Pochi giorni appresso Gian Galeazzo moriva di febbre attossicata, come dice un cronista ripetendo le dicerie del popolo, che vuol vedere il delitto ove vede cagione di commetterlo; e Lodovico, a preghiera universale, preso lo Stato, cavalcò per Milano acclamato duca, e Isabella e i figliuoli tenne chiusi nel castello di Pavia. Indignati di tale perfidia, e sgomenti di questi principi italiani, destri a’ veleni non men che alle spade, i signori francesi esortavano Carlo a volgersi contro il Moro; ma egli preferì assalire gl’incolpevoli Aragonesi, e scese lungo l’Italia.

De’ Fiorentini i fuorusciti s’unirono al liberatore; altri, guardando ab antico la Francia come antemurale della parte guelfa, si lagnavano che Pietro Medici li trascinasse in una guerra repugnante ai sentimenti e agli interessi loro. Ma quando si cominciò a vedere le uccisioni e gl’incendj che coloro menavano, Pietro non osò resistere; e venuto a Carlo con imitazione affatto disopportuna di quanto avea fatto Lorenzo suo padre, ne impetrò pace, rassegnandogli Pisa, Livorno, Pietrasanta, Sarzana, altre piazze importanti, oltre ducentomila ducati (1494); contento di sbranare il dominio purchè sulla metà rimastagli potesse assidersi quieto. Traboccò lo sdegno de’ Fiorentini per queste arbitrarie codardie che rendevano inutile anche l’opposizione de’ Napoletani, e cacciarono a sassate quel vile mercadante (9 9bre) del proprio paese; e Pier Capponi, Francesco Valori, frà Savonarola, resuscitando l’entusiasmo patrio, fecero per la seconda volta dichiarare scaduti i Medici, e rinnovarono gli ordini repubblicani.

Della rivoluzione approfittarono (come troppo spesso avviene) i nemici di Firenze, e Pisa principalmente, che in ottantasette anni di tirannico dominio non avea deposte le ire e le speranze de’ vinti. Esultante di vedersi inondata di combattenti avversi a Firenze, nè riflettendo quant’è pericoloso fondare la propria libertà sovra stranieri che poi se ne vanno, diè di piglio alle armi, ruppe le insegne fiorentine, e al marzocco sostituì la statua del re liberatore[43]. Il re, onorato di splendidissime feste, a un ballo sedette fra le due più belle; le altre donne e fanciulle di concerto se gli gittarono alle ginocchia domandando che Pisa non ritornasse più sotto i Fiorentini, volendo esse piuttosto andare attorno a far guadagno del proprio corpo[44].

Entrato in Firenze (17 9bre) «in segno di vittoria armato egli e il suo cavallo, colla lancia sulla coscia» (Guicciardini), Carlo pretese trattarla come conquista; i suoi non sapeano dissimulare la cupidigia di saccheggiare la più ricca città d’Italia, e alloggiatisi ne’ palazzi medicei, presero quanto di bello v’aveano radunato i padroni in quadri, gemme, libri.

Al cadere di Pietro, il Savonarola vi era rimasto la persona più notevole, e co’ suoi perseverava in orazioni e digiuni per placar Dio; poi come udì che Carlo tentava sovvertire il governo, andò al palazzo, ed essendosi quello alzato di sedere per fargli riverenza, secondo il costume dei re di Francia, egli trasse fuori il crocifisso, e presentatoglielo alla faccia, — Questo (disse) ha fatto il cielo e la terra; non onorar me, ma questo ch’è re dei re, e punisce gli empj, e farà rovinar te con tutto il tuo esercito se non desisti da tanta crudeltà. È volontà di Dio che tu parta da questa città senza farvi mutazione» (Burlamacchi).

