Gli avanzi dei Normanni non erano scomparsi dalla Puglia, ma guadagnavano col vendere il proprio valore ai principi longobardi o agli abati di Montecassino; finchè Sergio duca di Napoli, sorpreso e cacciato da Pandolfo principe di Capua, colla loro assistenza rimesso in dominio, li compensò col donare la città d'Aversa a Rainolfo fratello d'Osmondo, e il titolo di conte sopra un territorio contestato fra i due dominj. Questa colonia diventò una potenza, di mezzo alle popolazioni oppresse.

Le fortune de' loro fratelli traevano ogn'anno altri Normanni in Italia. Tancredi, gentiluomo banerese della bassa Normandia, dopo partecipato alle guerre di Roberto il Diavolo, invecchiava tra dodici figli nel castello d'Altavilla. Trovandosi scarso di patrimonio, questi vollero procacciarsene colle armi, e fatti alquanti compagni (1035), tra pellegrini e guerrieri drizzarono alle nostre rive. Guaimaro IV, principe di Salerno e di Capua, volontieri si valse del loro braccio per sottomettere Amalfi e Sorrento. Come allora ai Longobardi, così altre volte servivano ai Greci, per soldo non per dovere o fedeltà. Abulafar e Abucab governatore della Sicilia vennero a guerra fra sè, e Abulafar vinto ricorse a Michele il Paflagonico imperatore. Lietissimo dell'occasione, questi spedisce Giorgio Manioki, valente capitano, il quale, raccolti quanti più potè Longobardi e Normanni, tragittò in Sicilia, e prese Messina e Siracusa. Mediante i soccorsi d'Africa, gli Arabi poterono mettere insieme da cinquantamila combattenti: eppure Manioki li ruppe al fiume Remata, prese tredici città, e forse sbrattava l'isola se non avesse disgustato i proprj alleati.

Grandissimo valore aveano spiegato in quell'impresa Guglielmo Braccio di ferro, Drogone e Unfredo figli di Tancredi d'Altavilla, capi della colonia militare normanna; ma quando si fu a spartire le prede (1039), nulla ottennero dalla greca avarizia. Disgustati, interrompono la guerra, tornano sul continente, e attestati a Reggio di Calabria, si danno a far ogni peggio alle terre dei Greci, col proposito di strappare a questi la Puglia e la Calabria. Sommavano appena a sette centinaja di cavalieri e cinque di fanti, quando si trovarono a fronte sessantamila imperiali condotti dal prode Doceano; ed avendo l'araldo proposta l'alternativa di ritirarsi o combattere, — Combattere» gridarono tutti a una voce, e un Normanno con un pugno (1041) stese morto a terra il cavallo dell'araldo. La pianura di Canne vide un'altra volta sconfitti i Romani, ai quali non restarono che le piazze di Bari, di Otranto, di Brindisi, di Taranto. Il bisogno rimette in credito Manioki, il quale nella pianura di Dragina sconfigge gli Arabi (1043), e manda a barbaro macello le città prese e riprese: Argiro di Bari, figlio del famoso Melo, dichiarato principe d'Italia, cioè della Puglia e Calabria, mena i Normanni alla vittoria.

Manioki aveva incaricato Stefano, patrizio di Sicilia e cognato dell'imperatore Costantino, di vigilare attentamente il mare, sicchè nessun Arabo sfuggisse; ma quegli lasciò scappare il loro capo. Il capitano irritato non solo rimproverò ma battè Stefano, a' cui lamenti l'imperatore diè ordine di mandar Manioki in ferri a Costantinopoli. Questi invece si ribellò, e co' molti tesori tolti a Stefano destinatogli successore, adescò truppe, e dichiaratosi imperatore (1043), pose assedio a Bari. Argiro la difese intrepidamente, e Costantino non vide miglior partito che amicarsi Argiro e i Normanni, a questi confermando le conquiste, a quello dando il titolo di federato, patrizio e catapano augusto. Dopo lunga resistenza Manioki dovette fuggir per mare, poco tardò ad essere ucciso; e Argiro, congedati i Normanni, tornò trionfante in Bari, conservando il titolo di duca d'Italia. Spiaceva questo titolo a Guaimaro IV, e soldati contro di lui i Normanni che testè per lui combattevano, lo assediò, ma non potè altro che saccheggiar la contrada.

