Avendo re Enrico II nominato vescovo d'Asti Olderico, fratello del marchese di Susa, il nuovo arcivescovo Arnolfo di Arsago, cui suffragava quella chiesa, ricusò (998) consacrarlo come illegalmente eletto. Olderico condottosi a Roma, con ragioni e con denaro ottenne d'essere consacrato dal pontefice. Arnolfo pretendeva lese con ciò le consuetudini ambrosiane, e convocato un sinodo, scomunicò Olderico; poi come principe accintosi della spada assediò Asti, e ridusse quel vescovo e suo fratello a comparire a Milano scalzi; e portando il marchese un cane, il vescovo un libro, presentarsi alla basilica di Sant'Ambrogio, confessarsi in colpa, e offrire una gran croce d'oro: dopo di che il vescovo riebbe le insegne prelatizie, e furono festeggiati.
Ancor più famoso fu Eriberto da Cantù 1018: per risolutezza e costanza rispettato in tutta Italia, quando alcuno ricorresse a lui perchè da un duca o da un marchese avesse ricevuto qualche torto, egli mandava il suo baston pastorale, e facevalo piantare al luogo o nel podere su cui nasceva quistione; e nessun più ardiva usare violenza, sinchè l'affare non fosse deciso secondo giustizia[353]. Staccandosi egli dal partito de' suoi, andò in Germania ad esortare Corrado Salico a venire, promettendogli la corona. Altrettanto fecero molti baroni del regno: e il re li rimandò carichi di doni; ma coi Pavesi non potè accordarsi, rassegnandosi essi bensì a riedificare il demolito palazzo imperiale, ma non più in città, siccome Corrado desiderava.
Costui, che ad Eriberto principalmente doveva la corona, e che per più giorni fu da lui trattato con tutta quanta la sua Corte, lo compensò coll'investirlo del contado di Lodi; ma in tempo che così mal distinti erano i poteri laici dagli ecclesiastici, l'arcivescovo pretese ne conseguisse il diritto d'eleggervi il vescovo. Quella Chiesa, gelosa della libera nomina del proprio pastore, ricusò l'eletto da lui; ed Eriberto corse a preda il territorio lodigiano.
Abbiamo detto come della ricchissima mensa arcivescovile di Milano, Landolfo, allorchè acquistò la giurisdizione comitale, avesse dato i beni in feudo a signori del contado, i quali già altri feudi teneano dal re. Da qui nasceva una complicazione d'omaggi e di doveri; ed essi col professarsi devoti a Cesare, cercavano sottrarsi dalla dipendenza dell'arcivescovo: questi invece pretendeva ridurli affatto uomini suoi. I capitanei o vassalli maggiori aderirono, nella speranza di potere, coll'appoggio di Eriberto, soperchiare gli altri; ma i vassalli minori non soffersero di vedersi tolta quell'indipendenza di cui andavano superbi, e collegatisi tra loro e cogli uomini liberi di Milano che, in grazia dell'immunità, si trovavano sottoposti alla giurisdizione vescovile, scesero a fiera battaglia. Vinti da Eriberto, arcivescovo, governatore e generale, fuoruscirono, e forti pel numero, s'accordarono coi militi dei contadi (1028), massime Comaschi e Lodigiani, formando una motta o lega contro l'arcivescovo ed i capitanei, e a Campomalo[354], fra Milano e Lodi, sconfissero l'arcivescovo, benchè ajutato da altri vescovi.
Ma per combattere contro i liberi e i minori vassalli che erano il nerbo degli eserciti, egli ed i capitanei non poteano valersi che di villani ed artieri, gente inusata a battaglie. Come fare che questa leva subitaria tenesse testa alla nobiltà, sin dalla fanciullezza addestrata nelle armi? L'arcivescovo vi provvide inventando il carroccio; gran carro ben adorno e tratto da bovi, sul quale inalberavansi la croce e il gonfalone; altare al sagrifizio prima della pugna, pretorio e spedale durante la mischia. Suprema infamia reputandosi il perdere quest'arca dell'alleanza, i soldati gli si stringevano attorno, invece di sbandarsi in zuffe scarmigliate; aveano sempre un punto, a cui rannodarsi; ne restavano moderate la marcia o la ritirata; e così ottenevasi un accordo di sforzi e di difesa fra le disunite volontà. In tal modo Eriberto vinse i valvassori: ma poichè essi raggomitolavansi colla nobiltà del contado e non desistevano dagli attacchi, ricorse al solito deplorabile spediente d'invitare Corrado.
