I suoi principi, derivando l’autorità unicamente dall’usurpazione, non poteano pensare che a mantenersi intrigando e sopendo: l’investitura imperiale allegavano per disobbligarsi dal farsi eleggere dal popolo, ma non sentendola necessaria, non si davano la briga di domandarla.
Francesco Sforza volle riconoscere il dominio soltanto dalla propria spada, e per virtù e valore meritava di esser capo di una dinastia: ma affatto ne tralignò il figlio Galeazzo Maria. Le robuste ordinanze del padre, e la prudenza e la lunga pratica di Cicco Simonetta segretario di Stato, mantennero in quiete il paese: ma poi Galeazzo, imbaldanzito dai prestiti che gli chiedevano i re di Boemia e Ungheria, dalle ambasciate fin del soldano d’Egitto, dal tributo che gli pagavano i Fiorentini, dai sussidj d’uomini che dava a Luigi XI di Francia suo cognato, dalla speranza della corona di tutta Italia, ruppe i ritegni; d’ogni ingerenza privò sua madre Bianca Maria, savia donna e sperimentata, e dicono l’avvelenasse.
Quanta suntuosità nel suo viaggio a Firenze! (t. VIII, pag. 431) ma al gusto delle voluttà sordide associava quello delle sevizie e delle torture raffinate, diabolici supplizj esacerbando colle facezie, le libidini condendo con uno sfacciato trionfo e colla disperazione dei mariti e dei genitori disonorati. Per ostentazione d’intrepidezza, fece un giorno mettere alla tortura il proprio barbiere, e appena calato volle esser raso da esso.
Insegnava retorica a Milano Cola Capponi de’ Montani, di Gaggio bolognese, ingegno svegliato, animo torbido, infatuato dell’antichità. Era stato maestro di Galeazzo Maria, e per una vergognosa imputazione, o perchè il duca volesse vendicarsi delle sferzate avutene a scuola, venne frustato ignominiosamente per la città. Anelando vendetta, contro al duca istigava i suoi discepoli, e principalmente Andrea Lampugnani e Girolamo Olgiati, i quali spinse ad arrolarsi sotto Bartolomeo Coleone, per apprendere il mestiere delle armi. Gliene vollero male i costoro parenti, e di consenso l’altra nobiltà milanese; onde, perduti scolari e amici, egli dovè partirsene. Sbolliti i rancori, tornò; riebbe frequente scuola ed amicizie, colla volubilità del vulgo signorile; e seguitava a infervorare la gioventù ne’ concetti della libertà romana e greca e nel vanto dei tirannicidi; e dopo narrato de’ Timoleoni e dei Collatini, — Non sorgerà (intonava) tra’ miei discepoli un Bruto, un Cassio, che sottraendo la patria dal giogo obbrobrioso, meriti fama per tutti i secoli? — Io sarò quello» disse l’Olgiati; e viepiù dacchè una sua sorella fu vittima delle libidini di Galeazzo: onde col Lampugnani e con Carlo Visconti giurò davanti agli altari redimere la patria dal tiranno, credendola opera gloriosa e santa.
— Dopo il primo nostro ritrovo (racconta l’Olgiati stesso) entrai in Sant’Ambrogio, mi posi a’ piedi dell’effigie del santo vescovo e pregai così: Grande sant’Ambrogio, patrono di questa città, tutela del popolo milanese, se il proposito de’ tuoi concittadini di sbrattarsi dalla tirannide e dalla dissolutezza più mostruosa merita la tua approvazione, non ci manchi il tuo favore fra i tanti pericoli cui ci esponiamo per francare la patria. Così orato, venni a’ miei compagni, e gli esortai a coraggio, assicurandoli sentivo in me cresciute la speranza e la forza dopo invocato il patrono della nostra città... Il giorno di santo Stefano (1476) di gran mattino andammo nella chiesa di questo santo, e lo pregammo propizio al gran fatto che divisavamo compire colà, e non s’indignasse se lordavamo i suoi altari d’un sangue che doveva liberare la città e la patria. Dopo le preci rituali, ne recitammo un’altra, composta da Carlo Visconti; assistemmo alla santa messa celebrata dall’arciprete»; poi, come il duca comparve ad assistere alla solennità di quel giorno, lo assalsero e trucidarono.
