Dal buon successo pigliò baldanza la fazione nemica ai Tedeschi; i vescovi ed Eriberto mandarono perfino esibir la corona ad Odone conte di Sciampagna; sicchè Corrado dovette sempre tenersi colle armi alla mano; e principalmente n'ebbe a risentire Parma, dove nata una delle solite capiglie fra soldati e cittadini, fu messo il fuoco alla città, poi obbligata ad abbattere la mura, onde (dice il Muratori) imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani.

Le diete di tutti i vassalli non si poteano tenere che all'aria aperta in vaste pianure, al che in Lombardia servivano o i prati di Pontelungo fra Pavia e Milano, o più di solito la pianura di Roncaglia, tre miglia da Piacenza fra il Po e la Nura. Quivi spesso si fecero adunanze, vuoi dai grandi fra sè, vuoi dagl'imperatori; e quando uno di questi volesse scendere in Italia, dava colà la posta a marchesi, conti, vassalli vescovi, abati, capitanei, valvassori, e a chiunque tenesse feudo: nel mezzo piantavasi il padiglione reale, distinto per un'antenna cui era attaccato uno scudo; il banditore appellava i vassalli maggiori, questi i loro dipendenti, perchè la notte seguente vegliassero a guardia dello scudo e della tenda; e chi mancasse scadeva dal feudo. V'erano ascoltati ne' primi giorni gli ambasciadori delle città, poi si trattava dei pubblici interessi, passavasi a quelli dei signori e alle quistioni feudali, indi coll'assenso dei grandi si pubblicavano le leggi spedienti[358]. In quell'occasione v'accorreano pure saltambanchi e mercatanti e curiosi, talchè alla sembianza d'un campo univasi quella d'una fiera. In esse diete l'autorità regia prevaleva; ma sciolte appena, ciascun signore tornava al proprio feudo ad esercitare indipendente la giustizia o le prepotenze.

A Roncaglia dunque (1037 — 28 mag.) Corrado intimò la generale assemblea. Politica degl'imperatori era stato l'elevare i deboli per deprimere i potenti, e in conseguenza favorire le associazioni e i Comuni, largheggiare immunità ai vescovi e sostituirli ai conti. E i vescovi n'erano cresciuti in modo, da assimilare il regno d'Italia ad una aristocrazia ecclesiastica; e sull'esempio d'Eriberto, cercavano ridursi a soggezione anche i feudatarj che immediatamente rilevavano dall'imperatore. D'altra parte erano ormai resi ereditarj i feudatarj maggiori; ma questi negavano agl'inferiori quel che per sè aveano carpito, e pretendevano che i feudi assegnati ai vassalli minori fossero di grazia, talchè potessero ritorglieli a volontà, e morendo l'investito, ritornassero ad essi, che con ciò si assicuravano un modo di gratificare continuamente i servigi ottenuti, e di punire chi nella fede vacillasse. Quest'incertezza di possessi faceva trascurare la coltura, oltre porger cagione a rinascenti dissidj. Alle repugnanti pretensioni pensò mettere qualche ordine Corrado, e deprimere i vescovi ed i maggiori vassalli col dare appoggio alla nobiltà minore. Promulgò dunque una celebre costituzione intorno ai feudi che, consolidando l'antica consuetudine[359], vietava di svestire il vassallo se non per sentenza d'una corte di pari, e con cognizione del re o de' suoi commissarj; il figlio o il nipote legittimi succedessero al padre o all'avo, esclusi quelli non nati bene, come sarebbe da donna d'inferior condizione, o da nozze contratte coll'espresso patto che i nascituri non succederebbero[360]; in difetto di prole sottentrassero i fratelli; il signore non venda il feudo senza consenso dell'investito.

Enrico II aveva fiaccato i conti e marchesi, investiti di onori; Corrado mortificava i grandi feudatarj, sollevando i piccoli, di modo che la monarchia parea dovesse prevalere: ma la impedì il crescere dei Comuni, i quali ben presto si risolsero in repubbliche.

Intanto Corrado vedeva l'esercito suo assottigliato, parte dalle malattie, parte del congedarsi de' vassalli allo spirare del tempo dell'eribanno. Anche le scomuniche papali provocò contro il contumace Eriberto; ma non potè se non far promettere a' suoi ligi che saccheggerebbero ogn'anno il territorio milanese.

