Formidabili come uomini, non come nazione, dopo ch’ebbero valicate le Alpi nostre contrassero la febbre del conquistare, e immaginarono la loro libertà dovesse abbracciar parte della Svevia, l’Alsazia, il Tirolo, il Milanese, lo che gli avrebbe portati sino al Mediterraneo, e renduti, non so se felici, certo potentissimi. Mancavano però d’unità, anche prima che la sconcordia religiosa li snervasse affatto, e lasciasse in tutti i paesi vicini prevalere la monarchia: il che fu l’opera del secolo che descriviamo.
Avendo i Milanesi tagliato un bosco, di cui essi pretendeano il possesso, una banda d’Urani varcò il Sangotardo, e negando rimettere la decisione ai tribunali, si gettò sopra Bellinzona: finchè dal Simonetta quetati a denaro, giurarono non molestare più il ducato. Sisto IV però li dispensa dal giuramento, e manda ad essi lo stendardo delle sante chiavi acciocchè traggano a difendere il comun padre e a restituire Italia alla libertà (1479). D’inverno stridente ripassarono dunque il Sangotardo, e a Gornico combattendo sul ghiaccio come avvezzi, sbaragliarono gli scivolanti ducali, guidati dal conte Torello; e al prezzo di centomila ducati e ventiquattromila fiorini concessero la pace, però come signoria del cantone d’Uri serbando la Leventina, cioè la valle per cui scende il Ticino. Allettamento e scala a nuovi tentativi.
Dalle esterne scosse ajutati, gli zii del duca rivalsero. Lodovico il Moro, sottentrato duca di Bari, più scaltro degli altri e disposto a farsi sgabello delle ruine di tutti, recuperò la grazia della duchessa, alla quale il Simonetta predisse, — Voi ne perderete lo Stato, io la testa». Di fatto Lodovico, ottenendo il perdono ai rivoltosi, si circondò d’amici, coi quali maneggiò di maniera che Bona fece arrestare quel fedelissimo e decapitare (1480 30 8bre]), annunziando alle corti d’Italia come da questo autore di tutti i mali si fosse liberata mercè de’ cognati, sostegni dello Stato e riconduttori d’un secol d’oro[34]. Guaj al regnante costretto ad immorali condiscendenze! Gli Sforza imbaldanziti tolsero alla duchessa le persone care, i tesori, le gioje, e a fatica le permisero di passare in Francia, del cui re era cognata.
Lodovico il Moro, fattosi reggente a nome del debole e infermiccio nipote, avea avuto appoggio dai Ghibellini, capitanati da Roberto Sanseverino: ma venuto in potere, li prese in uggia e sospetto, e preferì i Pallavicini e i Guelfi, tanto che il Sanseverino rivoltossi contro il Milanese. Respinto, sollecitò la Repubblica veneta, e nominatone capitan generale, continuò guerra contro la Lombardia.
L’insigne generale Pier Maria Rossi di Parma avea contribuito potentemente a recuperare questa città, le ville e i castelli toltile negl’infelici tempi di Ottobon Terzo; onde avea avuto il titolo di padre della patria. Bona lo avea scelto tra’ suoi consiglieri, e con questi cadde in disgrazia; onde non volendo rassegnarsi alla trapotenza del Moro, si legò con Sanseverino, e preparossi di armi nel Cremonese e nel Parmigiano, di cui i suoi una volta erano stati principi, e dove ancora possedeva amplissimi tenimenti, e i castelli di Berceto, Roccabruna, Roccalenzone, Carena, Basilicanova, San Secondo ed altri. Il Parmigiano, sotto la supremazia dei duchi milanesi, era diviso tra molti signori, quali i Sanseverino di Colorno, i Pallavicini di Cortemaggiore, i Sanvitali di Noceto e d’Oriano, fra’ quali si perpetuavano risse e baruffe. Le tre squadre, in cui divideasi la città, formavano altrettanti partiti: bande di malfattori eransi giurate a sostenersi e vendicarsi a vicenda, e mascherati scorrevano la campagna e la città con quotidiani misfatti[35]. Si valse di costoro il Rossi, ed appoggiato dai Veneziani, sollevò bandiera contro gli Sforza: ma essi, mercè il valore di Gian Giacomo Trivulzio, presero l’un dopo l’altro i castelli del nemico, il quale a gara con loro sperperava il paese; e Pier Maria si difese in San Secondo finchè morì di settant’anni[36].
Suo figlio Guido continuò a difendersi finchè ottenne pace; ma vedendosi violate le condizioni del perdono, si riscosse col fratello Jacopo, e ripigliò guerra sia di fuori cogli Sforza, sia dentro coi Torelli, coi Sanseverino, coi Pallavicini; ricevette nelle sue giurisdizioni un provveditore veneto: ma il Trivulzio e il Moro lo strinsero ne’ suoi dominj, talchè dovette cercar ricovero da Venezia, da cui ottenne la condotta di quattrocento cavalli, collo stipendio di trentaduemila scudi d’oro. E lo splendore della casa Rossi restò per sempre eclissato.