— Il popolo avvilito, soffrente, non aspetta che un cenno per rompere le sue catene; ci acclamerà, ci sosterrà». È l’illusione consueta de’ cospiratori; ma, come molte altre volte, il popolo si buttò addosso agli uccisori e li trucidò. L’Olgiati, riuscito a scampare, non fu voluto ricevere nella propria famiglia; solo la madre il prese in compassione, e raccomandollo a un prete che sotto la propria tunica menosselo a casa. Ivi si rimpiattò due giorni, persuaso che intanto i congiurati compirebbero l’opera, secondo l’accordo; ma uscito per informarsene, qual è il primo spettacolo che gli si offre? la plebaglia del verzajo che trascina a strapazzo il cadavere del Lampugnani. Gli cadde il cuore, nè più curò di nascondersi; onde preso, e sottoposto a orribile tortura, dettò la storia del misfatto, unicamente implorando gli si lasciasse tempo da confessare i suoi peccati; e condannato ad esser tanagliato e fatto vivo a pezzi, al prete confortatore di mezzo ai tormenti diceva: — Pe’ miei peccati merito questi e peggiori strazj, ma non per quella bella azione, per la quale spero che il sommo giudice mi perdonerà le cattive; e non che pentirmene, perirei dieci volte per sì nobile scopo». Avea ventidue anni[33].
Il popolo, omai abituato a considerare come ereditario il dominio, lasciò acclamare Gian Galeazzo, figlio novenne dell’estinto: la vedova Bona di Savoja, assistita dall’accorto e procacciante Cicco Simonetta, seppe mantenere nell’ordine i sudditi, e in freno le città soggette, che ad ogni novità rumoreggiavano. Ma in quel trambusto si sfasciò il bell’esercito costituito da Francesco Sforza, che facea rispettare il paese. Del qual Francesco erano rimasti cinque figli: e Galeazzo Maria succedutogli avea, per litigi nati, confinato in Francia Filippo Maria duca di Bari e Lodovico il Moro suoi fratelli. Questi, dall’esempio paterno e dalla propria irrequietudine animati a tutto ardire, tornarono dall’esiglio, e cominciarono a sommovere lo Stato col pretender parte all’amministrazione; ed appoggiandosi ai forestieri e ai Ghibellini capitanati dal valoroso e turbolento Roberto Sanseverino, vennero fin a guerra rotta. Il Simonetta s’industriò a rompere le loro trame, ma col profonder denari e col concedere i castelli e le terre che prima aveano posseduti, sfiancò l’unità politica: poi essendosi di nuovo sollevati, egli confinò Filippo Maria nel suo ducato, Lodovico a Pisa, a Perugia Ascanio che fu poi cardinale: Ottaviano nel fuggire si affogò nell’Adda.
I costoro intrighi erano favoriti dal re di Napoli e da Sisto IV, che suscitavano d’ogni banda nemici al Milanese perchè parteggiava coi Medici di Firenze, gli ribellarono Genova, infellonirono gli Svizzeri.
In che modo questi acquistassero la libertà, già ci fu veduto (Cap. CXV). Borghesi e poveri, obbligati a combattere i baroni vicini o i cavalieri dell’Impero, introdussero una nuova milizia a piedi, che coperta solo d’un morione e d’un petto di ferro o di cuojo, con uno spadone a due mani sospeso alle spalle, colle picche lunghe tre metri presentavano una siepe insuperabile ai cavalli; mentre altri s’insinuavano fra l’ordinanza de’ nemici, e colla labarda ne tagliavano le aste o le conficcavano a terra. La vita montana gli avea resi robusti e destri; la caccia e gli esercizj, abituati alle armi sin da fanciulli, talchè al primo baleno di guerra tutti erano combattenti, e sospese le riotte municipali, mettevansi in marcia sotto un capo, al quale giuravano intera obbedienza.
I principi, che comprendevano di non poter reggersi tiranni se non con eserciti da sè soli dipendenti, trassero subito partito da queste truppe, e al bisogno spedivano un colonnello, che col Cantone capitolava il numero, il soldo, la durata del servizio: agli arrolati seguivano commissarj, che applicavano tra essi la giustizia, poi rendeano conto dei loro atti. Addio allora alla elvetica semplicità; resa venale la bravura, agognante le lusinghe de’ principi, l’oro e il lusso straniero, s’introdussero corruzione nei consigli e farnetico di guadagni militari; e fu volta che i magistrati arrolarono i rei dati loro a giudicare, e se li trassero dietro a servizio.