Io faceva pace e guerra...
Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».
[73]. A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concede ut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint. Diploma del 3 agosto 1501, ap. Tiraboschi, tom. VII. p. 1823.
[74]. Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara, actum erat de Italia; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini». Malipieri, Annali, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’ Documenti di storia italiana pubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.
[75]. Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre». Malipieri, pag. 428.
[76]. In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.
[77]. Rosmini, Istoria di Gian Jacopo Trivulzio, pag. 322.
[78]. Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.
[79]. Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (Rovelli, III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.
Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero: Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis. Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario, Comm. rer. gall., VIII. 240. Il Mallet, Storia Svizzera, part. II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.