È consueto tacciare di codardi i Napoletani nel difendere la casa propria: ma vaglia il vero, qual ragione aveano di esporsi onde sostenere un dominio che disamavano, e tanto più dopo le esazioni necessarie in que’ frangenti? Se non bastava il perfido trucidamento dei baroni, Ferdinando avea preso ombra fin d’un pio romito, san Francesco di Paola, e gli diè colpa di fondar conventi senza il regio assenso, e d’altre siffatte importanze de’ tiranni fiacchi; forse indignato perchè il santo, già in voce di profeta per avere indovinato la presa di Costantinopoli e l’assalto di Otranto, ripeteva grandissime sciagure sovrastare al regno. In tali conflitti, il popolo suol mettersi coll’inerme, anche quando avvocati e giornalisti parteggiano pel più forte. «E perchè si diceva Carlo esser santo uomo e di bonissima coscienza e giusto, e ancora perchè il re napoletano si portava male co’ suoi popoli, tutte le terre, città e castella correvano alla ubbidienza del re di Francia, e portavano le chiavi... e non aspettavano che sua maestà fosse presso a quelle da venticinque o trenta miglia; e il giorno non poteva resistere di dare udienza agli ambasciadori e mandati dalle comunità; e non bisognava combattere città e castella con spada e lancia, chè le genti ne cacciavano fuori la gente del re napoletano... e a quei passi dove si stimava che badassero più mesi per voler passare, non ristettero niente; anzi, quanto potevano camminare, tanto acquistavano al giorno; se mille miglia avessero camminato, tanto acquistavano di paese».
Tanta fiacchezza nel cedere non campava dai disastri del resistere; poichè i Francesi nelle piazze di frontiera sterminavano intere popolazioni, e sfogavano i brutali istinti fin negli spedali. Ne restava sbattuto il coraggio de’ nostri, come se un assassino entri col pugnale in mezzo ad un diverbio di famiglia; onde «nè virtù, nè animo, nè consiglio, non cupidità di onore, non potenza, non fede mostrando» (Guicciardini), fuggivano. Alfonso II, che pure aveva acquistato nome di prode nel ricuperare Otranto e nella guerra di Lombardia, e che il tesoro raccolto da suo padre aveva impinguato con una tassa straordinaria, in quel precipizio delle cose sue, straziato dai rimorsi, e parendogli che ogni cosa gli gridasse Francia, Francia, e che l’ombra paterna gl’intronasse dovere le commesse crudeltà aver castigo irreparabile, abdicò, e portando seco trecentomila ducati, rifuggì fra i monaci di Màzara in Sicilia (1495), e presto morì. Suo figlio Ferdinando, che s’era opposto al primo calar de’ Francesi, fu allora salutato re; e immune dell’esecrazione popolare, anzi lodato per umanità e coraggio, sperava far fronte alla tempesta. Si attestò alle gole di San Germano: ma vedendosi circuito da tradimenti, le truppe sfiduciate, popolo e nobiltà insorgere a favor di Francia, e a questa disertare il capitano Trivulzio, e gli Orsini fuggire o capitolare, e la plebe di Napoli buttarsi al saccheggiar le stalle e il palazzo regio, sciolse i suoi dal giuramento, e riparò ad Ischia (21 febb.), esclamando col Salmista: — Se il Signore non custodisce la città, invano faticano quei che la guardano».
Carlo, più fortunato di Cesare, venne e vinse prima di vedere i nemici; e, come diceva Alessandro VI, cogli sproni di legno, e col gesso per segnare gli alloggi, cinque mesi dopo mosso di Francia, entrò in Napoli. «Vi fu ricevuto con festeggiamento incredibile, concorrendo ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni qualità, ogni fazione d’uomini, come se fosse stato padre e fondatore di quella città» (Giannone); i meglio beneficati dalla casa d’Aragona più abbondarono in applausi; e il letterato Giovian Pontano nel coronamento recitò un’arringa, non solo adulatrice di Carlo, ma codardamente ingiuriosa agli Aragonesi di cui era creatura.
Il paludamento imperiale e il pomo d’oro che portava nell’entrata, attestavano che Costantinopoli era sul disegno di Carlo. Da Otranto sbarcherebbe nell’alta Albania; Schiavoni, Albanesi, Greci gli tenderebbero la mano; l’arcivescovo di Durazzo avea già fatto côlta d’armi e di gente; cinquemila in Tessaglia non aspettavano che il segnale. Ma i Veneziani tenevano il sultano informato e de’ preparativi del nemico e delle trame dei sudditi, che furono tuffate nel sangue. Di peggiori danni erano causa i comporti de’ Francesi. Fin allora le due nazioni non s’erano conosciute che dal lato peggiore; e i nostri consideravano i Francesi come una gente nordica, digiuna d’ogni civiltà, quale l’avevano veduta calarsi coi Normanni dapprima, poi con Carlo d’Angiò, e ultimamente cogli Armagnacci, baldanzosa nell’uso delle armi, stretta al sistema feudale, ligia ai rei, rapace, lasciva.
