Luigi XI morendo trasmetteva l’assodata autorità a Carlo VIII (1483) suo figlio di appena tredici anni. Ignaro degli uomini che mai non avea praticati, degli affari da cui era stato rimosso, vergognando di non sapere tampoco l’alfabeto, Carlo si getta a studj disordinati; imparato a leggere, s’infervora delle imprese di Cesare e di Carlo Magno, e vuol divenire un eroe. Se a divenir tale bastasse la prodezza, e’ n’abbondava; ma nè ingegno bastavagli per combinare vaste imprese, nè costanza per seguirle traverso alle contrarietà.
Come discendente da Carlo d’Angiò, egli vantava pretensioni alla corona d’Oriente e a quella di Napoli[39]; e Lodovico il Moro ne palpeggiò l’ambizione, confortandolo a conquistare il Reame, per farsene scala a Costantinopoli; smorbare l’Europa dai Turchi; ristabilire l’impero Orientale: quanto gloriosa, tanto facile essere l’impresa; per Genova, posta sotto l’alto dominio della Francia, e l’immediato degli Sforza, e per la Lombardia egli stesso gli darebbe sicuro varco, egli uomini, egli denaro, egli credito; il papa lo favorirebbe per vendicarsi degli Aragonesi; i negozianti fiorentini si terrebbero colla Francia, loro banco principale; Venezia sarebbe propizia, e nol foss’anche, dalla Turchia trovavasi abbastanza occupata. I Sanseverino ed altri baroni di Napoli, ricoverati in Francia, spendevano la solita moneta de’ fuorusciti, promesse e incitamenti: qual più bello esordio alla crociata contro i Turchi, che il conquistare un regno che la casa di Francia aveva anticamente strappato ai Saracini, e di cui era stata investita ventiquattro volte da dodici papi e due da concilj generali?[40] La nobiltà francese fu sempre avida d’imprese e speranzosa d’acquisti: Anna di Beaujeu, sorella di Carlo, desiderava ch’e’ partisse onde rimanere reggente dispotica; spargevansi profezie, che Carlo conquisterebbe non solo l’impero di Costantino, ma il regno di Davide. Eco estremo del medioevo, risonante in un secolo che il dimenticava, nol rinnegava.
Carlo dunque fece armi, mandò tentare i popoli e speculare i luoghi, e, — Andiamo dove ci invitano la gloria della guerra, la disunione dei popoli e gli ajuti degli amici». Ma il denaro egli avea logoro prima in comprare pace dall’Austria e dall’Inghilterra, poi in giostre e feste di cui era appassionato; tanto che esitò se tirar avanti. Spinto però da ambiziosi o corrotti confidenti, altro ne procacciò a ingenti usure, cinquantamila ducati da Milano, centomila dai Sauli di Genova.
Gl’Italiani, da lunga mano abituati a considerare i Francesi come liberatori, non v’era male da cui non si sperassero guariti per questo re cavalleresco, che giovane e nuovo, abbandonava trono, agi, delizie per amor nostro: Gian Galeazzo s’imprometteva d’essere sottratto all’oppressione dello zio; i Fiorentini di riscuotersi dalla dominazione de’ Medici; Alessandro VI di dare stato alla sua casa; i Veneziani di umiliare gli Aragonesi; i Napoletani di sbrattarsi dai forestieri. Ma i savj, che non isperano beni eventuali da mali certi, pigliavano sgomento, anche senza le profezie del Savonarola, e i portenti e le congiunzioni d’astri che atterrivano il vulgo non meno che gli scienziati.
All’avvicinare del pericolo non s’addormentò re Ferdinando, quantunque tenuto a bada dall’ambidestro Lodovico, e trasse dalla sua papa Alessandro col concedere al figlio di lui le ambite nozze colla Sancia figlia d’Alfonso di Calabria; e col braccio di questo prode intendeva assalire la Lombardia per impedirle d’unirsi ai Francesi; ma fra i preparativi morì (1494 25 gen.), e gli succedeva Alfonso II, con pingue erario, esercito e flotta fiorenti, reputazione di valore e della perfidia e crudeltà necessarie a prosperare. Sulle prime la sostenne eccitando i principi a difendere l’indipendenza italiana, e munito il paese per terra e per mare, potè disperdere i primi tentativi di Francia verso il Genovesato; e spediva un esercito verso Lombardia, capitanato da due delle migliori spade, l’Orsini conte di Pitigliano e Gian Giacomo Trivulzio.
