Tanta verità, ed esposta con tanto calore, poteva non trovare ammiratori e seguaci? E molti grandi artisti il venerarono maestro e santo; a Pico della Mirandola, inteso che una volta l’ebbe, non parea aver più bene se non riudendolo; Angelo Poliziano, benchè tutt’arte greca, lo dichiarava santo, e dotto ed egregio predicatore d’insigne dottrina; il poeta platonico Benivieni difese robustamente le dottrine di esso, e compose cantici pe’ suoi devoti ed esaltando la pazzia dell’amar Dio[27]; la più bella incisione di Giovanni delle Corniole rappresenta il frate; lui il bulino del Bandini e del Botticelli, degno successore di Maso Finiguerra; Andrea della Robbia e cinque figli lo ritrassero in molte medaglie di terra cotta; il grande architetto Cronaca «d’altro che delle cose sue non volea ragionare»; Lorenzo di Credi gli tributò le caste sue ispirazioni; frà Benedetto, miniatore, e che da gajo compagnaccio erasi mutato a penitenza, appena lo intese, s’armò per lui quando il vide assalito da’ nemici; e dopo che soccombette, Botticelli propose di lasciarsi morir dalla fame; Baccio della Porta pittore bruciò tutti suoi studj di nudo, e si vestì monaco, rendendosi celebre col nome di frà Bartolomeo; lo scultore Baccio di Montelupo abbandonò la città. Del quale entusiasmo non sapea rinvenir la ragione il Vasari, creato dei Medici e adoratore de’ classici, e che pur vedeva come il suo Michelangelo avesse «in gran venerazione le opere scritte da frà Girolamo, per aver udito la voce di quel frate in pergamo»[28].
Allora il Savonarola osò un fatto, sul quale deh non rechino giudizio coloro che alla classica ammirazione sagrificano culto e sentimento, originalità e virtù! I fanciulli andarono di casa in casa cercando l’anatema, voleano dire gli oggetti di lusso disonesto che il predicatore avea riprovati; e nel giorno del berlingaccio ammucchiati sovra la piazza canzoni amatorie, tappeti lascivamente storiati, quadri e incisioni invereconde, le statue della bella Bencina, della Lena Morella e d’altre divulgate bellezze, carte da giuoco, liuti, buonaccordi, alberelli, cipria, dadi, ornati femminili, buffe o inumane sudicerie del Boccaccio e del Pulci, libri di sorte, nella città delle belle arti, del viver gioviale, della poesia spensierata, della sensuale allegria, nella patria del Machiavelli e del Firenzuola, vi si mette fuoco, mentre i fanciulli cantano un’invettiva contro il carnovale e ne bruciano la figura schifosa tra il suon di trombe e di campane, e il popolo vede e intuona il Tedeum[29]. Un mercatante veneziano offriva ventimila scudi se gli cedessero gli oggetti destinati al fuoco; e fu preso a fischi, e un fantoccio che lo figurasse venne messo ad ardere insieme. Il Nardi avverte che la cosa generò mormorazione, e rifletteasi che col denaro avutone si potea far molte limosine, «come dissero già i mormoratori del prezioso unguento sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo, non considerando che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi son vietate più severamente dalla cristiana filosofia».
Anche all’idolatria del guadagno mosse guerra il frate, risoluto a riformare tutte le facoltà; e dove tanto fiorivano i banchi e impinguavano gli usuraj, alzò la voce a favore de’ poveri; e delle limosine raccolte da que’ suoi fanciulli fece istituire un monte di pietà, che guastò gli affari degli usurieri; disapprovò i padri che metteano i figliuoli prima a imparare qualche versi profani, poi a maneggiarsi ne’ banchi; e prediceva una costituzione politica, dove ai grossi capitalisti sarebbe tolto l’onnipotere nei pubblici affari, si ripristinerebbero il governo a comune, e l’equilibrio fra la potestà secolare e l’ecclesiastica.
Quel che più sempre gli stava a cuore si era l’emenda del clero. Se egli fosse stato un vulgare ambizioso, potea blandire i Medici e il papa, da’ quali non gli mancarono offerte, ma egli rispose: — Altro cappello io non voglio che quel del martirio, nè arrossire che del mio sangue». Pertanto, colla libertà che la Chiesa mai non impedì prima della Riforma, le applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: — La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, con assai drappelloni, con candelieri d’oro e d’argento, con tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là que’ prelati con quelle mitre d’oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d’argento e piviali di broccato, cantare que’ bei vespri e quelle messe, con tante cerimonie e organi e cantori che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare, ma ciò che dicono e fanno s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente; e un gran prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie, come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e reverenza ne’ popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano. Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio non si gloriano se non di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma interverrà loro quello ch’io vidi, che ’l tetto rovinerà loro addosso, cioè la gravità de’ peccati delle persone ecclesiastiche e de’ principi secolari cadrà sul loro capo e ammazzeralli tutti in sul bello della festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.