Scese questi nella patria nostra (1027), agitata da tanti movimenti, e mandando innanzi, secondo il consueto, a chiedere alle città l'omaggio, e il fodero, la paratica e il mansionatico, contribuzioni che si doveano alla casa regia, e consistenti il primo nelle vettovaglie per mantenere il re e sua Corte, il secondo in una somma per riparare le strade e i ponti, il terzo nell'alloggio dell'esercito e de' cortigiani.
Portando più strage che guerra, Corrado a Pavia incendiò castelli e chiese coi contadini che vi si erano rifuggiti, tagliò le viti, e fece altre prodezze, come il suo storico Wippone le intitola; e a pari guasto menò il marchesato di Toscana ed altre signorie confinanti. Passò poi a Ravenna, e vi regnò con gran podestà; vale a dire che, essendo nate le solite tresche fra' cittadini e i suoi soldati, si cominciò strage, finchè l'imperatore, commosso dal vedersi venir innanzi i primarj della città scalzi e colle spade nude alla mano, in segno di esser degni d'aver tronca la testa, perdonò. Temperati i calori estivi, mosse ver Roma con grosso esercito; e Rainero marchese di Toscana per timore venne all'omaggio, e seco la Toscana tutta. Fu accolto bene a Roma e coronato, crescendo la solennità il trovarvisi due altri re, Rodolfo III di Borgogna, e Canuto d'Inghilterra, che del suo regno veniva a fare omaggio ai papi. Ma qui i Tedeschi causarono baruffe e versarono sangue, dove innumerevoli cittadini rimasero uccisi, e gli altri con vimini al collo come degni di capestro dovettero venire a chieder perdono del non essersi lasciati scannare. Nè bastò. Eriberto di Milano pretendeva stare alla diritta dell'imperatore, lo pretendeva l'arcivescovo di Ravenna; il primo per dispetto o per prudenza se n'andò, e l'imperatore diede ragione a lui, come a quello che coronava i re d'Italia; ma intanto Milanesi e Ravennati vennero al sangue.
Corrado sottomise anche i principi di Capua e Benevento: ma appena corse in Germania a quetare altre turbolenze, ecco si rinfoca la guerra interna; onde egli accorso di nuovo (1037), pensò deprimere i vescovi, ora che più non ne avea di mestieri per opporli ai grandi baroni; e singolarmente quest'Eriberto, che colle concessioni antiche e nuove degli imperatori, era reso oggimai despoto dell'Italia, e permetteva che in nome suo si soprusasse[355].
Come Corrado entrò in Milano, accorsero a lui in folla i signori che si teneano gravati da Eriberto, e gli domandavano giustizia; ed esso prometteva renderla in una dieta, che di fatto tenne a Pavia con tutta solennità per reprimere gli oppressori di vedove e pupilli e chi tenesse ingiustamente beni ecclesiastici, e facendo mozzar mani e teste. Singolarmente un Ugo, conte, tedesco, recitò un sequela di torti fattigli da Eriberto; e Corrado ingiunse a questo di ripararli, com'anche di recedere dalla pretesa superiorità su Lodi. L'altero arcivescovo rispose che de' beni trovati alla sua chiesa o da lui acquistati, non un palmo rilascierebbe per istanza o comando di chichefosse. L'imperatore pien di maltalento, e risoluto di recidere l'orgoglio prelatesco, il fece arrestare coi vescovi di Vercelli, Cremona, Piacenza, e lo affidò a Tedeschi che non distingueano la dritta dalla sinistra[356], e che lo chiuser prigione in Piacenza. Se ne commossero i vassalli, offersero ostaggi all'imperatore, che tenne gli ostaggi e non rilasciò il prelato; ond'essi si sparsero per Lombardia cercando alleanze, mentre il popolo desolavasi, digiunava; «dal vecchio al fanciullo gemevano, e deh quante preci al Signore, quante lacrime si spargeano!»[357].
L'accorto Eriberto, secondato dalla badessa di San Sisto, si fe portare squisitezza di cibi e vini, ed ubriacate le guardie tedesche, fuggì. Il popolo milanese, che qui compare già ben distinto dai signori, lo ricevette fra indicibili applausi, che tutti ricadeano a scorno dell'imperatore. Il quale coll'esercito accorse, ed assediò la città; ma salda di mura e di valor cittadino, questa si sostenne tanto pertinace, che Corrado dovette andarsene, sfogandosi sopra le terre aperte, e massime sopra Landriano: nominò anche un altro arcivescovo, che mai non potè sedere.