La discordia di questi due capi impedì quella celerità, che nelle guerre è tutto; e intanto re Carlo, meglio preparatosi, passava le Alpi (agosto) con tremila seicento uomini d’armi, seicento arcieri bretoni, altrettanti balestrieri francesi, ottomila fanti leggieri guasconi coll’archibugio, altrettanti alabardieri svizzeri, in grossi battaglioni quadrati da mille ciascuno. I baroni e i feudatarj non erano obbligati a servire il re fuori paese; onde non seguivano quasi che capitani venturieri, con una schiuma di tutte le provincie dal mar Picardo al Guascone, scampaforche e per infamia bollati le spalle e mozzi le orecchie, che coprivano con cappelli e barba lunghissima[41]: nuovo genere di guerra, d’armi, di fierezza; nuova irruzione barbarica sopra l’Italia, già tanto civile; ove diventarono la prima fanteria d’Europa, ed ove ammirando le splendide città e le arti e le lettere de’ popoli che trucidavano, insiem col bottino dovevano asportarne l’amor del bello.
Era la prima volta che un grande esercito civile tentasse una grande impresa, con artiglieria mobile, con corpi speciali, alla personale prodezza del cavaliere surrogando l’eroismo della disciplina e la fedeltà alla bandiera. E subito apparve l’inferiorità delle ordinanze militari italiane, sì per essere le armi mestiere di privati anzichè pubblico provvedimento, sì per consistere in cavalleria pesante e macchine incomodissime, invece di buona fanteria e di maneggevole artiglieria; tanto che difficilmente si prendeano le fortezze, e in lunghissimo trascinavansi le guerre. Finchè combatterono Italiani con Italiani, tutti pativano degli eguali difetti; ma ora, invece delle bombarde trascinate da bovi, che a lunghi intervalli lanciavano pietre contro le mura, si trovavano a fronte un furore di cenquaranta cannoni grossi e mille ducento da montagna, portati a spalla o tratti da cavalli, e che, uno senza aspettar l’altro, avventavano globi di ferro, irreparabili dalle fortezze antiche. Nè più si manovrava di squadroni succedentisi un all’altro come in torneo; ma le truppe, con meraviglia e scandalo de’ nostri, pensavano ad ammazzare davvero, e non solo gli uomini, ma fin anco i cavalli; e un macello fu reputata la battaglia di Rapallo, ove perirono cento combattenti.
Con tante bocche da fuoco ben si saprebbe trovare da vivere in paese pingue: del resto Commines, che con un misto di malizia e di buon senso raccontò l’impresa di cui fa parte, dice che «l’esercito difettava di ogni cosa; il re, ancora col guscio in testa, debole di corpo e testardo, non aveva allato nè savie persone, nè buoni capi, nè denaro; non tende o padiglioni, e cominciavasi la marcia d’inverno; ond’è a confessare che questo viaggio fu condotto da Dio andata e ritorno; chè del resto il senso de’ condottieri non vi servì».
Sarebbe bastata la più piccola difesa alle Alpi per impedirlo: ma il Piemonte stava sotto un fanciullo in una tutela disputata; e Bianca di Monferrato, tutrice di Carlo II di Savoja, e Maria Paleologo figlia di Stefano despoto di Servia, tutrice di Guglielmo di Monferrato, fecero aprir le fortezze. Così Carlo giunse ad Asti, città francese perchè soggetta al duca d’Orléans. A Torino la duchessa gli venne incontro a capo delle sue damigelle «ornate sì bene che non v’era che dire», e gli prestò le proprie gioje, ch’e’ mise in pegno per dodicimila ducati: la città, oltre spettacoli nei quali sui crocevia rappresentavansi le imprese di Carlo Magno, gli offerse un cavallo, cui per cortesia egli pose nome Savoja e sempre il montò in quella spedizione, e sull’esempio d’Alessandro volle che il suo giornalista ne facesse ripetuta menzione.
A Pavia giaceva infermo e prigioniero Gian Galeazzo; e sua moglie Isabella d’Aragona, sdegnata di quella schiavitù ove sin del cibo pativa difetto, e del vedersi soperchiata da Beatrice d’Este moglie del Moro (1494), avea fatto ogni possibile per rincorare il pusillanime marito: ma questi non sapea tacere le pratiche ch’essa ordiva per liberarlo. Non rimanea dunque che gettarsi alla pietà di Carlo, suo cugino[42]; ma questo era stato prevenuto dal Moro, e «presentato di molte formosissime matrone milanesi, con alcune delle quali pigliò amoroso piacere» (Corio); e forse di conseguenza ammalò di vajuolo: poi esso Moro l’accompagnò dall’un all’altro de’ palazzi che i ricchi milanesi teneano su tutta la via, «e in su la campagna gli fece vedere ammazzare alcuni porci cignali, di che molto abbonda il paese, sì che il re ne prese gran diletto» (Cagnola.). Giunto a Pavia, Carlo visitò il duca, il quale, esinanito di corpo e di spirito, si contentò di raccomandargli la moglie e il figliuolo: ma Isabella gettossegli ai piedi, rivelando le oppressioni sofferte, e supplicandolo a non assalire suo padre, che in nulla avealo offeso. Carlo ne fu tocco un istante perchè era bella; ma rispose: — L’impresa è già a tal punto che la mia gloria non mi permette di dare indietro».