Con più positivo accorgimento la Signoria erasi circondata di condottieri; ogni signore avea dalla campagna chiamato i suoi villani; e Pier Capponi, al quale Carlo esibì una capitolazione ove intendeva tener Firenze come conquista, e ritrarne ingente somma, buttò via quel foglio; e Carlo avendogli detto — Faremo dar fiato alle nostre trombe», e’ gli rispose quel famoso motto: — E noi toccheremo le nostre campane». Il re voltò la cosa in celia, dicendo: — Ah Capponi, Capponi, voi siete un tristo cappone». I Francesi, che cogli arditi si placano, vollero persuadersi che tal sicurezza derivasse da grandi forze, e d’altra parte comprendevano che in città popolatissima e fra palazzi così massicci era follìa volere tener testa a un popolo sollevato; onde scesero a patti ragionevoli, lasciando a Firenze la libertà e i privilegi che godeva in Francia, le fortezze occupate, il dominio su Pisa, e ricevendo un sussidio per la guerra di Napoli. Senza dunque la rinvoluta politica de’ Medici si potè ottenere un accordo assai franco, come che velato da umili parole.

Carlo proseguì verso Romagna. Alessandro VI avea mosso ogni pietra per impedirlo, fin minacciando scomuniche, alle quali Carlo rispose avere fatto voto a san Pietro, e doverlo compire anche a costo della vita. Il papa, rivoltosi a mezzi migliori, tornò in buona coi Napoletani, ricevendone presidio; autorizzò Ferdinando di Spagna a valersi contro Francia delle decime ecclesiastiche accordate a danno de’ Musulmani; a Bajazet II granturco annunziò i disegni di Carlo contro la Turchia, invocandone la buona amicizia, e che gli mandasse subito quarantamila zecchini, e tenesse in soggezione i Veneziani perchè non aiutassero Francia.

Ma i signori battaglieri di Romagna, dopo avere corrotta l’Italia colle ambizioni proprie, la rovinavano vendendosi alle altrui; e sempre in armi e in fazioni, occupavano piazze forti fin in vista di Roma. Or dunque i Malatesta, i Riario, i Manfredi, i Bentivoglio, i Baglioni, gli Sforza trattarono ciascuno di per sè; Colonna e Orsini si chiarirono per Francia, dandole tutto il patrimonio di San Pietro; i Napoletani fuggirono; a Roma il popolaccio gridava — Pace, pace»; e gli avversarj di papa Alessandro, principalmente il cardinale Giuliano della Rovere, che non gli perdonò mai d’essergli prevalso nel comperare la tiara, fortificatosi in Ostia, esercitava nimicizia, ed esortava Carlo a convocare un concilio e deporre l’indegno pontefice. Ma questo giunse a propiziarselo, promettendo separare la propria dalla causa del Napoletano, dando cappelli rossi ai favoriti di esso, aprendogli castel Sant’Angelo, lasciandogli ostaggio suo figlio Cesare, proclamando indulgenza plenaria all’esercito invasore.

Dei due figli lasciati da Maometto II granturco (Cap. CXVIII, in fine), Bajazet riuscì a cingersi la bifida spada del Profeta, vincendo il fratello Zizim o Gem, che fuggì di terra in terra e da ultimo al granmaestro di Rodi. Molti potentati il chiesero, come opportuno ad una guerra contro il Turco; alfine l’ebbe il papa, cui Bajazet mandò magnifici regali, tra’ quali la lancia di Longino[45], e preghiera di ben conservare suo fratello, assegnandogli perciò quarantamila ducati annui. A Carlo importava d’avere quest’altro pretesto di guerra contro il granturco; e Alessandro non potendo ricusare, gliel consegnava, ma vollero dire l’avesse in prevenzione avvelenato, giacchè pochi giorni dopo morì.

Roma restò salva dal saccheggio (31 xbre): e con una curiosità sbigottita vide entrare quell’esercito, così diverso dai consueti[46]. Carlo, indugiatovisi un mese, fortificato con tutta l’artiglieria nel palazzo di Venezia, dove battè moneta col titolo d’imperatore, fondò la chiesa della Trinità dei Monti, fece fustigare, affogare, mozzare orecchi, impiccare «per attestato che aveva alta, media e bassa giustizia a Roma non altrimenti che a Parigi», e lasciò che i suoi rubacchiassero e lascivissero; poi sollecitato dai baroni, sfilò in due corpi verso Napoli, passando per Siena, «dove fecero cose disoneste e brutte; e bisognava che avessero quel che desideravano, giusto o ingiusto»[47].