Capitani e soldati alzarono Roberto sullo scudo, e da quel punto cessò d'essere loro eguale per divenirne il principe; ma l'opposizione dei nipoti spossessati e degli altri baroni insofferenti d'ogni preminenza, gli fece logorar le forze, necessarie ad assodare il nuovo principato.

Ciò malgrado, al Guiscardo venne fatto di togliere ai Greci Reggio, Squillace, Brindisi, Gallipoli, infine, malgrado i soccorsi orientali, anche Bari (1071), ultimo loro possesso nella Magna Grecia. Con pari fortuna sottrasse Capua ai duchi: poi invitato dagli Amalfitani, attaccò Salerno, una allora delle più belle città, e rinomata per una scuola di medicina a cui traevano malati d'ogni parte; dopo fiero assedio l'ebbe, e così Amalfi (1075-77), terminando la dominazione dei Longobardi, cinquecentonove anni dopo che Alboino avea confitto la lancia sul suolo d'Italia. A Napoli pure e a Benevento mise assedio, ridendosi delle scomuniche papali; finchè s'interpose uno dei più famosi e santi personaggi di quel tempo, Desiderio abate di Montecassino.

Roberto tant'era salito in gloria, che n'era ambita la parentela: Azzo marchese, progenitore degli Estensi, Raimondo conte di Barcellona, l'imperatore di Costantinopoli e quello d'Occidente gli chiesero le figlie a spose de' loro figliuoli. Imbaldanzito sulle vittorie, Roberto medita assalire l'impero d'Oriente, dove il suo genero era stato stronizzato dalla nuova dinastia dei Comneni; côlti leggeri pretesti, dichiara guerra ad Alessio imperatore (1081), e con cencinquanta navi, e con galere di Ragusi, caricate per forza di trentamila uomini, prende Corfù e Botronto. Anna figlia di Alessio ce lo dipinge «di pelle rossa, capelli biondi, larghe spalle, occhi di fuoco, voce come quella dell'Achille omerico che con un grido mette in fuga miriadi di nemici. Soffrire superiorità altrui non poteva: parte di Normandia con cinque cavalieri e trenta fanti; arriva in Lombardia, s'appiatta negli antri e nelle montagne, e cominciando sua carriera guerresca con assassinj e rapine, provvede i suoi d'arme, cavalli, denaro». L'esagerazione è gran segno di paura!

Alessio affrettò la pace coi Turchi, che da Nicea minacciavano già l'Impero, e chiese soccorso ai Veneziani, che, di mal occhio vedendo questa nuova potenza in Italia, con buona flotta ruppero quella del Guiscardo. Questi rifattosi pose assedio a Durazzo; e non che sgomentarsi dell'esercito che Alessio aveva allestito con rinforzi di Franchi e di Scandinavi assoldati, fe metter fuoco alle navi per togliere a' suoi la speranza della ritirata, e accettò la battaglia (18 8bre). La moglie di lui vi comparve eroina, e benchè ferita, rimase tra la mischia esortando, tanto che Alessio non dovette lo scampo che alla propria spada e alla rapidità del palafreno. Durazzo è presa; Roberto si addentra nell'Epiro: ma le perdite sofferte, i morbi sviluppati, e triste notizie di turbolenze in Italia lo richiamano. A Boemondo suo figlio lasciato in Grecia, Alessio oppone i Turchi, e fa ferire i cavalli, sapendo come i Normanni poco valgano pedestri, onde al fine lo riduce a ritirarsi.

Secondo la promessa fedeltà feudale, trecento Normanni ajutarono papa Nicola a domare i conti di Tusculo; poi quando Gregorio VII era dall'imperatore d'Occidente ridotto prigioniero in Roma (1084), Roberto accorre, getta il fuoco alla città, e liberato il pontefice, seco il mena trionfante a Salerno. Quindi nuova spedizione allestisce contro la Grecia; e malgrado la flotta che gli affaccia Alessio, sostenuto dai Veneziani, sbarca, sconfigge gli imperiali in ripetuti scontri per mare e per terra, e saccheggia la Grecia e le città dell'Arcipelago. Morte lo arresta (1085), e i Normanni si sparpagliano: ma poco andrà che i suoi nipoti, segnati il petto della croce, verranno a sgomentare Costantinopoli e i Musulmani[373].

Aveva Roberto conferito al minor suo fratello Ruggero il titolo di conte di Sicilia (1072), ma niun mezzo di conquistarla che il suo valore ed un cavallo. Gittatosi alla via, egli svaligiava i passeggieri, massime quelli che per mercatanzia recavansi ad Amalfi[374]: sua moglie, alla quale egli non potè tampoco costituire una dote, gli coceva il parco desinare, e spesso tramendue non possedeano che un sol mantello per uscir fuori: uccisogli in battaglia l'unico cavallo, egli prese in ispalla la sella, e con questa si salvò. Tal era il ceppo dei futuri reali di Napoli; il quale (1061), coll'ardimento proprio alla sua nazione, tragittossi in Sicilia, a titolo di redimere i Cristiani dalla servitù musulmana[375].

Dalle sconfitte avute dal prode e avaro Manioki s'erano rifatti gli Arabi sotto l'inetto suo successore Stefano, e ricuperarono tutte le fortezze perdute. Sola Messina resisteva, all'assedio della quale si conversero tutte le forze arabe: ma Catalco Ambusto che vi comandava, li sorprese (1040), uccise nella propria tenda Abulafar loro generale, e fece ricchissimo bottino. Non seppe profittare della fortuna Stefano, e non che riperder tutto, fuggì in Calabria.

Ma anche i Saracini guastavano se stessi colle reciproche nimicizie. Due emiri si disputarono il primato, e soccombuti entrambi, la Sicilia restò divisa fra varie piccole signorie; Abd-Allah ebbe Trapani, Marsàla, Màzara, Sciacca; Alì ben-Naamh Castrogiovanni, Castronovo, Girgenti; Ben-Themanh Siracusa e Catania; altri altro, nemici fra loro, molesti tutti al paese.

Questo Themanh avea sposato Maimuna sorella di Alì ben-Naamh; ma un giorno ubriaco le fece aprir le vene. Ella, guarita a stento, fuggì al fratello, il quale assalse e spodestò il cognato. Themanh rifuggì allora sul continente a Ruggero, e lo aizzò a conquistare l'isola. Volentieri l'ascoltò il venturiero, e passato lo stretto, piantò su Messina la croce, che n'era strappata da ducentrent'anni. All'assedio di Traina in val di Demona a' piedi dell'Etna, i trecento suoi seguaci resistettero a tutte le forze dell'isola; alla giornata di Teramo (1063) trentamila nemici furono sconfitti da centrentasei Cristiani, e Ruggero assicurò che san Giorgio, patrono de' guerrieri, avea pugnato con essi, e serbò per san Pietro le bandiere nemiche e quattro camelli, e da papa Alessandro II ricevette in ricambio la bandiera di San Pietro.

I Pisani faceano allora vivo traffico in Sicilia, e specialmente a Palermo; ed essendo disgustati degli Arabi, raccolsero un forte naviglio, e spintisi contro la catena di quel porto la spezzarono: entrati, non poterono prendere la città, atteso il gran numero di Musulmani accorsi, ma portarono via in trionfo la rotta catena; di sei navi riccamente cariche, cinque bruciarono, l'altra condussero in patria, dell'opimo bottino valendosi per fabbricarvi il duomo.