«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non escano loro dalle mani e non si sottraggano dall’obbedienza, hanno fatto come fanno i tiranni della città; ammazzano tutti i buoni uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e’ non hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questi governino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch’elle si nominino. Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l’onestà de’ cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e i principi come e’ s’hanno a portare, circa l’obbedienza de’ pastori: va, leggi, e troverai che non s’osserva cosa che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e mandar a terra le Solennità di Dio e de’ santi.
«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con esso loro dello stato della Chiesa presente, subito e’ dicono: Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo; introduciamo queste coll’autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo. E dicono l’uno coll’altro: Che credi tu di questa nostra fede? che opinione n’hai tu? Risponde quell’altro: Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto ’l dì minacciano e dicono: E’ verrà, e’ sarà; e tutto ’l dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla cogli uomini; s’è dimenticato de’ fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così e che governiamo la Chiesa come abbiam cominciato. Che fai tu dunque, Signore? perche dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua delle mani de’ diavoli, delle mani de’ tiranni, delle mani de’ cattivi prelati: non vedi tu che la è piena d’animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l’hanno tutta guasta? non vedi tu la nostra tribolazione? ti se’ dimenticato della tua Chiesa, non l’hai tu cara? ell’è pure la sposa tua! non la conosci tu? è quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria, per la quale patisti tanti obbrobrj, per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[30].
Poco divario corre certo da questa alla voce di Lutero; tanto più se fosse a credere ch’egli «scrisse ai principi cristiani come la Chiesa andava in rovina, che però dovessin fare che ragunasse un concilio, nel quale voleva provare la Chiesa di Dio esser senza capo, e che chi vi sedeva non era vero pontefice, nè degno di quel grado, nè anco cristiano». E mentre i Tiepidi persistevano a contrariare i Piagnoni, e cuculiare il frate riformatore, alcuni di quelli che guastano il bene coll’esagerarlo, coniarono medaglie dove sopra di Roma vedeasi una mano col pugnale e l’iscrizione Gladius Domini super terram cito et velociter[31]. Lodovico il Moro, sempre inuzzolito di Pisa e contrastatone da’ repubblicani, e sentendosi dal Savonarola rinfacciata la crudele ambizione e predetto un tremendo castigo, lo fece dal fratello cardinale accusare a Roma. Frà Mariano da Genazzano, predicando innanzi ad Alessandro VI, uscì a dire: — Abbrucia, abbrucia, santo padre, lo strumento del diavolo; abbrucia lo scandalo di tutta la Chiesa». Il che saputo, frà Girolamo in duomo predicò: — Iddio ti perdoni, lui punirà te, e fra breve si manifesterà chi attende agli Stati e reggimenti temporali»; e infatti poco andò che Mariano fu scoperto di maneggi a favor degli oppressori.
Ma già col commercio la fama del Savonarola propagasi lontano; dal fondo della Germania gli giungevano lettere e adesioni; Bajazet II granturco volle saperne il vero dal console fiorentino, e si fece tradurre qualche sermone di lui. Sette anni continuò quell’entusiasmo pubblico senza ch’egli si galloriasse; e mentre Roma minacciava scomuniche e rogo, frà Girolamo diceva: — Entrai nel chiostro per imparar a patire; e quando i patimenti vennero a visitarmi, gli ho studiati, ed essi m’insegnarono ad amar sempre, a sempre perdonare»[32].
CAPITOLO CXXVIII. Il Milanese. — Spedizione di Carlo VIII.
Milano da repubblica disordinata erasi tradotto in principato militare. Aveva sottoposte Pavia, Lodi, Cremona, Parma, Piacenza, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina colle contee di Bormio e Chiavenna, Angera al lago Maggiore, la Geradadda al confine de’ Veneti; insomma quindici città, erette nel 1450 in ducato, che abbracciava quanto sta fra le Alpi, la Sesia, l’Oglio, il Po; anzi di là da questo più volte si spinse, e massime nelle marche d’Ancona e Spoleto, e a Bobbio, Savona, Albenga, Ventimiglia e in tutto il Genovesato. Bello e ricco Stato, che fruttava seicentomila ducati d’oro (Corio), pari a venti milioni d’oggidì, con una capitale di diciottomila trecento famiglie, o vogliam dire cenventotto mila abitanti, mentre Parigi contava tredicimila case, e Londra non quarantamila bocche.