dei doveri in ogni condizione, e lettere molte e sermoni, rozzi ma forti; Pacifico arcidiacono di Verona, di cui il lungo epitafio dice come lavorasse di metalli, legno, marmi, scrisse ducendiciotto codici, e inventò un orologio notturno. L'Elementario di Papia lombardo, lessico di voci latine, servì di modello ai dizionarj, ricchezza delle età moderne. Alfano monaco cassinese, poi vescovo di Salerno, fe molti inni.