Tutti i cittadini maggiori e minori e il clero si unirono per nominar il successore; e poichè allora i re di Germania prevaleansi della scostumatezza del clero per immischiarsi nelle elezioni, la città presentò ad Enrico III quattro nobili soggetti (1045), dai quali scegliesse egli il nuovo arcivescovo. Gli scartò tutti, preferendo Guido di Velate, non appartenente alla nobiltà feudale, e che stava in Corte di lui come secretario. Di qui nuove discordie col clero alto; ma per paura del re fu ricevuto.
In quelle assenze e vacanze il popolo avea visto di poter reggersi da sè, ed erasi dato un governo a comune; e nella dissensione dell'arcivescovo coi proprj vassalli, crescea d'indipendenza. E già dappertutto la bassa nobiltà trovavasi a cozzo colla superiore; questa cercava assicurarsi le maggiori dignità ecclesiastiche dacchè i prelati erano principi; i prelati, scelti a questo modo, si buttavano a passioni e intenti secolareschi, restandone sovvertite la disciplina ecclesiastica e la pace d'Italia.
CAPITOLO LXXVII. Bassa Italia. I Normanni.
Lunghi e mal definibili eventi corsero i paesi meridionali, dal cui avvicendamento sconnesso poc'altro si ritrae che l'infelicità degli abitanti.
Dopo la spedizione di Lodovico II combinata con quella di Basilio il Macedone, che allora ricuperò alla dominazione greca l'importante piazza di Bari (p. 316), vi si erano formate due fazioni, una Franca, l'altra greca, ispirate non dal miglioramento del paese, ma da riguardi personali, da odj e vendette. Benevento manteneva il nome di Longobardia, e comprendeva i paesi che or sono Terra di Lavoro, contado di Molise, Abruzzo citeriore, e i due Principati, eccettuandone le terre greche a mare; distribuito fra molti conti, di cui primi erano quelli di Capua, poi di Marsi, di Montella, di Sora, di Molise, di Consa ed altri, i cui titoli si conservarono nelle illustri famiglie del regno[363]. Tutto disordine e violenza, menava guerre interminabili contro il principe di Salerno, il quale poi riuscì ad averne Cosenza, Taranto, Capua, Sora, metà del contado d'Acerenza. Da tale partigione restò eccettuato il monastero di Montecassino, che avuto castelli e baronie da' duchi, ne chiedeva la conferma o mundeburdio agl'imperatori d'Occidente, e a questi prestava omaggio ligio.
La Puglia, cominciando da Ascoli e seguendo il lido adriatico, eccetto Siponto e il monte Gargàno pertinenze beneventane, inoltre la più parte della Calabria obbedivano ai Greci, che a questo teme della Longobardia mandavano un catapano, sedente a Bari. Vi aggiungevano la supremazia nominale de' ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta. Il ducato di Napoli stendeasi a ponente fin a Cuma, abbracciando Ischia, Nisida, Procida, Pozzuoli, Baja, Miseno, e verso mezzogiorno Stabia, Sorrento, Amalfi, l'isola di Capri. La capitale aveva parrochie, clero, capitolo greco e latino; era governata al modo di Ravenna, con duci che, attesa la lontananza degl'imperatori, spesso venivano eletti dal popolo, rendevano un omaggio di sola apparenza all'Impero, come il duca di Gaeta; e cercavano indipendenza coll'appoggiarsi ora ai Saracini, ora ai successori di Costantino, ora a quelli di Carlo Magno che pretendevano sempre all'eredità di Teofania.
Avendo i principi di Benevento assalito ed occupato Bari (887), Leone il Filosofo, imperatore di Costantinopoli, mandò Simbatico per castigarli; Benevento fu occupato, e sebbene redento dopo quattro anni, quel principato non ricuperò più il suo lustro. Invece i duchi di Capua, resisi indipendenti, ingrandivano a danno dei Saracini.
Gli Aglabiti, stanziatisi a Cuma e alla foce del Garigliano, faceano prova di loro fierezza sui paesi circostanti, Oria, Sant'Agata, Tèramo: altri di Sicilia venivano a devastare il continente, e intere popolazioni rapirne in ischiavitù. I Pandolfi di Benevento e di Capua, i Guaimari di Salerno non sentivansi abbastanza robusti per vincere gl'infedeli; tanto più che, discordi fra sè, si perseguitavano in continue nimicizie, con alterni successi. Gl'imperatori greci fecero tratto tratto qualche tentativo per combattere i Saracini: una loro banda, che era stata espulsa di Creta, assoldarono (967) per assalire i loro fratelli in Calabria, e presero Bari e Matèra.
L'unica voce potente a congiungere i Cristiani, quella del pontefice, sonò ancora, e Benedetto VIII papa raccolse tutti i vescovi ed i visconti delle chiese (1016), e marciò contro quelli stanziati al Garigliano. Tre giorni si fe battaglia; al quarto gl'Infedeli andarono in rotta. Fra le spoglie fu rinvenuto un diadema valutato mille libbre d'oro, cui il papa presentò all'imperatore Enrico II, e fra i prigionieri la moglie del loro capo che rimase estinta. Il marito irritato mandò al papa un sacco di castagne, per simbolo dell'armata che fra poco menerebbe; e questi gliene rimandò uno di miglio, per indicare con quanti guerrieri starebbe alla riscossa: ma in fatti da Reggio e Cosenza troppo spesse occasioni ebbero i Saracini di saziarsi di sangue italico, invocati ne' fraterni litigi.
Anche in Sicilia gli Arabi aveano esteso, ma non consolidato il dominio; e qui come altrove gli sceichi o capicasa acquistarono potenza a scapito dell'emir, e il paese si trovò diviso in gran numero di piccole signorie osteggiantisi, sempre nemiche de' paesani, ai quali imposero anche la decima di tutti i frutti della terra. Ai califfi d'Africa non si prestava più obbedienza; pure ad essi ricorrevasi nelle intestine discordie, le quali proruppero spesso in guerra civile.