Restava la guarnigione a Napoli: levandola avrebbe abbandonato alle vendette quei che l’aveano favorito; lasciandola, la sacrificava irreparabilmente. Di fatto Ferdinando II ricomparve, con nuovi eccidj ricuperando le varie città; e Mori e Greci a gara coi Francesi uccideano e saccomannavano; il popolo trucidava a furore e sventrava i Francesi; le masnade di assassini che il Governo tollerava sperando se ne formassero buoni soldati, davano fieramente addosso a chiunque si sbandasse. Fabrizio e Prospero Colonna, con larghissimi doni guadagnati da Carlo VIII, lo abbandonarono dacchè più nulla ebbero a sperarne; Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara, allora appunto ucciso a tradimento, Gonsalvo di Cordova il gran capitano di Spagna, e principalmente la peste, difficoltavano ogni di più la situazione de’ Francesi, sol dagli Orsini sostenuti. I due eserciti, in estrema penuria di denaro ed esauste le fonti ordinarie, si presentano nei piani di Puglia per riscuotere ciascuno la gabella che le greggie pagavano per pascolare, e in poche ore trucidano seicentomila capi di bestiame minuto, ducentomila di grosso. Non minore carnificina faceasi d’uomini. I migrati insistevano perchè Carlo mandasse ajuti a quel pugno di prodi che sosteneva l’onor di Francia; ed egli in fatti ordinò un robustissimo armamento, e parea sulle mosse, quando disse voler prima andare a raccomandarsi a san Dionigi in Parigi e a san Martino in Tours; e rivalicò le Alpi (22 8bre).
I Francesi non soccorsi dovettero capitolare, e si ridussero a Baja aspettando l’imbarco: ma prima che questo arrivasse, i morbi li sterminarono. Il Trivulzio da Asti minacciava Genova, poi desistette, dissero guadagnato dai denari del Moro, ma piuttosto trattovi dalla propria instabilità, sagrificando i suoi partigiani. Infine Carlo conchiuse col re di Spagna una tregua (1496 13 luglio), nella quale furono comprese le potenze italiane.
CAPITOLO CXXIX. Conseguenze della spedizione di Carlo VIII. Fine del Savonarola e di Lodovico il Moro.
Un re che capitana il proprio esercito, alletta i popoli e la storia, anche quando sfortunato; e fra i conquistatori vien noverato Carlo VIII per un’impresa assunta con puerile vanità, inescusabile nello scopo, menata alla pazzesca, detestando nelle guise, riuscita per accidente, impossibile a conservarsi. Non portò altro frutto che di logorare uomini e ricchezze; nè per l’Italia fu una sventura di quelle che istruiscono e ritemprano un popolo, come quelle del Barbarossa e del 1848; pose in mostra soltanto inabilità contro inabilità, piccoli spedienti, partiti irragionevoli spesso, ingenerosi sempre, intrighi di diplomazia, complicazione d’alleanze tutte doppie e perfide; ogni potentato invocò il Turco, perfino il papa; le discordie giunsero all’estrema esacerbazione, e per isfogarle si ricorse ai forestieri, i quali più avidi tesero lo sguardo su noi, perchè sicuri di appoggio, onde furano inoculati all’Italia germi di guerre, non meno funesti che il morbo diffuso dall’esercito del piccolo re.
Sbrattatolo da’ Francesi, Ferdinando rassettava il regno (1496), quando morì di ventinove anni, prima di perdere l’amore dei sudditi; eppure avanti morire ordinò fosse decollato il vescovo di Teano, e per tema che il comando restasse ineseguito, volle vederne il teschio. Gli succedeva lo zio Federico II, quarto re in tre anni, che colla moderazione e l’indulgenza cercò sopire le gelosie e gli sdegni, e riguadagnarsi gli Angioini.
In Firenze, dopo espulsi i Medici, la balìa voleva chiamare al dominio i cugini di quelli, discendenti da Lorenzo fratello di Cosmo il Vecchio; ma alla democrazia anelavano i più, e principalmente il Savonarola, il quale non avea cessato di predicare contro i tiranni, e minacciare il peggior flagello, la dominazione di stranieri. Il verificarsi delle sventure da lui vaticinate aggiunse credito a lui ed alla parte dei Piagnoni o Frateschi; persone di tutti i colori accorsero in Firenze, e minacciavano lo sterminio dei Medici; sicchè per prima cosa bisognava calmare. E il frate vi riuscì; poi intento ad associar religione, morale, libertà, introdusse un governo popolare sì, ma sul modello di Venezia, ammirata come capolavoro delle costituzioni[55], mettendo limite alla podestà fin là incondizionata della Signoria.
Dio regna in cielo, Cristo in Firenze; i Signori sono gli angeli che fanno il bene, gli Otto di guardia sono gli angeli che impediscono il male; e così via con idee mistiche vestendo riforme, in verità meschine quando non anche improvvide. Per risanguare le finanze ciascuno contribuirebbe un decimo della sua sostanza immobile. E poichè della libertà faceasi strada alla riforma morale, ai ribaldi costumi fece guerra con provvedimenti esagerati; contro la sodomia e il giuoco sfrenato invocando le domestiche delazioni[56]; le cortigiane si esporrebbero a suon di trombe; a chi giuoca cinquanta ducati, si mandasse a dire che il Comune n’abbisogna mille, e li desse; ai bestemmiatori si forasse la lingua; si chiudessero le botteghe in festa, eccetto le farmacie; i debitori potessero la domenica uscire senza pericolo per udir messa e predica.
Dal concetto primitivo derivavano eccessive conseguenze. Se il Governo è modellato a esempio del cielo, lo sparlarne sarà empietà; i decreti son ordini divini, comunicati per mezzo profetico, dunque indisputabili; il messo di Dio s’intrigherà delle minime cose, portando lo spionaggio e la discordia nelle famiglie, donde dissapori e malevolenze, mentre la guerra al lusso uccideva l’industria, vita di Firenze.
Tra i Piagnoni primeggiavano Pierfrancesco Valori e Paolantonio Soderini, mentre Guidantonio Vespucci menava gli oligarchi, che avvezzi al buon tempo, a comandi e magistrati, e volendo conservarli, si chiamavano Compagnacci o Arrabbiati pel gridar che faceano contro la versatilità e impudenza della plebe. I Palleschi o Bigi, fautori de’ Medici o piuttosto nemici del riformare i costumi, s’accostavano qualche fiata ai Piagnoni, sol perchè avversi alla balìa.
La qual balìa era stata rinnovata al modo antico, cioè dal popolo convocato in piazza. Nessuna espressione più illusoria dell’approvazione popolare che il voto universale; e il popolo fiorentino, gelosissimo di quest’omaggio alla sua sovranità, non avea mai fatto che approvare le rivoluzioni compite, e conferire la balìa, cioè potere assoluto di riformar la repubblica. Venti accoppiatori furono destinati a tener le borse, cioè a fare essi soli l’elezione; sicchè in questi pochi restringevasi l’autorità: eppure dissentendo fra loro, sparpagliavano i voti sopra moltissimi candidati, a scapito dell’opinione. Savonarola, che li fulminava come una nuova tirannide, e voleva le elezioni fossero restituite al popolo che meglio sa i meriti di ciascuno, fece vincere che entrassero nel consiglio generale tutti quelli, di cui il padre, l’avo e il bisavo avessero goduto la cittadinanza; i magistrati fossero eletti da questo consiglio, non dalla sorte nè da pochi oligarchi. Allora, pubblicando che rendeva per la prima volta veramente popolari le elezioni, bandì piena amnistia, serbando così illibato il suo trionfo.