Di verseggiatori potrei facilmente allungare il catalogo, ma basti accennare Teodulo, vescovo allevato in Atene, e che lasciò un Colloquium in settantasette quartine, ove nel cuor dell'estate il pastore Pseusti (menzogna), nato sotto le mura d'Atene, adagiato il gregge all'ombra d'un tiglio, pone mente ad Alitia (verità), casta pastorella della stirpe di David, la quale tocca l'arpa del Profeta in sì soave modo, che le acque s'arrestano ad ascoltarla, e l'armento obblia la pastura. Punto da gelosia, Pseusti la sfida, e chiamano arbitra Fronesi (prudenza), che ordina loro di cantare in quartine, numero a Pitagora prediletto. Pseusti dunque espone l'origine degli uomini secondo la mitologia, e le altre favole intorno ai numi; Alitia verseggia il genesi mosaico; quello invoca gli Dei, questa il Dio vero; e la vittoria è aggiudicata alla donna, che espone i misteri dell'incarnazione[347]. Poesia, non isprovveduta di merito, ove sembra udir le voci di due generazioni che, da allora fino ad oggi, contesero per trarre la poesia una ad imitare e pascersi solo di rimembranze, l'altra a secondare il libero volo dell'ispirazione e del sentimento. L'evidente imitazione di Virgilio assicura che i classici erano ancora conosciuti.

Un Vilgardo teneva scuole a Ravenna, e «come sogliono gl'Italiani trascurar le arti e coltivare la grammatica»[348], spinse la passione pe' classici fin al delirio: una notte i demonj assunsero la sembianza de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale, e apparendogli il ringraziarono dell'ardor suo nel propagare l'autorità de' libri loro, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Sedotto da tal frode, egli pose tanta fede ne' classici, che ogni loro parola aveva in conto d'oracolo, e sosteneva punti repugnanti al giusto credere; e benchè condannato dall'arcivescovo, molti spiriti in Italia traviò.

Che valeano mai queste scarse eccezioni, o questi esercizj di scuola? Intanto l'uomo trovavasi abbandonato all'ignoranza e alla superstizione; in ogni fenomeno naturale vedeva un flagello di Dio sdegnato; ai mali irrompenti opponeva o una rassegnazione accidiosa o un repetìo iracondo, e invece di rimediarvi gli esacerbava.

Quasi aggiunta a tanti patimenti si sparse allora ed acquistò fede la diceria che Cristo avesse pronunziato, Mille e non più mille, e perciò col secolo terminerebbe il mondo; si ricordavano certi settarj, che nei primi tempi aveano predicato il millenne regno di Cristo; e più creduta quant'era più fitta l'ignoranza, quest'opinione divenne universale. Ma sarebbe il Mille dopo la nascita sua? o dopo la morte? o erano inesatti i calcoli dell'êra cristiana? Questi dubbj non facevano che esasperare l'incertezza, e prolungare l'ansietà. Frattanto chi può s'immagini lo stato d'una società che crede essere alla vigilia dell'intero suo scioglimento. A turbe invocavano il sajo monacale, sì che duravasi fatica a frenare quell'incomposta affluenza; folla ai santuarj più devoti; processioni di reliquie venerate, dalle quali parve allora succedesse una risurrezione; e con sante litanie e con folli superstizioni supplicavasi Iddio a stornare i flagelli, e aver misericordia della sua plebe, che a momenti doveva tutt'insieme comparirgli davanti. Altri, appropinquante fine mundi, chiamavano le chiese eredi di ogni aver loro, per procacciarsi tesori di misericordia con ricchezze che stavano per perire. I buoni ne trassero occasione d'inculcare pietà, sviare da private vendette, indurre a penitenza, a rispettar le chiese e l'innocenza; numerose paci si conciliarono, numerosi schiavi furono prosciolti; assai bravacci abbandonarono il coltello e la foresta, per rendersi agli altari invocando il cilizio e la perdonanza. La moltitudine, dominata sempre dalla paura, o accasciavasi nello scoraggiamento, o pensava a cogliere le rose prima che appassissero[349].

Come quel terribile Mille passò, gli spiriti poc'a poco ripigliavano confidenza: tornarono le cure a un mondo, la cui durata faceva dimenticare la labilità delle vite individue; la rinfervorata devozione rinnovava chiese, cercava reliquie, moltiplicava leggende, e se non fu più consolidato, si rese più appariscente il primato della Chiesa, unica società inconcussa fra tanto scompiglio.

Ma coll'attività riarsero le nimicizie e le guerre private, preziosissimo diritto de' signori. Già molti concilj eransi tenuti in Occidente per por freno a queste, allorchè un nuovo rimedio fu messo in campo. Pie persone uscirono asserendo che il Signore avesse rivelato esser sua volontà, che a certi giorni cessasse ogni guerra fra Cristiani; pertanto dalla prima ora del giovedì fin alla prima del lunedì potesse ognuno attendere ai proprj affari senza esser ricerco per debiti o per delitti[350]. Rimedio strano a strani mali, che gli ecclesiastici s'affrettarono d'adottare, intimando la tregua di Dio con indulti a chi l'osservasse e pene religiose ai violatori; fu estesa a tutto il tempo fra l'Avvento e l'Epifania, e fra la Settuagesima e l'ottava di Pasqua; inoltre perpetua tregua avessero preti, monaci, conversi, pellegrini, agricoltori, gli animali da lavoro, i semi portati al campo. L'autorità secolare assecondò quell'impulso, e coloro che da niuna legge o forza umana erano protetti, uscivano dai nascondigli, rivedevano la famiglia, proseguivano i viaggi ed i lavori sotto la tutela della Chiesa.