I dodici capi normanni, arricchiti dalle spoglie e dal riscatto de' prigionieri, divisero tra sè il paese: a Guglielmo Braccio di ferro Ascoli, a Dragone suo fratello Venosa, ad Arnolino Lavello, ad Ugo Monopoli, a Pietro Trani, a Gualtiero Civita, Canne a Rodolfo, Montepiloso a Tristano, Trigento ad Erveo, Acerenza ad Asclittino, Sant'Arcangelo a un altro Rodolfo, Minervino a Rainfredo, Siponto col monte Gargáno a Rainolfo conte d'Aversa; e ciascuno innalzò una fortezza per assicurare i proprj vassalli, e si valse a talento delle contribuzioni assegnate a ciascun distretto. Restava in comune Melfi, metropoli e fortezza dello Stato, ove ogni conte teneva una casa ed un rione separato[368], ed amministravano la pubblica cosa in adunanze militari. Poi a Matera elessero per capo supremo Guglielmo «leone in guerra, agnello in società, angelo nei consigli», conferendogli, secondo l'espressione della Carta normanna, il diritto «di governare colla verga della giustizia e di terminare le differenze colla lealtà»; mentre dagl'indigeni riceveva il gonfalone del comando.

Questa feudalità fra due imperi non poteva vivere ed assodarsi che mediante il valor personale di questo centinajo di prodi. Per gl'italiani essi non erano che barbari e venturieri; spogliavano a gara il popolo, nè il papa aveva autorità di reprimerli: pure, con quell'indole loro pieghevole e subdola, vollero ottenere un appoggio morale, e Guglielmo chiese dall'imperatore Enrico III il titolo di conte della Puglia e l'investitura (1046). E l'ebbe, e fu confermata a Drogone suo fratello e successore, aggiungendo ai Normanni il territorio di Benevento, salvo la città, ch'era stata assegnata al pontefice in cambio dei diritti sulla chiesa di Bamberga, donatagli da Enrico I. Mostrando fare omaggio ora ai Greci or ai Latini, i dodici conti in effetto non confidavano che nella propria daga, nè creduti, nè credendo; ed ora guerreggiavano tra sè, ora si collegavano contro nemici; e nemico consideravano chiunque possedesse bella donna, buon cavallo, armadura o terreno da essi desiderato. La Corte di Costantinopoli, dopo cercato con larghe promesse di trarre que' prodi sulle frontiere di Persia a combattere i suoi nemici, lasciò che il noto Argiro di Bari gli osteggiasse in ogni modo, sino a tramare di assassinarli tutti a un'ora: in fatto molti perirono, e Drogone stesso nella chiesa di Montoglio (1051); ma Unfredo suo fratello e successore vendicò i suoi.

Nelle loro scorribande non rispettavano i beni delle chiese o de' pontefici: e il ricco monastero di Montecassino mandarono a guasto e ruba tale, che l'abate aveva stabilito trasferirlo altrove. Ma ecco un giorno Rainolfo conte normanno con molti militi sale a quella deliziosa altura; e quando i monaci stavano in isgomento d'ogni male, lascia le armi e i cavalli fuor di chiesa, ed entra a pregare. I monaci, risoluti a un colpo di mano, saltano su que' cavalli, e chiuso il tempio, e dato nelle campane a martello, cogli accorsi villani assaltano i Normanni, che inermi invocano invano la santità dell'asilo, da essi tante volte violato. Molti furono uccisi; il conte prigioniero si dovette riscattare col restituire tutte le possessioni usurpate[369].