I Francesi in fatto non aveano più la rettitudine istintiva dell’infanzia e non ancora il senno dell’età matura, ma cieca avidità di piaceri e distruzione; riverivano negl’Italiani la precoce civiltà, la classica letteratura e il primato religioso, ma in tutto ritrovavano di che beffare o sprezzare; nell’urbanità vedeano raffinamento d’astuzia, duplicità, perfidia, corruttela; pedanteria nell’erudizione, avidità e intrigo nella curia di Roma: al vulgo eran parse magia le magnificenze che dalla corte di Gian Galeazzo avea portate in Francia Valentina Visconti; di qua vedea giungere gli astrologi, altra specie di stregoni; di qua gli usuraj e i finanzieri, la cui abilità faceali considerare come sanguisughe del popolo.
Ed ecco repente i Francesi si trovano a spadroneggiare in questo paese incantato, dove le case hanno i vestiboli popolati di statue, e dentro stoffe, cristalli, cantine e cucina lautamente provviste, tappeti di Fiandra, più sale che camere, più spazio che alloggi, e terrazze aeree, e al lusso unita l’economia campestre in quelle viti che s’attaccano ai colonnati, in quelle api che fanno il mele entro le volute joniche, in quelle pecore e vacche che passano sotto ai portici. Vogliosi d’esercitarvi la cupidità non solo, ma il dispetto che i forti covano contro gl’intelligenti, s’assisero brutalmente nelle città arricchite dal commercio e dalle arti, e tutto manomisero; per soldarli si dovettero sottrarre capitali alle fabbriche, all’insegnamento; le rendite del ginnasio romano furono confiscate a quest’uso; la scuola e la stamperia di Aldo Manuzio andò dispersa.
D’altra parte le delizie italiane inebbriavano, e da Napoli Carlo VIII scriveva a Pietro di Bourbon suo cognato: — Deh che bei giardini qui ho! affedidio non vi mancano che Adamo ed Eva per crederlo il paradiso terrestre, tanto son belli e ricolmi d’ogni buona e singolar cosa. Inoltre vi ho trovato i migliori pittori, e ad essi voi commetterete di fare le più belle soffitte che sia possibile, e non saranno soffitte di Baux, di Lyon e d’altri luoghi di Francia, che non s’accostano in nulla per beltà e ricchezza a questi di qua; ed io li menerò con me per farne ad Amboise». E il cardinale Briçonnet alla regina Anna di Bretagna: — Vorrei che vostra maestà avesse veduta questa città, e le belle cose che vi sono; un vero paradiso terrestre. Il re, per sua bontà, ha voluto mostrarmi tutto quando arrivai a Firenze, dentro e fuori, e vi assicuro ch’è incredibile la vaghezza di questi luoghi, appropriati ad ogni sorta di piaceri mondani... Il re ve ne conterà, e vi ecciterà desiderio di venir a vedere»[48].
Queste delizie erano stimolo a lascivia; la galanteria leggera e vivace dei Francesi solleticava la sensualità meridionale; e le poesie loro di quel tempo son piene d’allusioni alle buone venture di que’ soldati presso le donne lombarde e pugliesi, alla gelosia de’ mariti, al dispetto delle dame parigine[49].
L’esercito francese, che non avea trovato veruna opposizione in quei condottieri italiani così vantati per tattica e valore, nessuna nei popoli cui toglieva i proprj principi e l’indipendenza, concepì smisurata presunzione di sè e vilipendio de’ nostri, sicchè nè stima, nè riguardo mostrava a nemici od amici. Carlo, abbandonatosi a giostre ed amori, non approvvigionò le fortezze, non ammanì vittovaglie; intanto disgustava i nobili col mozzare le giurisdizioni feudali; e per contentare i suoi, che chiedeano tutte le cariche, tutti i titoli, i feudi, i governi, esso li toglieva ai legittimi possessori, di qualunque colore fossero. I fautori antichi degli Angioini aveano sperato premj della diuturna fedeltà; i fautori nuovi li speravano del pronto disertare dagli Aragonesi: ma gli uni e gli altri si trovavano sconosciuti dal re e da’ suoi, ignorati i loro meriti e le sofferte pene; e dopo stentato nelle anticamere, a gran fatica otteneano una parola dal frivolo ed inetto Carlo. Tutti dunque del pari soffrivano, spogli, vilipesi coll’insolenza dell’indisputata vittoria, mentre i conquistatori, snervati dalle lascivie e satolli d’oro, agognavano di restituirsi in patria a narrar le imprese; cosa che a quella nazione importa quanto il compirle.
Tornava dunque il pensiero a Ferdinando II, cui non si aveano delitti a rinfacciare; tutti lo rimpiangeano, molti insorsero a favor di lui, che s’arrischiò anche a qualche sbarco. D’ogni parte intanto giungeano male nuove al quartier generale, e Carlo potè chiarirsi che invasione non disputata non è conquista, e che la conquista non si assoda se non col possesso.