Ferdinando, ricoverato in Sicilia, mandò per soccorsi a Ferdinando il Cattolico, dimenticandosi delle costui pretensioni sul Regno; e quegli volentieri intrometteasi sperandone guadagno, e temendo le antiche ragioni degli Angioini sulla Sicilia. Massimiliano imperatore lagnavasi che Carlo avesse leso le ragioni imperiali col calarsi in Italia senza suo consenso. Toscana era tutta in subuglio contro Firenze, la quale però dal Savonarola era mantenuta in devozione di Carlo. Il resto d’Italia avversava i Francesi dacchè temette volessero qui piantarsi. Lodovico il Moro, soddisfatto della sua ambizione, non tardò adombrarsi e dei diritti che sopra il Milanese metteva in campo il duca d’Orléans qual discendente da Valentina Visconti, e sì dell’aura acquistata presso Carlo dal Trivulzio, condottiere milanese suo gran nemico, e da’ fuorusciti genovesi.

Venezia, che prima non avea voluto credere alla calata de’ Francesi[50], poi s’andava persuadendo che non persisterebbero, come li vide vincitori, si fe centro agli scontenti (1495), negoziò lega tra loro per la conservazione reciproca degli Stati e la difesa d’Italia, senza dimenticare il solito titolo della guerra coi Turchi: e stipendiò quanti erano condottieri in Italia. Lo storico Commines, il quale, erede della politica di Luigi XI, vegliava da Venezia sulle storditaggini del re di Francia, l’avvertì delle mene veneziane; ma a che buono, se colui era sbalordito dai proprj trionfi? Papa Alessandro non andò guari a pentirsi del favore usatogli, e gli dava parole invece della investitura del Reame, dove la bandiera aragonese si rialzava. Sin la Francia, per quanto allucinata dalla gloria che fu sempre il suo idolo e il suo malanno, sgradiva una spedizione che, per interessi privati, compromettea di fuori le forze, di dentro il riposo.

Carlo dunque pensò ritornarsene (20 maggio), lasciando vicerè Gilberto di Montpensier, e comandanti alle piazze; col che smembrato l’esercito, rendeva a questo impossibile la tutela del regno, a sè perigliosa la ritirata. Traversato Roma senza osar punire la perfidia d’Alessandro, nè impedire che i suoi soldati malmenassero il territorio, entrò sul Fiorentino, che trovò in armi, e frà Girolamo, che gliel avea conservato fedele, con franchezza gli rinfacciò la sua perfidia ai giuramenti prestati sugli altari, la negligenza nel riformar la Chiesa, gli eccessi del suo esercito; e poichè avea fallito alla missione datagli dall’alto, il minacciò del flagello celeste. La morte del Delfino, accaduta fra pochi giorni, crebbe al frate la reputazione di profeta.

Carlo sgomentato sviò da Firenze, volgendo sovra Pisa; e invece di accelerar la marcia prima che i suoi nemici si accozzassero, si badò nelle varie città per goder le feste e le dimostrazioni. L’interesse che vi presero i suoi gl’impedì di rivendere a Firenze la libertà di Pisa e Siena, che a queste avea già venduta; ma senza conciliare la franchezza delle une colle promesse fatte all’altra, uscì di Toscana. I contadini non mancavano di portare viveri, ma i Francesi tremavano non fossero attossicati; e qualche Svizzero che, bevi e ribevi, moriva d’intemperanza, diceasi vittima dei veleni italiani[51]. Faticosamente traversarono le montagne del Pontremoli colle artiglierie; ma quando speravano svallare da quelle angustie nell’ubertosa Lombardia, i confederati italiani numerosi intercisero la via a Fornovo, fra colline divise dal Taro, che dalle montagne del Genovesato piove nel Po.

Massimiliano imperatore avea promesso moltissime truppe, e non ne mandò che un pugno. Lodovico il Moro si era impegnato di soldare Austriaci e Svevi, poi all’uopo scarseggiò di denaro. Ma i Veneziani raccolsero grosso stuolo di cavalleria dalmata ed epirota; altri signori, e massime i Sanseverino, condussero corpi; onde, fra le contraddittorie relazioni, sembra che l’esercito sommasse a quarantamila uomini, comandato da Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Su costui s’allargano le cronache, descrivendone le abilità cavalleresche del correre, cavalcare, ferir giostre e torneamenti, cacciare il cinghiale; sommo dilettante di cani e di cavalli che a gran prezzo traeva da lontanissimo; benchè giovane allora di venticinque anni, era in fama d’uno dei migliori capitani. I Francesi, inferiori di numero e spossati dalla marcia, chiesero di poter passare pagando le vittovaglie; i nostri ricusarono, onde fu forza venire a giornata.