A vantaggio della Lombardia combatteva Alfonso duca di Calabria, valoroso sì, ma poco risoluto a vincere dacchè s’accorse che il vantaggio toccherebbe non al duca suo genero, ma allo scaltro Lodovico. Il quale in fatto (1484 7 agosto) nella pace di Bagnolo (t. VIII, p. 289) stipulò che i Veneziani non contrarierebbero i suoi divisamenti; per compiere i quali adoprava arti codarde, cospirare, mentire, disunire[37]. Chiese imprestiti ai cittadini per far guerra a Venezia, poi fallì il pagamento; il conte Pietro del Verme avvelenò per occuparne i possessi; i Borromei pose in rissa tra loro per deprimerli. Risoluti disfarsene col mezzo allora troppo consueto, alcuni congiurati lo attesero alla porta di Sant’Ambrogio nel giorno di questo santo: ma un Vimercato lasciossi scoprire, e al tormento rivelò i compagni, donde supplizj e fughe e, solito corredo delle trame fallite, il rinvalidarsi della potenza minacciata. Quando poi Genova si sottopose volontaria al ducato, Lodovico divenne più ardito, s’impadronì del castello di Pavia e del tesoro, «ch’era il più grande della cristianità», e chiusovi il nipote Gian Galeazzo colla sposa, prese gli altri forti di Lombardia, tirò in sè ogni autorità, e meditava toglier di mezzo il nipote, e regnare a suo luogo. Ma come gliel’avrebbero comportato i vicini? come il duca di Calabria, suocero di quello? Bisognava dunque turbare lo stagno per pescarvi.
Le antiche pretensioni della casa d’Angiò sul regno di Napoli eran venute per eredità al re di Francia; onde, temendo ne togliesse pretesto a qualche tentativo, i potentati italiani aveano sentito la necessità di confederarsi. Lodovico, che, sprovvisto di valore, credeva primeggiare ne’ maneggi diplomatici, suggerì di far manifesta quest’alleanza all’Europa con un pubblico atto, e perciò gli ambasciadori di ciascuno convenissero a Roma (1492) col titolo di riverire il nuovo pontefice Alessandro VI, e quello del re di Napoli portasse la parola a nome degli altri. Pietro de’ Medici, ambasciadore pei Fiorentini, non pago di spiegare agli occhi di tutti i tesori di gemme radunati dalla sua famiglia, che seminò fin sugli abiti de’ paggi, tanto che il collare d’uno di questi fu valutato ducentomila zecchini, voleva anche sfoggiare dell’eloquenza, dono così speciale dei Fiorentini; e dell’avergliene tolta l’occasione volle male a Lodovico. Il quale non tardò ad avvedersi come colui dall’antica alleanza cogli Sforza fosse passato al re Ferdinando; e sapendo che questo l’odiava per gli indegni trattamenti usati al nipote, pensò munirsi di confederati.
Alessandro VI aveva accarezzato l’Aragonese, sperando mariterebbe a suo figlio Sancia, figliuola naturale del duca di Calabria; ma vistosene deluso, e che quegli fomentava l’insubordinazione di Virginio Orsini, il quale, piantato fra Viterbo e Civitavecchia, poteva aprir Roma ai Napoletani, strinse con Lodovico alleanza offensiva e difensiva. Nella quale Lodovico seppe trarre anche Venezia; e sposando sua nipote Bianca, figlia di Galeazzo Maria, a Massimiliano imperatore con quattrocentomila ducati di dote in contanti e quarantamila in gioje, gli chiese segreta investitura del ducato di Milano, e l’ebbe, eccettuandone i dominj del marchese di Monferrato, il contado d’Asti, la marca Trevisana, il dominio degli Scaligeri; allegando l’imperatore che Gian Galeazzo se n’era reso indegno col riconoscere il ducato dal popolo, a grave pregiudizio dell’impero[38]. Così quella signoria che Francesco Sforza non avea voluto riconoscere che dalla propria spada, Lodovico la rendea vassalla dell’imperatore.
Avvezzo a contare sulle promesse dei grandi solo in quanto abbiano interesse di mantenerle, Lodovico sentiva che il diploma imperiale poco peso gli aggiungeva, e gli alleati lo abbandonerebbero appena vi trovassero il conto; sicchè giocando a due mani, cercò altro appoggio ne’ reali di Francia. Questi, col trarre a sè i varj feudi o per confisca o man mano che vacassero, erano prevalsi ai signorotti, che fin là poteano tenersi come altrettanti re. L’opera fu compita da Luigi XI, il quale, studiando Francesco Sforza, avea compreso che la politica è una scienza; che l’amministrazione dello Stato dev’essere sottoposta a calcolo, non abbandonata al capriccio e all’eventualità; che per deprimere la nobiltà, la quale può opporre privilegi, bisogna favorire il popolo: in fatti egli operò sempre con intenti prestabiliti, che introducevano l’ingegno nel governo e l’interesse al posto della morale; e re popolare per interesse della corona non per simpatie, ebbe con arti buone e con pessime umiliato i nobili, e consolidata l’autorità regia ben più colla sua grettezza, che non l’avessero ottenuto i re coperti d’arme. Ormai ridotto in unità politica tutto il territorio che è fra le Alpi, i Pirenei, l’Oceano e il Reno, un solo gran signore rimaneva ancora, il duca di Borgogna, che possedeva per cenventi leghe di superficie, cioè presso alla nona parte della Francia odierna: ma quando Carlo il Temerario fu ucciso a Nancy nel combattere gli Svizzeri, Luigi XI unì alla Francia gran parte del costui dominio. Dappoi Carlo VIII vi aggregò la Bretagna come dote di sua moglie; sicchè arrotondando il regno e unificate le sei nazioni che il componevano, la pubblica cura potea volgersi a migliorarle, e ad assodare la regia autorità eguagliando i sudditi sotto la legge. Sciaguratamente l’alito di conquista, ormai spento nei popoli d’Europa, risvegliossi allora ne’ principi, e le potenze ingelosirono l’una dell’altra.