In Germania sì egli, sì Enrico III suo figlio (1039), piissimo quanto colto e coraggioso, consumarono il regno nel domare i signori riottosi, por qualche freno al diritto del pugno, procurare la giustizia, e combattere nemici. Nell'assemblea longobarda in Zurigo, esso Enrico, deplorando che tanti in Italia fossero levati dal mondo per venefizio e per diversi generi di morti furtive, (1054) pubblicò una legge contro gli omicidj, ove si alterava l'antica istituzione germanica del comporre a denaro pei delitti: poichè, coll'universale consenso de' Longobardi, decretò che chiunque uccida altri con veleno o qualsiasi altra furtiva morte, o consenta all'uccisore, sia punito nel capo e colla confisca di tutti gli averi; dai quali si prelevino dieci libbre d'oro per guidrigildo alla famiglia dell'ucciso, il resto si divida metà al fisco metà alla famiglia stessa; laonde se l'uccisore fosse un ricco, veniva a impinguarsi la famiglia dell'ucciso. Evidente contrasto fra la legge romana e la germanica, alla quale poi aderendo, confermava i duelli giudiziarj: chi nega un delitto, si difenda col duello se libero, se servo col giudizio dell'acqua bollente[361].

Per Lombardia rincalzavano le quistioni fra i nobili superiori e gl'inferiori, molti dei quali, spogliati dei beni per la sollevazione della Motta, faceano tresca colla plebe; e questa, non ancora in un Comune, ma aggregata in compagnie d'arte, più non soffriva di vedersi mettere il piede sul collo dai feudatarj. Già nel 1035 era scoppiata la discordia, poi si posò, ma presto rinacque. Un milite, vale a dire un nobile milanese, venuto a diverbio per istrada con un plebeo lo bastonò: alle grida accorsi popolani, accorsi nobili, ne seguì un'abbaruffata generale, ed i plebei fecero tra sè una lega per opporre la concordia alla forza. Lanzone, nobile mal contento, si pose a capo de' plebei (1042), dandovi così quell'ordinamento e quella disciplina, che sono sempre la maggiore difficoltà nelle sollevazioni popolane; s'armano di qua e di là, stan sulle guardie come in terra nemica, serragliano le vie; ogni più lieve pretesto cagiona risse e battaglie; contro tegoli, sassi, acqua bollente, munizione plebea, poco valgono le lancie e i cavalli de' nobili, i quali sono costretti andarsene di città. Eriberto arcivescovo temette che, rimanendo, non paresse fomentar la plebe contro i feudatarj, molti de' quali erano suoi vassalli; fors'anche, per quanto propenso a sostenere i popolani contro i nobili, non amava poi che quelli divenissero padroni; laonde anch'egli fuoruscì.

I nobili raccolsero intorno a sè gli altri nobili della campagna[362] e i proprj uomini de' contadi rurali della Martesana e del Seprio, e fortificatisi in sei terre attorno alla città, teneano questa bloccata, intercettando le vittovaglie. Non passava giorno senza qualche avvisaglia, e molti erano morti; i prigionieri venivano uccisi o straziati orribilmente.

Tre anni durò il blocco, con qual detrimento della città Iddio vel dica; e Lanzone vedendo chinar alla peggio la sua fazione, raccolse quant'oro seppe, e passò in Germania ad implorare l'imperatore. Questi, che odiava Eriberto credendolo autore della scissura, promise sorreggere i plebei contro i nobili, patto che ricevessero in città quattromila suoi cavalli. Lanzone alle prime annuì, ma presto s'accorse del pericolo di tal partito, onde pensò piuttosto a riconciliare i dissidenti; e in fatto i nobili, che l'annuale saccheggio dei loro terreni riduceva a povertà, rientrarono, obbligandosi a sloggiare dai castelli della campagna per abitare in città almeno alcuni mesi d'ogni anno, e sottoporsi ai magistrati di quella. Ecco pertanto sotto la medesima giurisdizione ridotti e i cittadini e i vassalli, per modo che restava costituito il Comune.

Morì poi Eriberto nel 1045; il quale, oltre politico, parve anche buon prelato: in una carestia faceva distribuire ogni mattina ottomila pani e otto moggia di grano, e ogni mese in persona dava abiti nuovi e denaro, e così seguitò ben otto anni. Fin oggi ne' pontificali si adopera un evangeliario su pergamena, da lui donato, ricchissimo d'oro e gemme, e con un crocifisso e la figura dell'arcivescovo d'oro; preziosi monumenti dell'arti d'allora, come il ritratto d'esso Eriberto a fresco, che fu collocato ne' portici della biblioteca Ambrosiana.