Parve sì stringente il pericolo, che nove guerrieri (6 luglio) si vestirono come il re, per eludere i colpi ad esso diretti; ed egli si votò a san Dionigi e a san Martino. Ingaggiata la battaglia con furore più che con arte, e presto rotte le lancie, si venne agli stocchi e alle mazze ferrate; i cavalli medesimi si combatteano con spintoni e morsi e calci: ma con cavalli più deboli e armi più pesanti de’ Francesi, i nostri colpiti cascavano a terra, e non potendo più rialzarsi, quivi dai valletti erano ammazzati; la fanteria nostrale non reggeva al peso degli Svizzeri e alla furia francese; quando poi il Trivulzio abbandonò le ricche salmerie all’ingordigia degli Stradioti, su quelle si gettarono, e dietro a loro i fanti, e tutto andò in iscompiglio, lasciando i Francesi prendere la rivincita. Un combattimento, che alcuno dice durato dalle quindici ore fin all’una di notte, e alcuno solo due ore, anzi meno[52], e di cui è incerta ogni particolarità, fin il numero de’ combattenti, riuscì sanguinosissimo, non dando i Francesi quartiere perchè non poteano menarsi dietro i prigioni, anzi affrettandosi a sventrarli nell’idea che avessero inghiottito l’oro per sottrarlo alla rapacità.

Carlo portava sempre indosso un prezioso reliquiario contenente particelle del legno della santa Croce, del velo della beata Vergine, della veste del Salvatore, della spugna, della lancia: per assicurarlo l’aveva affidato al suo cameriere; ma cadde in mano de’ Veneziani, come anche un libriccino devoto, su cui aveva manoscritta un’orazione. Il duca di Milano sul luogo del conflitto fece erigere una cappella: il marchese di Mantova nella sua città la chiesa di Santa Maria della Vittoria con un quadro del Mantegna. «A Bologna è sta fatto fuoghi, sonà campane, e fatto gran cridori a honor de San Marco per el successo del Taro. In Venezia è sta fatto procession, come anche a Milan e Fiorenza, per ringraziar Dio de tanto don... È sta trattà in consegio dei X di far un monastier de frati Osservanti a Fornovo, e de intitolar la giesa Santa Maria della Vittoria, con cinquecento ducati de intrada... I Francesi che xè morti è quattromila. È sta dà tagia a la persona del re trentamila ducati morto, e a chi ’l dà vivo in man dei Provedidori e del duca de Milan, trentamila ducati e do castelli»[53].

Gl’Italiani cantavano dunque vittoria, ma la cantarono anche i Francesi: e certo i nostri non conseguirono quel che voleano, cioè d’impedire la ritirata, benchè doppj di numero degli avversarj; non mostrarono nè quella tattica per cui erano rinomati, nè quell’accordo che solo può accertar la vittoria; non seppero attaccare quando l’avanguardia era ancora isolata, nè inseguire quando il disordine era compito. L’Italia non avea mai fatto sforzo più potente a sua tutela; e fu l’ultima volta che le armi sue confederate si trovassero a respingere gli stranieri: ma se a Legnano dalla vittoria era saldata l’indipendenza, a Fornovo fu perduta.

A Carlo parve avere buon patto del potere più che di passo e senza suon di trombe seguitare la marcia traverso a paese nemico, e nel bollore dell’estate, dove i Francesi soffersero ogni sorta privazioni, pur ridendo e spassandosi. Altra porzione dell’esercito, che condotta da Luigi d’Orléans era discesa sulla Lombardia per rinfrancare il re, si trovò assediata alla gagliarda in Novara[54] dai Milanesi, e avendo sperperato i viveri colla solita spensieratezza, pativa gli estremi della fame, sinchè Carlo, non potendo allargarla coll’armi, il fece per patti, cedendo quella città allo Sforza. Sopraggiunsero fra ciò gli Svizzeri, e non soli cinquemila quanti Carlo n’avea chiesti, ma ventimila, e fanciulli e donne del pari sarebbero venuti, se non si fossero poste guardie a frenarli; tanto gli inuzzoliva la pinguedine lombarda.

Intanto si moltiplicavano e incrociavano le trattative: ma il re godeva in Chieri l’amore di Anna Solera; la nobiltà francese, trascendente nelle vittorie e insofferente delle traversìe, ripeteva esser imprudenza l’esporre il re a nuovo pericolo; e invece di rinnovare con quel poderosissimo rinforzo le ostilità, vollero fosser rimandati gli Svizzeri, che delusi della speranza di bottinare, si gettarono sul campo francese. Carlo, ch’e’ voleano arrestare come sicurtà delle paghe, a fatica si salvò fuggendo, e promettendo mezzo milione di franchi a questi amici, più molesti dei nemici. Un corpo di Francesi ch’egli avea lasciato in Asti sotto il Trivulzio per tenere aperto quel varco, ben presto disertò.