Cognosco viva dentro alla tu’ alma;

E spero per te, padre, aver la palma

Contro l’astuzia del gran seduttore...

Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

[68]. Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:

Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,

Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.

Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata nei Diarj manoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».

Nei Documents inédits sur l’histoire de France, t. I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, compose Narrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate. Baluzio, Miscell., tom. IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux. Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nel Francesco Valori, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.

[69]. «Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta». Archivio storico, vol. VI. p. 383.