Qualche ristoro ne avrà avuto il basso popolo; ma i signori continuavano a osteggiarsi, nè i re si trovavano vigore da far valere la propria autorità per tutelare i deboli e comprimere i violenti. A ciò s'industriavano essi in Germania, ma que' duchi si rendevano ognor meno dipendenti. Di qua dell'Alpi Carlo Magno v'avea alzato di fronte l'aristocrazia ecclesiastica, e Ottone la democrazia comunale; pure quella invigorivasi più che non si dovesse aspettare, l'altra era ancor sì novella da mal reggere a contrasto de' grandi signori. Questi vedemmo alzarsi fino a dominare l'intera Italia. Ugo ne abbattè molti coll'ucciderli: Ottone I e i suoi successori investirono di estesissime signorie alcuni, per lo più forestieri; col che prostravano gli antichi marchesi, spogliandoli o mutandoli. Pandolfo Capodiferro duca di Benevento stette pur governatore della marca di Spoleto, e luogotenente di Ottone in tutta Italia. Ottone medesimo dicono creasse il marchesato di Monferrato per suo genero Aleramo; a suo fratello Enrico di Baviera diede quel di Verona e del Friuli, il quale poi venne unito al contado del Tirolo e alla ducea di Carintia, portando l'interesse dei re di Germania che in mano d'un solo rimanessero i due pendii delle Alpi. Intitolavasi marchesato di Milano la Lombardia; ma forse era mero titolo, certamente non arrestava il diritto dei conti, cioè de' giudici delle varie città (pag. 295). Seguivano gli ampj possessi dei marchesi di Toscana; poi il patrimonio di San Pietro. Le città ad oriente del Lazio, nell'antica ducea di Spoleto fra il Musone e il Tiferno, e a maestro della Toscana da Ferrara a Pesaro, costituivano altrettanti contadi, spesso amministrati da vescovi. Si intitolò Marca d'Ancona quella di Fermo e Camerino, o anche Marca di Guarnerio, forse da un Guarnerio che ne fu investito da Enrico IV. Il principe di Benevento potea pareggiarsi a un re; e al suo fianco cresceano l'abate di Farfa nella Sabina, e quello di Montecassino, che poi fu intitolato primo barone del regno di Napoli.

Oltre i conti della città, la campagna era divisa fra conti rurali. Così il Milanese ripartivasi fra i contadi della Burgaria sulle rive del Ticino, della Martesana e della Bazana fra il Lambro e l'Adda, del Seprio fra l'Adda e il Ticino, i cui conti traevano l'autorità dall'investitura regia. Lecco, pure contado rurale, per quattro generazioni fu tenuto da una famiglia salica, che mancò circa il 975[351]. Salendo pei varchi delle alpi Retiche e Lepontine trovavansi i contadi di Bormio al fondo della Valtellina, di Chiavenna alle falde della Spluga, passaggio all'Alemagna; di Bellinzona, posseduto dai Sax, allo sbocco della Val Leventina che metteva a quelli che più tardi furon detti Svizzeri.

Fra i grandi dell'alta Italia primeggiava l'arcivescovo di Milano. Il nome di sant'Ambrogio rifletteva sempre gran luce sopra di esso, e avendo suffraganee le diocesi di Pavia, Lodi, Cremona, Brescia, Bergamo, Mantova, Vercelli, Novara, Tortona, Casale, Asti, Mondovì, Acqui, Torino, Alessandria, Vigevano, Ivrea, Alba, Savona, Genova, Ventimiglia, Albenga[352], a stento rassegnavasi a riconoscere la superiorità di Roma. E tanto più che era provveduto d'una entrata d'ottantamila zecchini, e come capo rito godeva insigne e rituali distinzioni, da farlo quasi un altro papa. A tale arroganza dava spiriti l'esser Roma abbandonata al disordine, e il pretendere gl'imperatori di poter nominare vescovi e pontefici; sicchè i prelati, scelti da famiglie signorili, intrigavano alla Corte, militavano in campo, esercitavano secolare giurisdizione.

Fra quei prelati Angilberto da Pusterla (835) alla chiesa di Sant'Ambrogio regalò un paliotto che circuisse tutta la mensa, argento da tre parti, davanti lamina d'oro ingiojellata e smaltata, con istorie a bassorilievo; insigne capo d'arte, che costò ottantamila zecchini, e fu opera di un Volvino. Ansperto da Biassonno (868) ampliò la mura della città per potervi comprendere il quartiere del Monastero Maggiore, fondò la chiesa di San Satiro con uno spedale, e alla basilica di Sant'Ambrogio fece anteporre un cortile quadrato con portico ad archi tondi, ch'è il più bel lavoro architettonico dopo i Romani. Landolfo da Carcano (979) ottenne piena giurisdizione di conte nella città e per tre miglia in giro, sicchè nominava i magistrati cittadini, e gl'investiva dando loro la spada. I feudatarj gli fecero contrasto, ma falliti nell'impresa, accettarono feudi dalla mensa vescovile, e li mescolarono ai beni patrimoniali ed a quelli che tenevano in feudo dal re.