I papi alzavano i consueti lamenti perchè i Normanni ammazzassero e tormentassero i miseri abitanti, nè risparmiando tampoco fanciulli e donne, spogliassero le chiese, e delle esortazioni si facessero beffe. Leone IX contro di essi ottenne (1053) da Enrico III un grosso stuolo, condotto da Goffredo di Lorena: ma ben presto costoro se ne tornarono, non lasciando che da cinquecento persone. Con questi e con altri raccogliticci nostrali e d'oltralpe, laici e cherici, il papa in persona mosse a guerreggiarli, per quanto san Pier Damiani ed altri savj disapprovassero che un pontefice s'accingesse d'altra spada che della spirituale. I capi normanni spedirono per pace, esibendogli l'omaggio de' loro possedimenti[370]; ma poichè egli dai Tedeschi, che sprezzavano quella piccola gente, fu indotto a negar patti finchè non avessero sgombra l'Italia, essi con tremila cavalli e pochi fanti, tutta gente battagliera, presso Civitate[371] vennero a zuffa, sbaragliarono que' raccogliticci, e il papa stesso colsero prigioniero (1053 — 18 mag.). Quei che armato lo avevano sconfitto, vinto l'adorarono, e gli chiesero perdono della vittoria, supplicandolo ad infeudarli di quanto già possedevano, e di quanto acquisterebbero di qua e di là del Faro. Non si fece pregare Leone; e in tal modo la prigionia fruttò al papa meglio d'una gran vittoria, attribuendogli la supremazia sopra un paese, sul quale non l'aveva mai pretesa. Argiro, che aveva secondato l'impresa, cadde ferito; poi la disgrazia il rese sospetto all'imperatore bisantino, che lo mandò in esiglio, ove si uccise, liberando i Normanni da un nemico ostinato. I quali allora sottoposero tutte le città della Puglia.

Ad Unfredo aveva agevolato le vittorie il fratello Roberto, detto Guiscardo, cioè l'astuto; uomo, al dire di Guglielmo Apulo, d'alta statura, di sommo vigore, spalle larghe, lunghi capelli, barba color lino, occhi di fuoco, voce tonante; che maneggiava con una mano la spada, coll'altra la lancia (1048); più scaltro d'Ulisse, più eloquente di Cicerone. Venne di Normandia da pellegrino con soli cinque cavalli e trenta fanti; e la povertà primitiva lo rendea cupido d'acquisti, frugale con sè, largo cogli altri. Trovando da patrioti suoi già occupato ogni cosa, egli solda avventurieri italiani, e fa guerra di bande; e mentre Unfredo riduceva la Puglia in suo potere, esso tenta la Calabria, correndo e predando, oggi ricchissimo, domani affamato, presto in voce di valoroso fra quei valorosi. Unfredo ne ingelosì, e sorpresolo durante un banchetto, fu per ucciderlo (1054); poi si rappattumò seco, e gli concesse quanto aveva conquistato: ma alla sua morte (1057) il Guiscardo ne occupò tutta l'eredità. Papa Nicola II, che per le commesse violenze l'avea scomunicato, attesa la sua docilità il ribenedisse, e non vedendolo pago del titolo di conte, gli conferì quello (1059) di duca di Puglia, Calabria e di quanto in Italia e in Sicilia potesse tôrre ai Greci o ai Saracini, considerando come decaduti quelli perchè scismatici, questi perchè infedeli: in ricognizione il Guiscardo e i suoi eredi e successori si dichiaravano ligi della santa sede, alla quale contribuirebbero truppe all'occorrenza e dodici denari pavesi ogni giogo di bovi[372].

Voglia il lettore porre ben mente a quest'atto, onde possa valutare la giustizia o almeno la legalità della conquista normanna e della supremazia pontifizia; poichè così veniva creato un gran feudo, che, secondo la costituzione di Corrado imperatore, passerebbe ai figli ed ai nipoti, e che rileverebbe dal papa, come il duca di Normandia rilevava dal re di Francia.